Indonesia
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AM 2007/ L'INDONESIA: DIFFICOLTÀ E SUCCESSI DI UNA DEMOCRAZIA LAICA NEL PIÙ POPOLOSO PAESE MUSULMANO DEL MONDO

 

Nel 2007 il presidente indonesiano Susilo Bambang Yudhoyono conseguiva alcuni significativi successi. Insediatosi il 20 ottobre 2004 dopo una netta vittoria nelle elezioni presidenziali del settembre (ma senza avere una solida maggioranza parlamentare poiché il suo partito, il Partai Demokrat, contava solo sul 7,5% dei suffragi), Yudhoyono era ben presto riuscito a consolidare il proprio governo di coalizione ricevendo soprattutto l’appoggio del GOLKAR, la formazione politica erede del regime di Suharto che, con il 22% dei voti, godeva nel nuovo parlamento della maggioranza relativa [AM 2005-2006, pp. 311-14]. Il GOLKAR, infatti, mettendo fine all’alleanza con il Partai Demokrat Indonesia-Perjuangan (PDI-P, il Partito democratico di Megawati Sukarnoputri) diventava il principale sostegno di un esecutivo che aveva in un primo momento osteggiato. Regista di questo nuovo corso era stato il vice presidente Jusuf Kalla che conquistando la leadership del GOLKAR nel congresso tenutosi nel dicembre 2004 si era rafforzato rispetto allo stesso Yudhoyono, inaugurando al vertice del sistema politico indonesiano una sorta di «duumvirato»

 
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AM2005-06/ L’INDONESIA DI YUDHOYONO

 

Il nuovo presidente indonesiano, l’ex generale Susilo Bambang Yudhoyono, nell’aprile del 2004 aveva conseguito un risultato lusinghiero nelle elezioni parlamentari quando si era presentato con un proprio partito, il Partai Demokrat, che aveva conquistato il 7,45% dei voti e 56 seggi (cioè il 10,4% dei 550 posti della Camera dei rappresentanti, Dewan Perwakilan Rakyat). Soprattutto, Yudhoyono si era poi imposto nel ballottaggio alle successive elezioni presidenziali sconfiggendo Megawati Sukarnoputri, la presidente uscente e leader del Partai Demokrasi Indonesia-Perjuangan (PDI-P, il Partito democratico di lotta che aveva animato negli anni ’90 l’opposizione al regime del dittatore Suharto) [FEER 30 settembre 2004, pp. 14-18]. Entrato in politica nel 1999, Yudhoyono aveva occupato vari incarichi ministeriali fino al marzo del 2004, quando si era dimesso dal governo di Megawati per poter partecipare direttamente alla lunga campagna elettorale di quell’anno. In quei mesi, pur non disponendo di un forte apparato di partito alle spalle, l’ex generale era riuscito sorprendentemente a imporsi coniugando le istanze di stabilità e di crescita economica e l’esigenza di riforma espressa da vari ambiti della società indonesiana. Il nuovo presidente, pragmatico e moderato ma non esente da tratti populisti, anche se aveva fatto una buona carriera militare non poteva essere ritenuto veramente un membro del vertice delle forze armate né, peraltro, un tipico rappresentante dell’élite al potere nell’Indonesia di Suharto. La straordinaria affermazione elettorale del 2004, comunque, non poteva celare la fragilità del nuovo esecutivo, costretto nei primi mesi di vita a cercare una maggioranza parlamentare disposta a sostenerlo. Le riforme istituzionali degli ultimi anni, infatti, avevano predisposto la formazione di governi «del presidente», ma con l’avallo dei partiti. L’esecutivo doveva dunque ottenere la fiducia del Parlamento: un compito che per Yudhoyono si sarebbe rivelato arduo senza il sostegno dei partiti più rappresentativi. Alla vigilia delle elezioni presidenziali, però, le tre principali formazioni politiche del paese – il GOLKAR, erede del regime di Suharto, il PDI-P e l’islamico Partai Persatuan Pembangunan, Partito unitario dello sviluppo (PPP) – avevano dato vita a una «coalizione nazionale» schierandosi contro l’ex generale e sostenendo la candidatura di Megawati. Yudhoyono e il suo vice Jusuf Kalla (un uomo d’affari di Sulawesi, di etnia bugi ed esponente di spicco del GOLKAR, anche se messo in disparte) avevano creato una «coalizione popolare» ottenendo l’appoggio, oltre che del Partai Demokrat, di alcune formazioni minori come il Partito del risveglio nazionale, Partai Kebangkitan Bangsa (PKB), legato al movimento dei musulmani tradizionalisti Nadhlatul Ulama, e il Partai Amanat Nasional, il Partito del mandato nazionale vicino agli ambienti islamici modernisti. La coalizione che sosteneva Yudhoyono, pur rappresentando solo un quarto del voto parlamentare, si imponeva sorprendentemente nel ballottaggio di settembre sconfiggendo Megawati. Il nuovo presidente si insediava godendo dunque di un mandato popolare straordinario, ma senza avere la fiducia di una solida maggioranza parlamentare. Un ulteriore fattore di instabilità era rappresentato dal carattere eterogeneo della coalizione di governo, soprattutto per la presenza di numerosi partiti islamici minori e per la relativa mobilità di formazioni politiche che per opportunismo transitavano da uno schieramento all’altro. In ogni caso, a distanza di poche settimane dalla sua nascita l’esecutivo si consolidava in termini sostanziali per il convergere di più fattori favorevoli. Questa svolta, in particolare, era dovuta alla vittoria di Jusuf Kalla al congresso del GOLKAR, nel dicembre 2004, quando il vice presidente (con l’impiego di mezzi anche assai spregiudicati) riusciva a mutare la strategia politica del suo partito. Kalla affossava la coalizione con il PDI-P (che veniva relegato all’opposizione) e trasformava il GOLKAR nel principale sostegno del governo; con questa operazione il vice presidente diventava leader del principale partito presente in Parlamento, collocandosi in una posizione che lo rafforzava considerevolmente anche rispetto allo stesso Yudhoyono. Si inaugurava dunque una sorta di duumvirato destinato probabilmente a condizionare la vita politica indonesiana per i prossimi anni. In questo nuovo assetto di potere il presidente si assicurava il ruolo di chi indica e garantisce le scelte di medio e lungo termine mentre a Kalla erano lasciate le decisioni politiche quotidiane e soprattutto la gestione concreta dell’economia [Liddle]. Per queste ragioni durante il 2006 si moltiplicavano le voci sulle ambizioni di Kalla, ritenuto un potenziale candidato alle elezioni presidenziali del 2009 in contrapposizione allo stesso Yudhoyono; tuttavia, alla fine di settembre lo stesso vice presidente smentiva questa ipotesi, sostenendo che difficilmente un esponente politico non giavanese avrebbe potuto imporsi in una competizione nazionale [EIU, 2006, C.R. IV, p. 13]. Il consolidamento politico di Yudhoyono, comunque, sembrava connesso anche ad altri fattori, quale la crescente deriva interna di alcune formazioni di ispirazione islamica, come il PKB e il Partai Amanat Nasional. Questi partiti, lacerati da divisioni che avevano dato luogo a vere scissioni, perdevano infatti progressivamente vigore e capacità di incidere negli equilibri politici e di condizionare l’azione del nuovo presidente [EