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AM 2007/ PREMESSA: IL «GRANDE GIOCO» NELL’ASIA MAIOR

Nel corso del 2007, l’«Asia Maior», cioè quella parte di Asia che è delimitata a Nord dal Caucaso e dai confini meridionali della Russia e ad Oriente dalla Turchia e dai paesi arabi, è apparsa sempre più come uno scacchiere d'importanza centrale nella geopolitica mondiale. Le vicende dell’area sono state caratterizzate da una rete complessa e contraddittoria di interrelazioni non solo fra i maggiori paesi che ne fanno parte, ma fra questi e due potenze esterne: gli USA e la Russia. L’Asia Maior, come altre volte nel corso della storia, è apparsa essere il campo privilegiato di un «grande gioco», in corso ormai da tempo, non sostanzialmente diverso da quello di kiplingiana memoria (che, nell’800, aveva visto la contrapposizione fra Gran Bretagna e Russia), ma incredibilmente più complicato.

 

Michelguglielmo Torri

8 Dicembre 2008 Asia Asia Maior 2007

1. I protagonisti del «grande gioco» nell’Asia Maior

Nel corso del 2007, l’«Asia Maior», cioè quella parte di Asia che è delimitata a Nord dal Caucaso e dai confini meridionali della Russia e ad Oriente dalla Turchia e dai paesi arabi, è apparsa sempre più come uno scacchiere d'importanza centrale nella geopolitica mondiale. Le vicende dell’area sono state caratterizzate da una rete complessa e contraddittoria di interrelazioni non solo fra i maggiori paesi che ne fanno parte, ma fra questi e due potenze esterne: gli USA e la Russia. L’Asia Maior, come altre volte nel corso della storia, è apparsa essere il campo privilegiato di un «grande gioco», in corso ormai da tempo, non sostanzialmente diverso da quello di kiplingiana memoria (che, nell’800, aveva visto la contrapposizione fra Gran Bretagna e Russia), ma incredibilmente più complicato.
Un primo elemento di complicazione è che il numero dei protagonisti è passato dai due dell’epoca di Kipling ad almeno quattro: USA, Russia, Cina e India. A questi si possono aggiungere due attori meno importanti, ma non certo trascurabili: Giappone e Iran. Il secondo elemento di complessità è rappresentato dal fatto che, in linea di massima, ciascuno dei rapporti bilaterali che forma la rete dell’attuale «grande gioco» è caratterizzato da elementi sia di complementarietà sia di competitività. Il terzo elemento, infine, è riconducibile al fatto che alcuni dei protagonisti del «grande gioco» sembrano predestinati ad un declino di potenza, mentre altri sono chiaramente in ascesa.
L’ascesa di Cina e India è ben visibile ed è, indubbiamente, resa ancora più evidente dal dibattito politico-mediatico che, su di essa, è in corso a livello mondiale; i fenomeni di declino, viceversa, sono percepiti dall’opinione pubblica soprattutto occidentale (se pure lo sono) in maniera decisamente parziale, e, significativamente, tale problema è sostanzialmente assente nel dibattito politico-mediatico. Ciò non toglie che il declino di alcuni degli attuali protagonisti della politica mondiale, soprattutto degli USA e della Russia, sia destinato a portare ad una trasformazione epocale dei rapporti internazionali nell’arco di non più di una generazione. Se, poi, il fenomeno è trascurato dal dibattito politico-mediatico, i suoi sintomi sono già ben percepibili a qualsiasi osservatore attento. E non perché USA e Russia si stiano ripiegando su se stessi, ma proprio per la ragione opposta: l’iperattivismo della loro politica estera.
USA e Russia, infatti, sono ancora i due stati più potenti del mondo (anche se gli USA sono incomparabilmente più forti della Russia) e, entrambi, sono capeggiati da leadership disperatamente impegnate nell’utilizzo di tutte le risorse a loro disposizione, se non per invertire il processo di declino (cosa difficile ma non necessariamente impossibile) quanto meno per rallentarlo al massimo. È appunto da questo impegno che deriva una politica estera estremamente dinamica e aggressiva. Un dinamismo che, d’altra parte, è certamente uguagliato da quello della maggiore delle potenze emergenti, la Cina.
Gli altri due grandi stati dell’Asia Maior, India e Giappone, sembrano invece incapaci di mantenere (nel caso dell’India) o di scegliere (nel caso del Giappone) il ruolo di autonomi protagonisti della politica mondiale, piuttosto che quello di «alleati privilegiati» – cioè di grandi vassalli – della potenza americana. Dal canto suo, infine, l’Iran, di gran lunga il più debole dei giocatori in campo, riesce invece a mantenere un ruolo autonomo grazie anche all’accorto sfruttamento delle molteplici tensioni che si manifestano fra Russia e Cina da una parte e USA dall’altra. Ma, appunto per la sua sostanziale debolezza, Teheran può porsi come fine solo quello di mantenere la propria indipendenza e di rafforzarsi a livello regionale, ma non quello di diventare uno dei protagonisti della politica mondiale (un ruolo a cui sia India sia Giappone potrebbero legittimamente aspirare).
Almeno per il momento, le prospettive di decadenza degli USA sono più in termini relativi che assoluti. Vero è che, proprio nel corso del 2007, vi sono stati alcuni paurosi scricchiolii provenienti dall’economia americana, mentre, da tempo, alcuni critici sottolineano l’allargarsi negli USA della forbice fra capitale finanziario (in spettacolare e ininterrotta espansione) e capitale fisico (in stato di ristagno, se non addirittura di declino). Nonostante tutto, però, l’economia americana rimane di gran lunga la più grande e la più progredita del mondo e, nonostante le profezie di sventura di una piccola minoranza di analisti, è difficile pensare ad una sua improvvisa implosione. Le immense risorse politiche, intellettuali e, perché no?, militari a disposizione della classe dirigente americana rendono improbabile uno sviluppo del genere. Ma, in termini relativi, le prospettive del declino sono concrete. Può darsi che l’economia USA non sia superata da quella della Cina nel 2040, come ha ipotizzato una recente ricerca della Banca di Corea [W/AT 28 settembre 2005, «China to Overtake Japan by 2020»], ma è indubitabile che, per quella data, il peso complessivo dell’economia americana rispetto a quella mondiale si sarà radicalmente contratto. Forse non sarà passato da un terzo ad un quinto, di nuovo come ipotizzato dalla ricerca della Banca di Corea, ma, certamente, si sarà ridotto in maniera drastica. E l’inevitabile conseguenza della contrazione economica sarà la riduzione della potenza politica e, probilmente, anche militare degli USA.
Il caso della Russia è ancora più chiaro. Lo straordinario dinamismo impresso alla politica estera russa da Vladimir Putin è funzione di due elementi. Il primo è la continuazione delle tradizionali esportazioni di armi. Il secondo è rappresentato dalla riconquista della gestione delle risorse energetiche da parte dello stato e dal loro conseguente utilizzo nel commercio internazionale, per promuovere la posizione geostrategica del grande paese eurasiatico. Si noti anche che, in prospettiva, le risorse energetiche russe, invece di diminuire, sembrano destinate ad aumentare. La ricerca scientifica russa, infatti, si muove in base ad una teoria sull’origine del petrolio (e quindi sul modo in cui individuare e sfruttare i giacimenti petroliferi), radicalmente diversa da quella prevalente in Occidente. È stato in questo modo che un paese, considerato deficitario in quanto a risorse petrolifere nel secondo dopoguerra, è gradualmente diventato uno dei maggiori produttori mondiali di oro nero (e di gas metano) [W/AT 27 settembre, 2007, «Russia is Far from Oil's Peak»]. Questo, in un periodo in cui, in Occidente, si parla con sempre più insistenza di virtuale raggiungimento del «picco petrolifero», termine col quale si intende il momento in cui la metà delle risorse petrolifere disponibili a livello mondiale si sarà esaurita e, di conseguenza, lo sfruttamento della restante metà – collocata in aree di più difficile accesso per ragioni fisiche e politiche – diventerà sempre più lenta, più difficile e, di conseguenza, più costosa [W/AT 18 agosto 2006, «A New Energy Pessimism Emerges»].
Ma, come nota Parag Khanna, la Russia «sta sparendo». Qui il problema è soprattutto il suo crollo demografico: mezzo milione di persone in meno all’anno; un trend che, sempre secondo Khanna, farà sì che, come numero di abitanti, la Russia «non sarà molto più grossa della Turchia entro il 2050 circa». Questo porterà ad una tale rarefazione della popolazione «sparsa su una terra così vasta» che «non avrà neppure più senso considerarla una nazione». E, mentre la popolazione della Siberia sta declinando, a riempire il vuoto da essa lasciato vi sono «centinaia di migliaia di cinesi, che letteralmente ingoiano, razziano, comprano apertamente e più o meno si annettono il Far East russo per il suo legname e per le altre risorse naturali» [Khanna 2008].
In realtà, l’alterarsi degli equilibri demografici nella Russia asiatica non è eclusivamente dovuto all’emigrazione russa verso occidente e a quella cinese verso la Siberia, ma anche all’emigrazione russa verso la Cina. Mentre i rapporti economici fra Siberia e Cina aumentano, un numero crescente di russi sta acquistando case a sud del confine e, a detta della rivista russa «Zavtra», sta sempre più prendendo in considerazione la possibilità di stabilirsi in permanenza in Cina. A differenza che nella maggior parte degli stati postsovietici, un russo in Cina non è discriminato in quanto russo. E, d’altra parte, la Cina sta sempre più rivestendo, agli occhi dei russi asiatici, il ruolo di nazione prospera, ricca e tollerante: un paese in ascesa caratterizzato da nuove opportunità. È una situazione che, secondo il prof. Dmitry Shlapentokh, porta ad una «sinizzazione» della popolazione della Russia asiatica. Un processo, quest’ultimo, che è incoraggiato dal fatto che lo stato russo sta investendo le risorse messe a sua disposizione dall’esportazione di armi e di energia per sviluppare le città della Russia europea e, soprattutto, Mosca, lasciando in uno stato di arretratezza la parte asiatica della nazione. In questa situazione, se la Cina decidesse di fare in Siberia ciò che sta facendo in una serie di altri stati in Asia e in Africa, investire cioè massicciamente in infrastrutture, questo si tradurrebbe inevitabilmente in un aumento del peso gravitazionale che, già ora, esercita nei confronti di questa regione [W/AT 15 dicembre 2007, «Russia’s East Warms to China»]. In sostanza, sia l’immigrazione cinese in Siberia sia l’emigrazione dei russi asiatici nella Russia europea e, in prospettiva, in Cina sia il rinserrarsi di rapporti economici fra Russia asiatica e Cina prospettano una situazione in cui il Far East russo rischia di essere assorbito nell’orbita cinese.
Al declino di USA e Russia si contrappone l’ascesa di Cina e India. «È probabile – scrivono Raphael Kaplinsky e Dirk Messner – che la Cina divenga la seconda economia del mondo entro il 2016 e l’India la terza entro il 2035». Si tratta di un fenomeno che, secondo i due studiosi, è destinato a mutare in profondità l’economia e, quindi, la politica mondiale [Kaplinsky, Messner 2008, pp. 197 ss].
L’accelerazione della crescita della Cina è incominciata alla fine degli anni Settanta, quella dell’India nella prima metà degli anni Novanta. Si è trattato di un processo di sviluppo con caratteristiche abbastanza differenti nei due casi. «La Cina – ricordano Kaplinsky e Messner – è integrata in un’economia regionale orientata verso l’esterno, che, in molti settori, comporta una sofisticata divisione del lavoro. In contrasto (almeno finora), l’India rappresenta in una misura molto maggiore un sistema economico “che sta per conto suo”» [ibidem, p. 198]. Ciò detto, l’una e l’altra economia, attraverso la loro crescita, stanno interagendo a molteplici livelli con gli altri paesi, sia sviluppati sia in via di sviluppo, determinando a livello globale una serie di «assestamenti tettonici» nell’economia mondiale [ibidem, p. 199].
Dal punto di vista degli equilibri geopolitici in Asia, il singolo fattore di interazione più importante è rappresentato dalla ricerca di sempre nuove fonti energetiche da parte dei due giganti asiatici. La Cina importa circa il 40% del proprio fabbisogno energetico, mentre l’India ne importa circa il 70%. Con il 2015, la domanda di energia da parte della Cina è destinata a raddoppiare, mentre quella dell’India crescerà del 50% [ibidem, p. 201]. Nel medio termine, il crescente consumo di energia in due paesi che, complessivamente, comprendono oltre un terzo della popolazione mondiale (nel 2004 la Cina ne contava il 20% e l’India il 17%) è destinato ad avere ricadute potenzialmente devastatrici dal punto di vista ecologico. Nel breve termine, la necessità di far fronte al fabbisogno energetico spinge Pechino e Delhi ad una complessa e ramificata politica estera non solo all’interno dell’Asia Maior, ma anche nel resto del mondo.
Per quanto in rapida escesa, le economie della Cina e dell’India nel loro insieme sono però minori di quella giapponese. Il Giappone, che secondo alcune proiezioni è destinato ad essere superato dall’India nel 2030, per il momento rimane la seconda economia mondiale. E, ancora più di quella cinese o di quella indiana, l’economia nipponica dipende pesantemente dall’importazione di risorse energetiche, dato che circa il 70% dell’energia consumata dal gigantesco sistema economico giapponese viene importato. Anche in questo caso, la necessità di ricercare sempre nuove fonti energetiche porta Tokyo ad una ramificata e complessa politica estera. Una politica estera che, però, ha delle precise limitazioni nella partnership strategica con gli USA e negli interessi globali del «grande fratello» americano. Limitazioni così forti che, in effetti, hanno fatto sì che, nonostante la propria sete di energia, il Giappone, sotto pressione da parte degli USA, abbia di fatto rinunciato allo sviluppo del gigantesco campo petrolifero di Azadegan, in Iran [Penn 2006].
È in questo contraddittorio schema che si inserisce l’Iran. Le risorse energetiche sono l’arma con la quale Teheran cerca di procurarsi gli appoggi necessari a sopravvivere alle pressioni a cui è sottoposto e a rompere l’assedio in cui è rinserrato dagli USA. Come nel caso appena ricordato di Azadegan, non si tratta di un’arma assoluta. Ma, sia pure impedito da un sistema politico che – come ricordato più volte da Asia Maior – è tutt’altro che omogeneo ed efficiente, l’Iran, a differenza di molti suoi vicini, ha quanto meno il non trascurabile vantaggio di non essere né una nazione inventata, né uno stato artificiale. Di per sé ciò dà all’Iran una solidità e, di conseguenza, una capacità di azione a livello internazionale che, negli ultimi anni, sono state utilizzate con abilità dalla sua composita classe dirigente.

2. Lo scacchiere centroasiatico: il riemergere della Russia

Come al tempo di Kipling, l’area privilegiata del «grande gioco» rimane l’Asia Centrale. Qui si stanno affrontando in un duello per la supremazia gli USA e la Russia. Si tratta di un’area che, dopo l’11 settembre, è stata caratterizzata dal sorgere improvviso della potenza americana. Il punto di partenza è stato l’attacco all’Afghanistan dell’ottobre 2001, guidato dagli Stati Uniti, e la susseguente occupazione di parte di quel paese. Presentata come una sorta di megaoperazione di polizia internazionale mirata a colpire il terrorismo islamico, e come tale accettata dalla gran parte dell’opinione pubblica mondiale e dalla maggioranza degli stati, compresi la Russia e i suoi alleati, l’occupazione dell’Afghanistan si è ben presto rivelata come il primo passo in una strategia mirante a portare sotto il controllo diretto o indiretto di Washington un’ampia parte dell’Asia. Nel giro di pochissimi anni, gli USA non solo hanno occupato l’Iraq, ai confini orientali dell’Asia Maior, ma hanno dispiegato le proprie truppe in varie parti dell’Asia Centrale, ottenendo inoltre il controllo di due importanti basi militari, Manas, nel Kirghizistan, e Karshi-Khanabad, nell’Uzbekistan [Daly 2007, § 6]. Più o meno in contemporanea, nel Caucaso e in Europa, sempre nello spazio postsovietico, gli USA hanno incoraggiato quelle «rivoluzioni colorate», destinate a portare al potere regimi ostili a Mosca e amici di Washington.
L’espansione americana in Asia Centrale, quindi, più che funzione di un’ipotetica guerra al terrorismo, si è rivelata come parte integrante di una grande strategia volta ad accerchiare la Federazione Russa e ad impadronirsi della più ampia quota possibile delle risorse energetiche della regione, escludendone la Russia. Inoltre, fin dal famoso discorso di George W. Bush alla nazione del 28 maggio 2002 – in cui l’Iran era stato inserito, insieme all’Iraq ed alla Corea del nord, nell’«asse del male» – era diventato chiaro che l’espansione americana in Asia Centrale avrebbe anche avuto una funzione anti-iraniana. Russia e Iran, quindi, che avevano solidarizzato con gli USA in occasione dell’attacco all’Afghanistan [AM 2005-2006, pp. 44-45], negli anni successivi hanno cambiato di atteggiamento.
La reazione russa all’espansione americana ha trovato espressione nel rafforzamento di una serie di organizzazioni regionali, di cui la Russia è un membro importante, in particolare l’EurAsEC, la CSTO e la SCO [Bhadrakumar 2006]. L’EurAsEC o EAEC (Eurasian Economic Community o «Comunità Economica Eurasiatica») comprende la Russia, la Bielorussia, il Kazakistan, l’Uzbekistan, il Kirghizistan e il Tagikistan come stati membri, oltre ad Armenia e Ucraina come osservatori; la CSTO (Collective Security Treaty Organization o «Organizzazione del Trattato per la Sicurezza Collettiva») comprende gli stessi stati membri dell’EurAsEC, compresa l’Armenia come membro a pieno titolo; infine, la SCO (Shanghai Cooperation Organization o «Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai»), include, oltre alla Russia, gli altri stati centroasiatici che fanno parte dell’EurAsEC e della CSTO, più la Cina. Infine, mentre l’EurAsEC è un’organizzazione economica, la CSTO è un’organizzzione militare e la SCO ha un carattere misto, sia civile sia militare.
La reazione della Russia all’espansionismo americano è quindi stata quella di rafforzare ciascuna di queste organizzazioni e di promuovere legami sempre più stretti fra di esse. Questo processo è stato accompagnato da critiche sia alla presenza americana in Asia sia al disegno americano di schierare quelli che sono presentati come scudi difensivi missilistici in Europa Orientale e in Estremo Oriente. Ciò nonostante, i leader degli stati membri delle tre organizzazioni, ad incominciare dal presidente russo Vladimir Putin, hanno ribadito in più occasioni che le organizzazioni in questione non erano rivolte contro nessuno. Il loro fine, infatti, sarebbe semplicemente quello di stabilizzare lo spazio postsovietico.
In realtà, al di là di queste rassicurazioni, EurAsEC, CSTO e SCO, per il fatto stesso di esistere e di essere vitali, rappresentano un oggettivo ostacolo al mantenimento del potere e dell’influenza americani in Asia (oltre che in Europa Orientale). Per quanto ancora in fase di crescita e di sviluppo, EurAsEC, CSTO e SCO si stanno muovendo sia verso l’integrazione economica di una larga parte dell’Asia Centrale sia verso la costruzione di un’alleanza militare che, nei sogni – o, a seconda dei casi, negli incubi – di molti politici e analisti, potrebbe diventare la «NATO dell’Est».
Che, del resto, il fine precipuo di questa tessitura di alleanze regionali multilaterali sia stato quello non solo di arginare, ma di risospingere indietro la presenza americana in Asia Centrale è diventato chiaro al di là di ogni possibile dubbio nel luglio 2005, quando il ministero degli Esteri russo ha dichiarato che le forze americane erano «non regionali» e che, come tali, dovevano essere espulse dalla regione. Sulle medesime linee si era poi espressa anche la SCO. Nel novembre dello stesso anno, poi, l’Uzbekistan, militarmente il più potente degli stati postsovietici dell’Asia Centrale, fino a quel momento al di fuori sia dell’EurAsEC sia della CSTO, era confluito in entrambe [Singh 2007, §§ 6, 7].
Il risultato della politica enunciata dal ministero degli Esteri russo nel luglio 2005 è stato che, nel 2007, gli USA avevano perduto una delle loro due basi militari in Asia Centrale, mantenendo solo quella di Manas, in Kirghizistan, a pochi chilometri da quella sovietica di Kant. E mentre Kant appariva in espansione, il mantenimento da parte americana di Manas diventava sempre più incerto.
La controstrategia russa in Asia Centrale non era però rimasta senza risposta da parte di Washington. Nel 2006, l’amministrazione americana aveva rilanciato la propria azione nell’area sia attraverso una ristrutturazione logistica del dipartimento di Stato sia mediante un ripensamento strategico dei contorni geopolitici dell’Asia. In quell’anno, infatti, alla South Asia Division del dipartimento di Stato – incaricata degli affari del subcontinente indiano e dell’Afghanistan – veniva assegnata anche la gestione politica dei cinque stati postsovietici dell’Asia Centrale. Una decisione frutto evidentemente della conclusione che, dal punto di vista degli interessi americani, due aree considerate fino a quel momento come separate – Asia Centrale e Asia Meridionale – fossero ormai diventate una sola. Sintomaticamente, a questa riorganizzazione logistica si era accompagnata, nella primavere di quello stesso anno, l’enunciazione da parte di Richard Boucher – creato assistente segretario di Stato americano per l’Asia Meridionale e Centrale il 21 febbraio 2006 – di una nuova strategia per la «Grande Asia Centrale (Greater Central Asia)». In sostanza, questa consisteva nel tentativo di stringere una serie di accordi bilaterali con gli stati centroasiatici, per indurli a far defluire le loro risorse enegetiche verso l’Asia Meridionale, cioè verso Pakistan e India, passando per l’Afghanistan [Singh 2007].
I fini della strategia della Grande Asia Centale erano molteplici: il più evidente era quello di sottrarre alla Russia gli idrocarburi dell’Asia Centrale, prosciugando le fonti centroasiatiche di quella fitta rete di oleodotti e di gasdotti che, appunto dall’Asia Centrale, confluiscono in Russia e, da qui, raggiungono i paesi dell’Europa; il secondo fine consisteva nell’indebolire le organizzazioni regionali di cui faceva parte la Russia, sottraendo, per così dire, uno o più dei mattoni che ne costituivano l’edificio; il terzo era quello di coinvolgere soprattutto l’India negli affari dell’Asia Centrale, in modo sia da rinserrare i legami fra Washington e Nuova Delhi sia da generare un’effettivo conflitto d’interessi fra l’India e quello che era stato un suo tradizionale alleato: la Russia.
Nel 2007 è diventato chiaro che, dei tre obiettivi ricercati dalla politica della «Grande Asia Centrale», solo uno era stato raggiunto; e anche questo parzialmente. In effetti, i legami fra Washington e Nuova Delhi avevano raggiunto un’intensità senza precedenti, mentre erano diventate visibili le tensioni fra India e Russia (che, tuttavia, non si potevano ancora dire irreversibili). D’altra parte, i tentativi sia di sottrarre alla Russia gli approvigionamenti energetici dell’Asia Centrale sia di indebolire le organizzazioni regionali di cui era parte non avevano portato a risultati degni di nota.
Per quanto riguarda le questioni energetiche, il punto di svolta lo si è avuto il 12 maggio, quando a Turkembashi, nel Turkmenistan, il presidente russo e i suoi omologhi kazako e turkmeno hanno firmato una dichiarazione di intenti che li impegnava all’ammodernamento e all’espansione dei gasdotti che, dal Turkmenistan e dal Kazakistan, corrono lungo la costa orientale del Mar Caspio, convogliando il metano dei due paesi in Russia. Questa dichiarazione di intenti era stata preceduta, il 9 maggio, dalla firma di un impegno per la modernizzazione dell’oleodotto turkmeno-uzbeko-kazako-russo [Bhadrakumar 2007d, § 20]. In margine a questi accordi vi era stata la dichiarazione di Nursultan Nazarbayev, presidente del Kazakistan, che, dopo un incontro con Putin, aveva dichiarato: «Il Kazakistan è totalmente impegnato a trasportare la maggior parte, se non addirittura la totalità, del suo petrolio (e del suo metano) attraverso il territorio russo» [Singh 2007, § 16].
In sostanza, il significato fondamentale degli accordi del maggio 2007 era quello di destinare, nel corso dei prossimi vent’anni, l’85% delle esportazioni di metano del Kazakistan alla Russia (essendo il resto destinato all’Iran). Si trattava di un accordo tanto più rilevante, se si tiene conto che il Turkmenistan non era membro di nessuna delle maggiori organizzazioni centroasiatiche, di cui è parte la Russia. E si trattava di sviluppi abbastanza importanti da giustificare gli «sforzi erculei» da parte della diplomazia americana per indurre il Kazakistan ad un ripensamento sull’opportunità di dare un seguito concreto agli impegni di maggio. In proposito è rivelatore il fatto che, nel corso del 2007, Ashgabat, la capitale del Turkmenistan, sia stata visitata da non meno di 16 delegazioni americane di alto livello. Ma si è trattato di uno sforzo inutile. «Così – per citare le parole dell’ex ambasciatore indiano M. K. Bhadrakumar –, quando il primo ministro russo Viktor Zubkov ha infine siglato l’accordo sul gasdotto del litorale caspiano insieme alla sue controparti kazake e turkmene, il sipario è calato su una delle lotte più sporche dell’era postsovietica» [Bhadrakumar 2007d, § 21].
Ugualmente significativa del risorgere della potenza russa in Asia Centrale è stata la chiara crescita di importanza militare della SCO durante il 2007. Una crescita che è diventata evidente in occasione del summit dell’organizzazione a Bishkek, la capitale del Kirkizistan, il 16 agosto. Fatto senza precedenti nella simbologia politica che accompagna eventi del genere, il summit dei capi di stato e dei ministri degli Esteri degli stati membri della SCO è infatti coinciso con un’esercitazione militare su larga scala, denominata «Missione di pace 2007», tenutasi dal 9 al 17 agosto. La seconda del genere dopo la «Missione di pace 2005», l’esercitazione del 2007 è stata caratterizzata dalla circostanza che, per la prima volta, ad essa abbiano partecipato tutti gli stati membri della SCO. Di nuovo con un simbolismo che non è sfuggito agli osservatori, il 17 agosto, i capi di stato e i ministri della Difesa che avevano partecipato al summit della SCO si sono recati a Urumqi, capoluogo del Xinjang cinese, per assistere alla conclusione dell’operazione «Missione di pace». Ed è stato in quel contesto che il presidente russo, Vladimir Putin, ha annunciato la ripresa, alla mezzanotte del 17, dei voli di pattugliamento strategico a lungo raggio da parte dell’aviazione russa, voli sospesi fin dal 1992 [Bhadrakumar 2007c, §§ 5-6].
Le dichiarazioni ufficiali che hanno concluso il summit sono state una critica neppur tanto velata all’«unilateralismo» e ai «due pesi e due misure» degli USA. Questa è stata seguita dall’auspicio di un ricorso negli affari internazionali al «multilateralismo», alla «stretta osservanza delle leggi internazionali» e, infine, dell’esercizio di un ruolo di punta da parte delle Nazioni Unite.
Da una serie di dichiarazioni, fatte subito dopo il summit, è anche diventato chiaro come l’intesa sino-russa avesse ormai raggiunto, nelle parole di un analista indiano, «un livello quasi senza parallelo di intesa reciproca» [Bhadrakumar 2007c, § 3] e come tale intesa poggiasse su una comunità di interessi sia strategici sia economici. La controprova di tutto ciò si è avuta il 5 ottobre, quando, a Dushanbe, capitale del Tagikistan, è stato firmato un accordo di cooperazione fra la CSTO – cioè, come si è detto, l’organizzazione militare che raccoglie Russia, Bielorussia e gli stati postsovietici dell’Asia Centrale ad eccezione del Turkmenistan – e la SCO [W/DT 6 ottobre 2007, «Security Alliances Led by Russia, China Link Up»]. Non si tratta ancora della realizzazione della proposta di fusione fra CSTO e SCO, fatta dal presidente tagiko Imomali Rakhmon in occasione del summit di Bishkek, ma, certamente, di un passo importante in quella direzione.

3. Lo scacchiere centroasiatico: i limiti dell’intesa russo-cinese

I progressi fatti dalla SCO e, più specificamente, dall’intesa russo-cinese in Asia Centrale rappresentano un salto qualitativo per i processi di integrazione politica ed economica nell’area. Tuttavia, sia il grado di integrazione raggiunto dagli stati membri della SCO sia l’intesa russo-cinese hanno ancora una serie di limiti che conviene sottolineare.
In occasione del summit di Bishkek, non vi sono stati due possibili sviluppi che, se si fossero verificati, avrebbero rappresentato un salto qualitativo per l’organizzazione, cioè l’ammissione come membri a pieno titolo di due stati che partecipano solo come osservatori: l’Iran e il Turkmenistan. In effetti, nell’aprile 2007 l’Iran aveva fatto formale richiesta di ammissione al Kirgizistan, il paese che ospitava il summit di agosto. In quanto al Turkmenistan, non era un mistero per nessuno l’interesse sia di Mosca sia di Pechino nell’averlo come membro a pieno titolo dalla SCO.
In un caso e nell’altro, però, l’associazione non c’è stata, anche se non è detto che, in entrambi i casi, questa non possa avvenire nel corso del 2008. In un certo senso più importanti del mancato allargamento della SCO erano però le limitazioni che, nonostante i progressi compiuti, ne caratterizzavano il grado di integrazione, soprattutto a livello politico-militare. Da questo punto di vista, la vera svolta sarebbe rappresentata dall’assunzione di obblighi precisi e automatici nel campo della sicurezza, soprattutto per far fronte a possibili aggressioni da parte di paesi terzi contro uno degli stati membri. Nel summit del 2006, la SCO aveva concordato che, nel caso di una minaccia alla pace, stabilità o sicurezza della regione, gli stati membri si sarebbero immediatamente consultati per dare una risposta effettiva all’emergenza in questione. Si tratta, come si vede, di un impegno decisamente più debole di quello che lega, ad esempio, gli stati membri della NATO. Ma, almeno per ora, la SCO non si è sentita in grado di procedere sulla via dell’integrazione e, a Bishkek, nessuna decisione sulla questione è stata presa [Bhadrakumar 2007c, §§ 24-25].
Accanto ai limiti nell’integrazione della SCO, bisogna poi evidenziare quelli che caratterizzano l’alleanza strategica fra Russia e Cina. Mosca e Pechino reagiscono in maniera diversa alla sfida americana per ragioni prevalentemente riconducibili al fatto che la strategia di Washington è visibilmente diversa nei due casi e che gli strumenti a disposizione di Russia e Cina per condizionare gli USA sono anch’essi diversi [Bhadrakumar 2007a, §§ 22-27]. Dal primo punto di vista è sufficiente ricordare che all’aggressività americana nei confronti della Russia si accompagna una politica decisamente più morbida verso della Cina. E mentre i rapporti fra USA e Russia sono quasi esclusivamente di competizione, quelli fra USA e Cina sono assai più complessi. Come documentato da Asia Maior in questo e nei precedenti volumi, gli USA hanno avuto e ancora hanno bisogno della cruciale mediazione cinese per gestire la crisi con la Corea del nord. Inoltre, cosa in definitiva più importante, il processo di integrazione fra le due economie è non solo sempre più avanzato, ma destinato a crescere col tempo. Il fatto, poi, che la Cina conservi nelle sue casse titoli di stato americani che, nel 2007, erano dell’ordine di 350 miliardi di dollari [W/ MSNBC 4 marzo 2007, «Just Who Owns the U.S. National Debt?»] mette nelle mani di Pechino uno strumento di pressione e, perfino, di ricatto certamente non trascurabile. Ma, dato il grado di integrazione delle due economie, si tratta anche di uno strumento che la Cina potrebbe usare a danno degli USA solo al prezzo di esporsi a danni gravissimi. È chiaro, quindi, come in una situazione del genere vi sia la convenienza da parte sia di Washington sia di Pechino di mantenere eventuali tensioni fra i due paesi al di sotto del livello di guardia.
Accanto al differente rapporto con Washington, a far spuntare, per citare l’analista Sergei Blagov, qualche «spina» nelle «rosee relazioni» fra Cina e Russia sono altri tre elementi. Il primo è legato a quella che la Cina percepisce come l’esosità della Russia nel vendere le proprie risorse energetiche, un’esosità che già in passato ha fatto fallire un accordo di grandi dimensioni sull’esportazione di energia elettrica dalla Russia alla Cina e che, tuttora, continua a determinare tensioni fra i due paesi. Il secondo elemento è che la rapida crescita dell’interscambio fra i due paesi (interscambio che, in ogni caso, è assai inferiore a quello che lega la Cina agli USA) ha, da un lato, determinato la prospettiva di un deficit nella bilancia commerciale della Russia nei confronti della Cina mentre, dall’altro, sembra avere la potenzialità di minacciare l’industria pesante russa, in particolare quella petrolchimica e quella dell’acciaio [Blagov 2007]. Il terzo elemento è che Russia e Cina sono in una situazione di oggettiva concorrenza per quanto riguarda lo sfruttamento delle risorse energetiche dell’Asia Centrale. Esemplare di questa situazione è la possibile costruzione di un gasdotto che porti il metano turkmeno in Cina, prospettiva che è stata discussa in occasione di un incontro ad Ashgabat fra il primo ministro cinese Wen Jiabao e il presidente turkmeno Gurbanguly Berdimuhamedov il 3 e 4 novembre 2007 [Daly 2007, § 13].


4. Lo scacchiere estremorientale: la costruzione di un arco di contenimento anticinese

A circa due settimane dalla conclusione di «Missione di Pace 2007», il 4 settembre, nella Baia del Bengala, si è tenuta un’esercitazione navale di grandi proporzioni, denominata «Malabar 2007». Ad essa hanno partecipato non solo la flotta USA, che ha messo in campo anche due portaerei nucleari, e quelle dei suoi più fidi alleati ad oriente di Israele (Giappone, Australia, Singapore), ma anche – e questo è stato il fatto forse più significativo dal punto di vista politico –, quella dell’India [Ramachandran 2007]. Alla vigilia dell’esercitazione, Abe Shinzo, il nuovo primo ministro giapponese, si era recato in visita ufficiale in India, dove, il 22 agosto, di fronte al parlamento di Nuova Delhi, aveva pronunciato un discorso, a detta degli osservatori, di inusuale chiarezza ed eloquenza, intitolato «La confluenza dei due mari» (un titolo che per un indiano colto ha un simbolismo aggiuntivo, dato che è lo stesso di un’opera scritta dal mistico principe imperiale moghul Dara Shikoh, martire dell’idea del sincretismo e della tolleranza religiosi in India). Nel discorso in questione, Abe, ripetutamente interrotto dagli applausi dei parlamentari indiani, ha parlato dell’«arco di libertà e di prosperità» di cui auspicava la creazione lungo «il bordo esterno (outer rim) del continente eurasiatico» [W/AA 29 agosto 2007, «Shinzo Abe’s Passage to India»].
Come sempre, i fatti hanno parlato a voce più alta delle parole, e ciò che non è stato detto è risultato almeno tanto eloquente di ciò che non lo è stato. Nel discorso di Abe, significativamente, non vi è stato nessun accenno alla Cina. Le esercitazioni navali nella Baia del Bengala, poi, avvenute subito dopo, sono sembrate dare espressione concreta a ciò che non era stato detto. E cioè che l’«arco di libertà e di prosperità» di cui aveva parlato Abe era anche un arco di contenimento nei confronti della Cina.
Da questo punto di vista, la visita di Abe in India e l’esercitazione «Malabar 2007» sembravano una logica continuazione ed espansione di una strategia in divenire da tempo, ma che aveva assunto contorni precisi in occasione della Japan-Australia Joint Declaration on Security Cooperation, siglata a Tokyo il 13 marzo 2007. La «Dichiarazione congiunta» dava contorni definiti ad una serie di accordi raggiunti da Tokyo e Canberra negli anni precedenti nell’ambito dell’intelligence, della sicurezza, della cooperazione marittima e della partecipazione ad una serie di iniziative sponsorizzate dagli USA. La dichiarazione stessa era espressione del conclamato obiettivo perseguito da Abe fin dalla sua elezione a primo ministro, nel settembre 2006, di forgiare una «vasta alleanza di democrazie», che unisse il Giappone agli USA, all’Australia e all’India. Ma che escludesse la Cina (verso la quale, d’altra parte, Abe, dopo le tensioni provocate dal suo predecessore, Koizumi Jun’ichirō, aveva aperto una nuova fase di «engagement»). Si trattava di una visione che coincideva perfettamente con quella del governo australiano, capeggiato da John Howard. Ma che, secondo alcuni analisti, si era concretizzata nella spinta prima alla «Dichiarazione congiunta» e poi all’operazione «Malabar 2007» in seguito all’attivo intervento degli USA. Un intervento che, in maniera palese, aveva trovato espressione nella visita di stato effettuata dal vice presidente americano Dick Cheney nel febbraio 2007 in Giappone e in Australia [Tanter 2007; Tow 2007, spec. § 5].
In effetti, la «Dichiarazione congiunta» segnalava, nell’analisi di Richard Tanter, «un capovolgimento di mezzo secolo di architettura della sicurezza in Asia Orientale», per cui, ad un sistema antisovietico di alleanze bilaterali, dominato dagli USA, ma fra di loro non coordinate, si sostituiva «un nascente sistema di alleanze multilaterali contro la Cina, dominato dagli USA» [Tanter 2007, § 4].
La quasi coincidenza delle esercitazioni in Asia Centrale e nella Baia del Bengala e il loro probabile significato a livello geopolitico non sfuggivano ad una parte della stampa internazionale. «Le esercitazioni Malabar e Missione di pace – scriveva ad esempio «Newsweek International» – fanno pensare al concretarsi di una realtà potenzialmente pericolosa: l’emergere di due campi di sicurezza contrapposti in Asia» [W/N 10 settembre 2007, «Asia’s Dangerous Divide …»].

5. Lo scacchiere estremorientale: il venir meno dell’arco di contenimento anticinese

È interessante notare che la reazione cinese a quella che appariva come una strategia di contenimento nei suoi confronti è stata all’insegna della moderazione. Il primo vero segnale del dispiacere di Pechino per la «Dichiarazione congiunta» nippo-australiana è stato dato solo in aprile. Con l’abituale sottigliezza cinese, tale segnale era contenuto in un articolo del «China Daily» che, nel titolo, evidenziava le rassicurazioni ufficiali del ministro degli Esteri australiano Alexander Downer, secondo cui la «Dichiarazione congiunta» non aveva una valenza anticinese. Il medesimo articolo, però, notava anche che, nella valutazione del prof. Hou Minyue, dell’Australian Studies Centre della East China Normal University di Shanghai, il patto in questione era «un passo avanti verso l’emergere in Asia di un’organizzazione di tipo NATO, guidata dagli USA, chiaramente destinata a crescere fino a diventare la massima minaccia potenziale al contesto di sicurezza regionale della Cina» [W/CD 6 aprile 2007, «Downer: Security Pact Does not Target China»]. Nei mesi seguenti, la diplomazia cinese chiedeva spiegazioni all’Australia, all’India, al Giappone e agli USA sul perché essi ritenessero necessario riunirsi a latere dell’ASEAN Regional Forum di Manila (29 luglio-2 agosto 2007) per discutere una più stretta cooperazione strategica. A questa seguiva una seconda richiesta ufficiale sul perché i primi ministri australiano e giapponese e il presidente americano stessero progettando un dialogo a tre sulla sicurezza in margine alla conferenza APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation), prevista per l’8 settembre a Sydney [Tow 2007, §§ 8-9]. Solo nel caso dell’India, come vedremo nella sezione dedicata allo scacchiere sudasiatico, la politica cinese appariva più incisiva.
In realtà, per una molteplicità di ragioni, la possibilità di sviluppare la politica di contenimento della Cina, inaugurata dalla «Dichiarazione congiunta», era costruita su fondamenta estremamente incerte. Fra queste vi erano la fluidità della situazione domestica in Australia, in Giappone e, in prospettiva, anche negli USA, la forza residua delle correnti antiamericane presenti in India e, da ultimo, ma non certo per importanza, la crescente integrazione economica fra l’economia cinese e quella di ciascuno dei paesi dell’«arco di contenimento». Secondo il prof. William T. Tow dell’Australian National University, «per la prima volta nella propria storia, l’Australia si stava confrontando con una situazione in cui il suo maggior partner economico [cioè la Cina] non coincideva con il suo più importante alleato nel campo della sicurezza [cioè gli USA]». Cosa che, sempre nell’analisi di Tow, era destinata a creare «un difficile e probabilmente intrattabile elemento di schizofrenia e di divisione negli interessi nazionali australiani» [Tow 2007, § 11]. Si trattava di una valutazione che, se pure non esattamente applicabile ai rapporti fra Cina e gli altri paesi dell’«arco di contenimento», era quanto meno una buona indicazione di massima della situazione di fatto che caratterizzava i rapporti bilaterali fra questi ultimi e Pechino.
Nel caso dell’Australia e del Giappone, risolvere la contraddizione insita nella politica di contenimento della Cina è diventato compito dei due governi che, prima della fine dell’anno, si sono sostituiti a quelli firmatari della «Dichiarazione congiunta». Il 12 settembre, al ritorno dal suo trionfale viaggio in India, Abe, indebolito da una serie di scandali, ha improvvisamente rassegnato le proprie dimissioni, venendo sostituito il 25 dello stesso mese da Fukuda Yasuo. In Australia, invece, le elezioni federali del 24 novembre si concludevano con la sconfitta della coalizione di centro-destra guidata da John Howard, precedentemente al potere, e con la vittoria del Labor Party, il cui leader, Kevin Rudd, giurava come primo ministro il successivo 3 dicembre.
In un caso e nell’altro, i due nuovi capi di governo erano noti per i loro legami con la Cina e per l’importanza da entrambi assegnata alla promozione di buoni rapporti con Pechino. Rudd, a lungo ambasciatore in Cina, è l’unico capo di stato occidentale a parlare fluentemente cinese e, già prima delle elezioni, aveva sostenuto la necessità di una politica di buon vicinato con il gigante asiatico, politica radicalmente diversa da quella del governo Howard [Lieggi 2008]; Fukuda, figlio di quel Fukuda Takeo che, come primo ministro, aveva firmato il cruciale trattato di pace e d’amicizia con la Cina nel 1978, ha sempre sostenuto la necessità di promuovere e rafforzare i legami col grande vicino [W/CD 21 novembre 2007, «Sino-Japanese Relations Get a Fillip»]. In un caso come nell’altro, i due nuovi primi ministri erano persone grate alla Cina e, non inaspettatamente, la politica estera da essi promossa è stata sin dall’inizio segnata dall’apertura verso Pechino. Questo sia pure in un quadro complessivo caratterizzato dall’enfasi posta sull’importanza cruciale del mantenimento del rapporto privilegiato con gli USA [Klingner 2007; Rajan 2007; Lieggi 2008].
Nel gennaio 2008, un rapporto degli US Congressional Research Services faceva il punto sulle prospettive della politica estera nel nuovo governo australiano, notando con preoccupazione che la «sfida politica chiave nell’alleanza [degli USA] con l’Australia consisterà, secondo alcuni analisti, nel prevenire questo fido alleato dallo scivolare verso una posizione in cui Canberra veda il suo ruolo come quello di mediatore fra gli Stati Uniti e la Cina, piuttosto che come focalizzato senza ambiguità sull’operare con gli Stati Uniti» [Lieggi 2008, § 12]. Un’analisi che, mutatis mutandis, era applicabile anche all’atteggiamento del Giappone. In questo contesto, anche se né Canberra né Tokyo ripudiavano la «Dichiarazione congiunta», di cui anzi Rudd ribadiva la validità, l’operare concreto delle due diplomazie ne determinavano un’oggettiva perdita d’importanza, soprattutto per quanto riguardava l’elemento di minaccia che essa aveva rappresentato per Pechino. Un’operato concreto – quello delle due diplomazie – che, da parte nipponica, trovava espressione sia nell’incontro fra Fukuda e il suo omologo cinese a Singapore, l’11 novembre, a latere del summit annuale dell’ASEAN, sia nella visita ufficiale di Fukuda in Cina (una visita a cui fonti cinesi attribuivano «grande importanza»), effettuata fra il 27 ed il 30 dicembre [W/X 26 dicembre 2007, «China Attaches Great Importance to Fukuda’s Visit»]. Si trattava di una démarche diplomatica che, pur non risolvendo tutti i problemi sul tappeto (in particolare la questione della spartizione delle risorse energetiche del Mar Cinese Meridionale), segnava un salto qualitativo verso il miglioramento dei rapporti bilaterali.

6. Lo scacchiere estremorientale: dal contenimento all’«engagement»

La politica del contenimento verso la Cina ha quindi dominato la situazione politica sullo scacchiere estremorientale per gran parte del 2007, risolvendosi, come abbiamo visto, in un sostanziale fallimento. Bisogna però tenere conto che la politica cinese dell’attuale amministrazione americana è lungi dall’essere omogenea [Qingguo 2005; Dumbaugh 2006]. In effetti essa ha costantemente oscillato fra il contenimento e quello che, in genere, con un termine inglese non privo di ambiguità semantiche, viene definito «engagement». Fra i molti significati di quest’ultimo termine – significati che variano da «fidanzamento» a «scontro armato» - quello a cui i politici e i politologi americani fanno riferimento in rapporto alla Cina sembra essere quello di «coinvolgimento con qualcuno nel tentativo di comprenderlo». Coerentemente con quest’ultimo significato, la politica dell’engagement è stata formulata da alcuni funzionari del dipartimento di Stato americano fin dal 2005 e predicata sulla necessità di «lavorare cooperativamente con una Cina non democratica, incoraggiando nel contempo Pechino a diventare un azionista responsabile (responsible stakeholder) nel sistema globale» [Dumbaugh 2006]. Nel dicembre 2006, la linea politica dell’engagement ha trovato espressione nell’avvio di un dialogo economico strategico fra USA e Cina, fortemente voluto dal segretario del Tesoro americano Henry Paulson. Da allora contenimento ed engagement hanno convissuto all’interno di una politica americana che è sembrata incapace di decidere in modo netto per una strategia piuttosto che per un’altra.
Non casualmente, quando, per una ragione o per un’altra, una delle due linee strategiche si è trovata in difficoltà, l’altra è emersa (o è riemersa). Ciò è avvenuto anche in occasione della virtuale implosione della politica dell’arco di contenimento. Nel dicembre 2007, infatti, a Pechino si è tenuto il terzo incontro nell’ambito del già ricordato dialogo economico strategico fra Cina e USA. In quell’occasione Henry Paulson ha dichiarato: «Penso che uno dei nostri compiti nell’ambito del dialogo sia di dimostrare perché il commercio sia una cosa positiva, perché il successo economico della Cina sia una cosa positiva per gli USA e perché il successo economico degli USA sia una cosa positiva per la Cina». Nella stessa occasione, il segretario del Tesoro americano ha evidenziato come il rapporto sino-americano sia ormai diventato centrale agli interessi di entrambe le nazioni e cruciale nel mantenere «uno stabile, sicuro e prospero sistema economico globale» [W/PD 13 dicembre 2007, «Dialogue Paving the Way to Win-Win Progress»].
Ci sono pochi dubbi che la politica dell’engagement e il tentativo di coinvolgere la Cina nel ruolo di «azionista responsabile» nel nuovo ordine economico mondiale siano destinati a crescere d’importanza nel corso del 2008.


7. Lo scacchiere sudasiatico: la graduale perdita di autonomia dell’India

Nel corso del 2005-2006, la politica estera indiana è apparsa caratterizzata dalla volontà di perseguire in contemporanea due strategie fra di loro oggettivamente divergenti e tali da escludersi a vicenda: da un lato una strategia volta a promuovere da protagonista la creazione di un mondo multipolare, in oggettiva contrapposizione alla politica egemonica e unipolare degli USA; dall’altro una strategia di contiguità strategica con Washington. Chi scrive, sulla scorta di un’intervista ad un ministro indiano, Mani Shankar Aiyar, aveva notato [AM 2005-2006, p. 160] come si trattasse certamente di una politica che non avrebbe potuto essere seguita in maniera permanente, ma che, altrettanto certamente, sarebbe stata seguita dalla classe dirigente indiana fino a che le circostanze lo avessero reso possibile. E, evidentemente, nel corso del 2007 le possibilità di seguire questa strategia del «doppio forno» (come definita dal giornalista Claudio Landi, con felice richiamo ad un’espressione a suo tempo usata nel contesto italiano da Giulio Andreotti) si sono ridotte in maniera drastica. Tanto drastica, in effetti, che, nel corso dell’anno, quella che l’analista Bhadrakumar ha definito l’«imperscrutabilità» di Nuova Delhi è sembrata ridursi ad una maschera che cela assai malamente l’oggettiva subordinazione dell’India agli interessi strategici americani. Questo anche se, nell’ambito della politica interna indiana, esistono forze importanti che cercano di capovolgere o quanto meno di frenare una politica voluta dal partito del Congresso e, in particolare, da Manmohan Singh, il primo ministro indiano.
L’inglobamento dell’India nella sfera americana è stato perseguito da Washington soprattutto attraverso la sua politica di «seduzione nucleare» nei confronti di Nuova Delhi. Su di essa ci si sofferma in dettaglio sia nel precedente volume di Asia Maior sia in quello presente. In questa sede, quindi, è sufficiente ricordare che, a partire dal 2005, gli USA hanno capovolto la loro tradizionale politica nucleare nei confronti dell’India. L’India, secondo le norme del TNP (quel «Trattato di Non Proliferazione» nucleare che, d’altra parte, Nuova Delhi non ha mai firmato, in quanto da essa ritenuto discriminatorio), non avrebbe titolo né ad avere un armamento atomico, né a condurre test nucleari. Viceversa, Delhi si è data un armamento atomico e, sia nel 1975 sia nel 1998, ha condotto test nucleari. Il risultato della politica nucleare indiana è stato il bando, voluto dagli USA, che impediva a Nuova Delhi di accedere al materiale fissile e alla tecnologia nucleare dei paesi del Nuclear Supplier Group (originariamente costituito proprio quale reazione al primo test nucleare dell’India). Anche quando, nel corso degli anni Novanta, vi è stato il visibile riavvicinamento dell’India agli USA, le pressioni americane perché Nuova Delhi firmasse il TNP e si attenesse alle sue norme sono continuate. Ma, a partire dalla fine del 2003, gli USA sono giunti alla conclusione che l’India era ormai diventata troppo importante a livello internazionale per non tentare di portarla nella propria orbita strategica. La conseguenza è stata che Washington ha capovolto la sua tradizionale politica nucleare, puntando alla realizzazione di un accordo che avrebbe messo l’India in grado di godere di tutti i privilegi degli stati firmatari del TNP. Per aggirare una serie di limitazioni inserite sia nella propria legislazione sia in quella internazionale (dove erano state a loro tempo introdotte per volontà proprio degli USA), l’amministrazione americana ha fatto ricorso all’escamotage della divisione dell’industria nucleare indiana in un settore civile e in uno militare, aprendo al primo i benefici spettanti agli stati firmatari del TNP. Contemporaneamente alla promozione dell’intesa sul nucleare civile, gli USA hanno anche sottoscritto una serie di accordi, destinati ad intensificare la collaborazione sul piano militare fra i due paesi e, di fatto, ad aprire il mercato indiano degli armamenti all’industria americana.

7.1. Il ruolo del Giappone nel coinvolgimento dell’India nella sfera strategica americana

Nello sviluppare la sua strategia di coinvolgimento di Nuova Delhi all’interno della propria orbita strategica, Washington si è anche avvalsa della collaborazione del suo fido alleato estremorientale, il Giappone. In effetti, i rapporti fra Nuova Delhi e Tokyo erano entrati in una fase particolarmente positiva fin dalla visita in India del premier nipponico Koizumi Jun’ichirō nell’aprile 2005, quando era stata firmata una dichiarazione sull'«Orientamento strategico della partnership globale fra Giappone e India in una nuova era asiatica». I risultati concreti di quell'incontro si erano avuti soprattutto in campo economico, ma, da subito, non vi era stato dubbio sulla volontà nipponica di coinvolgere l'India in un rapporto privilegiato anche in campo politico-militare.
Da quest’ultimo punto di vista era chiara la mutua convenienza dell'India e del Giappone a stringere una serie di accordi militari, destinati a proteggere le cruciali vie marittime che attraversano l'Oceano Indiano e il Mar Cinese, il cui tallone d'Achille è lo stretto di Malacca. Ma è anche diventato chiaro che il Giappone stava facendo ogni sforzo per coinvolgere nel dialogo con l’India anche gli USA. Tokyo, cioè, operava come longa manus di Washington, nel tentativo di realizzare l’interoperabilità delle flotte e delle aviazioni dei tre paesi. Si trattava di una strategia che aveva come risvolto politico la costruzione di una struttura trilaterale di controllo sull'intera Asia Orientale, il cui fine precipuo non poteva che essere il contenimento della Cina.
All’inizio della nuova fase dei rapporti indiano-nipponici, Nuova Delhi, per quanto interessata alla collaborazione con il Giappone, era sembrata riluttante a farsi coinvolgere in un accordo militare in funzione anticinese [W/H 14 febbraio 2006 «Perils of three-way security cooperation»]. Ma il rinserrarsi dei rapporti indiano-nipponici era continuato in occasione della visita del primo ministro indiano in Giappone il 13-15 dicembre 2006. In quell’occasione vi era stata la firma di sette importanti protocolli d’intesa e la contemporanea creazione di una task force congiunta, volta a sviluppare i rapporti economici fra i due paesi.
Gli accordi del dicembre 2006 avevano avuto un aspetto sia economico sia militare. Dal punto di vista economico, essi miravano soprattutto a promuovere l’attiva partecipazione di Tokyo alla creazione di un corridoio industriale Delhi-Mumbai, modellato sul corridoio industriale Tokyo-Osaka. Il progetto prevedeva la costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità fra Delhi e Mumbai (cioè fra la capitale politica e quella economica dell’India), una nuova linea elettrica con 4.000 MW di potenza, tre nuovi porti e sei nuovi aeroporti. L’India, inoltre, sempre con l’aiuto del Giappone, si proponeva di creare, lungo il corridoio, 12 nuovi distretti industriali e una serie di poli di sviluppo agricolo [W/AT 20 aprile 2007, « India's $50bn Corridor of Opportunity»].
In cambio di un piano economico così ambizioso, il Giappone aveva chiesto come contropartita a livello militare un crescente coordinamento delle rispettive flotte, insistendo anche perché tale collaborazione trovasse una prima espressione concreta in un’esercitazione congiunta, allargata anche alla marina americana. Al di là delle dichiarazioni distensive (secondo cui l’esercitazione non era rivolta contro nessun paese terzo), era chiaro come l’intera operazione fosse stata concepita sia per intimidire la Cina sia per compromettere l’India in un rapporto militare privilegiato con il Giappone e con gli USA. Si trattava di un’alleanza che, già allora, negli auspici del vice presidente americano Dick Cheney, avrebbe dovuto diventare «quadrilaterale», coinvolgendo anche l’Australia [Woreck 2007, § 4].
L’operazione navale USA-India-Giappone era stata effettivamente tenuta al largo della penisola di Boso, nel Giappone centrale, il 16 aprile 2007, con l’apporto di tre navi da guerra indiane. Ma, in quell’occasione, l’India era riuscita a far sì che la sua partecipazione non potesse essere interpretata come un suo inglobamento nella sfera strategica americana. Questo per la semplice ragione che, contemporaneamente all’esercitazione di Boso, due navi lanciamissili indiane avevano partecipato ad un’esercitazione di cinque giorni nel Mar Giallo insieme alla flotta cinese. Come se non bastasse, tutte e cinque le navi da guerra indiane avevano poi preso parte ad un’esercitazione «anti-terrorismo», tenutasi nel Mar del Giappone alla fine di aprile, in collaborazione con la flotta russa [Woreck 2007, § 8].
Ancora fra aprile e settembre, quindi, la politica estera indiana poteva apparire in equilibrio fra le esigenze contrapposte delle due diverse strategie – qualla multipolare e quella filoamericana – seguite dalla dirigenza indiana. Ma, a settembre, dopo la già ricordata visita di Abe a Delhi, l’attuazione dell’operazione «Malabar 2007» nella Baia del Bengala, di dimensioni e di importanza strategica ben maggiori di quella di Boso, contribuiva a chiarire la reale posizione dell’India [Maitra 2007; Ahmad 2007]. Non a caso, a livello interno, l’esercitazione nella Baia del Bengala diventava motivo di massicce dimostrazioni di protesta, organizzate da quegli stessi partiti di Sinistra il cui appoggio era indispensabile alla sopravvivenza del governo Singh.

7.2. La reazione della Cina al progressivo inglobamento dell’India nell’orbita strategica americana

Il processo di graduale integrazione dell’India nell’orbita strategica americana – avviato dall’inizio della démarche sugli accordi nucleari e rafforzato dall’evoluzione dei rapporti soprattutto militari col Giappone – era stato seguito con attenzione dalla Cina, timorosa che l’allineamento dell’India sulle posizioni di Washington si risolvesse in funzione anticinese. Questa preoccupazione aveva trovato espressione nella decisione del governo di Pechino di commissionare uno studio sui rapporti indiano-cinesi ad un gruppo di esperti. Tale decisione era stata presa verso la metà del 2005, cioè subito dopo quella visita a Nuova Delhi da parte del segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, che aveva avviato il tentativo di «seduzione nucleare» dell’India. I risultati dello studio in questione erano rimasti confidenziali, ma, almeno nei tratti essenziali, erano poi stati fatti filtrare sulla stampa cinese e perfino su quella indiana (attraverso un’intervista rilasciata dall’esperto cinese di problemi indiani Wang Yiwei al quotidiano «The Asian Age») [W/AA 25 luglio 2007, «Helping U.S. May Derail Border Talks»].
In sostanza, il rapporto consigliava alla dirigenza cinese di mantenere la propria superiorità strategica, diplomatica ed economica nei confronti dell’India, piuttosto che accettare quest’ultima su un piano di parità. Fra i corollari di tale raccomandazione vi era quello di operare, sia pure con le cautele del caso, per escludere l’India sia dal club dei membri permanenti con diritto di veto del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sia da quello delle potenze nucleari riconosciute. Infine, un altro corollario era quello di mantenere aperta la questione della delimitazione dei confini fra i due paesi, tenendo l’India in una situazione di continua tensione e d’allarme.
E ciò è esattamente quello che è avvenuto, soprattutto per quanto riguarda la questione dei confini. Ad essere degno di nota è il fatto che, in passato, le crisi legate a tale problema erano state quasi immancabilmente il risultato di più o meno improvvide iniziative da parte di Nuova Delhi. Nel periodo successivo al 2005, non vi è invece dubbio che la responsabilità del riaccendersi del problema dei confini sia stato frutto di iniziative da parte cinese.
La prima è stata la dichiarazione rilasciata il 13 novembre 2006 da Sun Yuxi, l’ambasciatore cinese a Delhi, nel corso di un’intervista ad una televisione privata indiana. In tale dichiarazione, l’ambasciatore Sun rivendicava il piccolo stato indiano settentrionale dell’Arunachal Pradesh come parte integrante del territorio cinese [AM 2005-2006, p. 179, dove, per errore, il nome dello stato era indicato come «Himachal Pradesh»].
Vero è che, subito dopo, l’importanza della presa di posizione di Sun era apparsa essere ridimensionata da una serie di affermazioni distensiva fatte in proposito dal presidente cinese Hu Jintao, nel corso della sua visita ufficiale in India, svoltasi circa una settimana dopo le dichiarazioni dell’ambasciatore Sun [AM 2005-2006, pp. 178-179]. Ciò nonostante, nei mesi successivi, le questioni di confine fra Cina e India si erano fatte sempre più ingarbugliate. Mentre gli incontri volti a delimitare la frontiera continuavano a non produrre altro che dichiarazioni sulla positività di continuare il negoziato, la Cina si rendeva responsabile di prese di posizione tali da allarmare l’India. Così, nel maggio 2007, la Cina rifiutava il visto d’ingresso ad un funzionario indiano dell’Arunachal Pradesh e, nell’agosto successivo, Pechino chiedeva lo smantellamento di due vecchie casematte costruite dall’esercito indiano nel Sikkim indiano, asserendo che si trattava di territorio cinese (una pretesa che era un passo indietro rispetto al riconoscimento implicito del Sikkim come parte integrante dell’India, fatto dalla Cina nel 2003). Ma, ancora prima di quest’ultimo sviluppo, vi era stata una presa di posizione ufficiale da parte cinese perfino più allarmante. Nel giugno 2007, infatti, il ministro degli Esteri cinese, Yang Jiechi, non solo aveva esplicitamente rinnovato le pretese cinesi sullo stato indiano dell’Arunachal Pradesh, ma aveva dichiarato alla sua controparte indiana, Pranab Mukherjee, che «la mera presenza di aree popolate nell’Arunachal Pradesh non avrebbe avuto nessuna rilevanza sulle richieste cinesi per quanto riguardava il confine.» In altre parole, secondo Yang, il fatto che l’Arunachal Pradesh fosse abitato da popolazione indiana non invalidava i supposti diritti cinesi sullo stato in questione [Malik 2007, §§ 6-8, 33].
Si era trattato di una dichiarazione tanto più preoccupante in quanto contraria ad un passaggio dell’«Accordo sui parametri politici» firmato a Nuova Delhi, nell’aprile 2005, dal primo ministro cinese Wen Jiabao e dal suo omologo indiano. In effetti, l’articolo 7 dell’accordo recitava: «Nel raggiungere un accordo sulla frontiera, le due parti dovranno salvaguardare le popolazioni nelle aree di confine» [Malik 2007, § 33].
Si trattava di un’involuzione nei rapporti fra i due giganti asiatici abbastanza preoccupante per richiamare la dirigenza indiana alla necessità di venire incontro ai timori che, evidentemente, erano alla base della nuova aggressività dimostrata da Pechino sulla questione dei confini. Il risultato è stato l’organizzazione di un viaggio ufficiale a Pechino da parte della presidente del Congresso, cioè della persona che, in India, è il vero potere dietro al trono del primo ministro Manmohan Singh.
L’iniziativa di Nuova Delhi era accolta con evidente soddisfazione da parte della dirigenza cinese. Non a caso, il 24 e il 25 settembre, alla vigilia della visita di Sonia Gandhi, l’ennesima riunione dei rappresentanti speciali sulla questione dei confini veniva presentata in un comunicato congiunto dei due ministri degli Esteri, Pranab Mukherjee e Yang Jiechi, come una svolta importante nei negoziati in corso [W/H 26 ottobre 2007, «India, China Making Progress…»]. Al suo arrivo, poi, Sonia Gandhi veniva accolta con estrema cordialità dalla nuova dirigenza cinese, appena uscita dal congresso nazionale del Partito Comunista. Al di là della cortesia formale, era però chiaro il permanere dei motivi di dissenso e dei reciproci timori che continuavano a caratterizzare i rapporti fra i due giganti. Dal canto suo, Sonia Gandhi, in una serie di dichiarazioni ma, soprattutto, in un lungo discorso fatto il 27 ottobre all’Università di Tsinghua, pur ammettendo il sussistere di tali problemi, si sforzava di presentarli come qualcosa di naturale e di risolvibile attraverso la reciproca buona volontà. «Possiamo avere visioni differenti e differenti prospettive sia sui rapporti bilaterali sia sui problemi globali», aveva ricordato la presidente del Congresso. E aveva continuato affermando: «Questo è solo naturale. Non ho dubbi, tuttavia, che non ci sia problema che non possa essere risolto attraverso un dialogo e una discussione che siano liberi e franchi» [Gandhi 2007, § 15]. Non era, ovviamente, la soluzione dei problemi reciproci, ma, quanto meno, era un tentativo nel complesso serio di limitarne la potenziale dannosità, rilanciando un clima di fiducia reciproca.

7.3. L’allontanamento dell’India dall’Iran

Sempre nel corso del 2007, diventava gradualmente sempre più chiaro come la necessità per l’India di privilegiare il rapporto con gli USA si stesse traducendo nel suo allontanamento da un altro alleato tradizionale, cioè l’Iran. Prima dell’inizio della trattativa nucleare indiano-americana nel 2005, i rapporti fra India e Iran erano stati basati sia su una comunanza di interessi strategici, che aveva portato i due governi a collaborare in Afghanistan in supporto dell’Alleanza del Nord ben prima dell’11 settembre 2001, sia sulla complementarietà delle economie. In particolare, l’Iran è da tempo uno dei principali fornitori di idrocarburi all’India.
Ciò nonostante, la pressione americana esercitata sull’India in occasione delle trattative sul nucleare civile ha incominciato a farsi sentire fin dal 2005. Non è che negli accordi discussi e siglati da Nuova Delhi e da Washington ci fossero precisi impegni, tali da costringere l’India ad accodarsi alla politica americana di contenimento dell’Iran; tali condizionamenti, tuttavia, esistevano nei fatti e, appunto dai fatti, sono stati dimostrati.
In effetti, già il 22 settembre 2005 e il 4 febbraio 2006, in occasione delle discussioni in sede IAEA (International Atomic Energy Agency) sull’opportunità di procedere sulla strada che portava all’imposizione di sanzioni all’Iran, per la sua asserita mancanza di trasparenza nel programma nucleare, l’India si era espressa contro Teheran. L’India, cioè, aveva votato in palese contraddizione con quella che, in proposito, era sempre stata la sua posizione ufficiale: cioè che Teheran, nell’ambito delle norme imposte dal TNP (trattato di cui l’Iran, a differenza dell’India, è un firmatario), avesse tutto il diritto a procedere sulla strada dell’arricchimento dell’uranio per fini civili.
Vero è che, a qualche giorno di distanza dal primo voto, Manmohan Singh, in una dichiarazione «suo motu» al parlamento indiano, aveva affermato che il voto dell’India «non rappresenta[sse] in alcun modo un appannamento nelle relazioni tradizionalmente strette e amichevoli che l’India [aveva] il privilegio di godere con l’Iran» [Singh 2006]. Un’affermazione che era stata ripetuta quasi parola per parola da un portavoce del ministero degli Esteri subito dopo il secondo voto [W/H 5 febbraio 2006, «India Backs Resolution»]. E, in entrambi i casi, l’affermazione fatta era stata giustificata con la tesi che il voto contrario all’Iran fosse stato il prezzo che l’India aveva pagato per «ammorbidire» le decisioni adottate in sede IAEA contro Teheran. Si trattava di spiegazioni assai poco convincenti, la cui veridicità, in ogni caso, doveva essere smentita, indirettamente ma inconfutabilmente, a circa un anno di distanza dal secondo voto. In occasione di una conferenza tenuta a Delhi il 15 febbraio 2007, infatti, Stephen G. Rademaker – un ex alto funzionario del dipartimento di Stato americano, che aveva preso parte alle trattative con l’India sull’accordo nucleare – parlando dei due voti dell’India in sede IAEA contro l’Iran aveva testualmente affermato: «Sono il primo ad ammettere che i voti sono stati frutto di coercizione» [W/H 16 febbraio 2007, «India's Anti-Iran Votes Were Coerced, Says Former U.S. Official»].
Anche senza l’incauta affermazione di Rademaker, in entrambi i casi, le spiegazioni date da Nuova Delhi erano state accolte con evidente scetticismo e ira da Teheran. Tuttavia, tale ira non si era tradotta nell’adozione di misure di rappresaglia, per ragioni abbastanza evidenti. Nuova Delhi, qualsiasi siano le posizioni da essa prese in sede IAEA, continua ad essere uno dei principali acquirenti degli idrocarburi iraniani, e mentre l’India potrebbe difficilmente fare a meno di essi, analogamente l’Iran non potrebbe rinunciare a cuor leggero ai proventi da essi derivanti. Si trattava di una situazione in cui né Iran né India avevano un interesse reale a forzare uno scontro frontale, che, necessariamente, avrebbe comportato costi pesanti per entrambe le parti. Ma vi era una questione, concernente lo stato non dei rapporti presenti ma di quelli futuri, su cui si poteva misurare la situazione effettiva dei rapporti fra i due paesi. Da oltre dieci anni, ormai, Iran, Pakistan e India stanno discutendo la costruzione di un gigantesco gasdotto che dovrebbe trasportare il metano liquefatto iraniano all’India, via Pakistan, e che, nella versione più ambiziosa del progetto, dovrebbe continuare fino alla Cina centrale. Si trattava anche di un progetto che, alla vigilia dell’inizio delle trattative nucleari fra India e USA, era in fase avanzata di studio. Era, infine, un progetto contro la cui realizzazione non solo si erano apertamente pronunciati gli USA, ma il cui fallimento era uno dei dichiarati obiettivi politici dell’accordo indiano-americano sul nucleare civile.
Formalmente, il gasdotto IPI (Iran-Pakistan-India) o «della pace» (in quanto, se realizzato, avrebbe rappresentato una cruciale svolta per il meglio nei rapporti India-Pakistan) era andato avanti, senza che da parte indiana vi fosse nessun impegno concreto a sospenderne l’attuazione. Nel corso del 2006, però, i segnali che la pressione americana si stesse facendo sentire anche in questo settore erano diventati evidenti, attraverso la rimozione in un caso e l’emarginazione in un altro dei due principali promotori del gasdotto in seno al governo indiano: Natwar Singh e Mani Shankar Aiyar [AM 2005-2006, pp. 167-171]. Nel corso del 2007, poi, attraverso l’utilizzo di una serie di pretesti di tipo tecnico, l’India, pur senza rinunciare formalmente al progetto, dava l’impressione di prendere sempre più le distanze da esso. Un atteggiamento che, a quanto pare, era favorito anche dalle recenti scoperte nel bacino del Krishna-Godavari, nel Sud dell’India, di vaste riserve di metano il cui sfruttamento dovrebbe diventare operativo in tempi brevi grazie al colosso indiano Radiance [Srivastava 2007, § 7].
La situazione, in effetti, raggiungeva un punto tale per cui, a dicembre, gli altri due partner principali del progetto IPI (a cui, in prospettiva, sembrava ora disposta ad aggiungersi, non solo come esecutore ma anche come finanziatore, Gazprom, la compagnia di stato Russa) segnalavano, al di là di ogni possibile dubbio, la volontà di procedere anche senza l’India. A novembre, il viceministro iraninano incaricato della questione del gasdotto IPI, l’Hajatollah Ganimifard, dichiarava che il contratto per l’avvio dei lavori sarebbe stato firmato a dicembre da Iran e Pakistan, «senza un terzo partner». Già in quella fase, incomiciava a prendere forma il progetto di convogliare il metano che avrebbe dovuto essere destinato all’India direttamente alla Cina, attraverso il Pakistan [Srivastava 2007, §§ 3, 4].

7.4. Il rinserrarsi dei rapporti fra India e Israele e l’ulteriore allontanamento dall’Iran

Nel caso dei rapporti fra India e Giappone, è legittima la tesi che l’iniziativa nel promuoverli – e, soprattutto, nel promuoverne la dimensione strategico-militare – fosse stata presa non tanto dall’India, quanto dal Giappone. È anche credibile la tesi che il tentativo di trasformare il rapporto da bilaterale in trilaterale, con l’inclusione degli USA, fosse stato fatto non solo con la previa conoscenza di Washington, ma su indicazione della stessa amministrazione americana. Contemporaneamente, però, vi è stato lo svilupparsi di un altro rapporto strategico da parte dell’India con un altro degli alleati chiave di Washington, Israele. In questo caso, l’iniziativa è indubbiamente partita dall’India che, fin dal 1991, aveva visto l’avvicinamento ad Israele come il primo passo necessario per riorentare la politica estera di Delhi in senso filoamericano. Da allora i rapporti fra il piccolo ma potente paese mediterraneo e il gigante sudasiatico si sono fatti sempre più stretti e più proficui. In questi ultimi anni, l’India è diventata il maggiore cliente di Israele nell’acquisto di armi, tanto che, fra il 2000 ed il 2006 ha comprato sistemi d’arma e armamenti per un valore complessivo di circa 7 miliardi di dollari USA [Bidwai 2008, § 18]. In effetti, la controprova dell’intimità raggiunta nei rapporti fra Israele e India è data dal fatto che Nuova Delhi ha silenziosamente ma inequivocabilmente abbandonato le posizioni a favore dei palestinesi, storicamente mantenute dalla Repubblica indiana fin dalla sua fondazione.
Nelle prime settimane del 2008, poi, vi è stato un ulteriore passo nella collaborazione israelo-indiana; un passo che ha avuto l’effetto di allargare il solco che, sempre più visibilmente, si sta formando fra Teheran e Nuova Delhi. A metà gennaio, infatti, dopo preparativi condotti nella più assoluta segretezza, l’India ha messo in orbita un satellite israeliano che, come è risultato al di là di ogni dubbio, è un satellite spia, destinato principalmente a tenere sotto ossservazione l’Iran. Ancora una volta, la reazione di Teheran è stata sostanzialmente limitata dalla necessità di continuare a mantenere gli esistenti scambi con l’India. Ma sul fatto che sia stata una reazione d’ira e di sdegno – anche se per ora ira e sdegno impotenti – non ci sono dubbi [Bidwai 2008, §§ 1, 3, 5-8].


8. Lo scacchiere sud-occidentale: la (non assoluta) «solitudine strategica» dell’Iran

Quanto abbiamo appena detto a proposito dei rapporti fra India e Iran porta ora a focalizzare la nostra attenzione sul settore sud-occidentale dell’Asia Maior, cioè appunto sull’Iran. Molti analisti hanno parlato del complesso di «solitudine strategica» coltivato dall’Iran. Un complesso che sembra avvalorato da quanto abbiamo fin qui detto, prima accennando alla rinuncia del Giappone allo sviluppo dei campi petroliferi iraniani di Azadegan e poi parlando della situazione sia nel settore centroasiatico sia in quello sudasiatico. Come si è visto, la richiesta dell’Iran di entrare a far parte a pieno titolo della SCO (il che gli avrebbe garantito una protezione strategica di tutto rispetto nei confronti di USA e Israele) non è stata accolta; inoltre, come si è appena detto, vi è stato un deteriorasi dei rapporti con l’India. Infine bisogna anche accennare, sia pure di sfuggita, al fatto che, sulla questione del programma nucleare, l’appoggio all’Iran sia della Russia sia della Cina, se pure non è stato del tutto assente, si è però dimostrato, nel complesso, piuttosto tiepido e non privo di ambiguità. Ciò nonostante, nel periodo conclusivo del 2007 la «solitudine strategica» dell’Iran sembrava più apparente che reale.
In primo luogo il paradossale risultato della mal concepita e peggio eseguita politica americana in Iraq è stato quello di favorire la crescita di influenza di Teheran in quel paese. Ma il vero motivo che rende la «solitudine strategica» dell’Iran un’etichetta sempre meno corrispondente alla realtà è stata l’evoluzione dei rapporti fra Teheran e Mosca nel corso del 2007. In effetti, nel marzo 2007, RosAtom, l’Agenzia federale russa per l’energia atomica che collaborava alla messa in opera della centrale atomica iraniana di Bushehr (che dovrebbe diventare operativa nel 2008), aveva annunciato un ritardo nel completamento dei lavori, dovuto a mancati pagamenti da parte dell’Iran. Da quel momento, i rapporti fra Russia e Iran erano sembrati entrare in un periodo di crescente difficoltà, tanto più che le autorità iraniane avevano sostenuto che il rallentamento dei lavori fosse dovuto non ad un ritardo nei pagamenti (che, a loro dire, erano stati fatti regolarmente), bensì ad un cedimento russo alle pressioni occidentali.
Nel corso dell’anno, però, l’interazione diplomatica fra Russia e Iran non è cessata e, a metà ottobre, ha portato ad una svolta positiva importante nei rapporti fra i due paesi. Tale svolta è diventata visibile in occasione del «summit del Caspio» del 16 ottobre a Teheran, a cui hanno partecipato i cinque stati che si affacciano su quel mare. Fra le decisioni prese dal summit vi è stato l’impegno dei partecipanti a non lasciar usare a nessuno stato esterno alla regione il proprio territorio come base per l’attacco nei confronti di un altro stato del Caspio. Si è trattato di una clausola che, evidentemente, mira a tutelare l’Iran in caso di un’aggressione da parte degli USA [W/NCA 17 ottobre 2007, «Tehran Summit Unites Caspian States on Major Issues»].
Per certi versi più importante è stato il fatto che, nel corso del summit e in margine ad esso, Russia e Iran abbiano risolto i loro problemi sulla questione di Bushehr. A ciò è seguito il pubblico impegno da parte della Russia di completare la centrale nucleare nei tempi prestabiliti e ad iniziare la consegna di combustibile nucleare a Busheher a partire da tre mesi prima dell’inizio del funzionamento della centrale [W/BBC §§ 2-3]. Un impegno che Mosca ha onorato con la consegna, il 17 dicembre, di una prima quantità di combustibile nucleare [Bhadrakumar 2007d, § 3].
Sempre a margine del summit, Vladimir Putin e il suo omologo iraniano, Mahmud Ahmadinejad, hanno raggiunto un’intesa di massima sulla partecipazione delle compagnie russe nello sviluppo dei giacimenti di idrocarburi iraniani, compresi i campi metaniferi di South Pars, punto di partenza del gasdotto IPI [W/RO 17 ottobre 2007, «BBC Monitoring Caspian See Summit Briefing …» § 6].
A giudizio di alcuni analisti, questo accordo non è che il primo passo verso la realizzazione di una stretta intesa fra Russia e Iran, nell’ambito della produzione e della vendita degli idrocarburi. Si stima che i due paesi controllino complessivamente il 20% circa delle riserve petrolifere mondiali e poco meno della metà delle riserve di metano. Un’intesa fra di loro creerebbe quindi un cartello di dimensioni mondiali, mettendo al riparo la Russia dalla potenziale concorrenza iraniana e l’Iran da un possibile blocco da parte dell’Occidente. Già in occasione del summit è circolata notizia che la Russia avesse intenzione di includere l’Iran in una sorta di cartello per l’esportazione del metano sotto il proprio controllo [Socor 2007, §§ 2,3]. Nei mesi successivi, inoltre, i ministri degli Esteri dei due paesi, Sergei Lavrov e Manouchehr Mottaki, si sono incontrati più volte, discutendo fra l’altro la creazione di una compagnia congiunta russo-iraniana, destinata a gestire la ricerca, l’estrazione e la commercializzazione degli idrocarburi dei due paesi [Bhadrakumar 2007d, §§ 1, 2, 44].


Desidero ringraziare Elisa Giunchi per aver letto, commentata e corretta la prima versione di questo scritto. Ovviamente è appena il caso di dire che la responsabilità per ogni rimanente imperfezione o errore è solo mia.



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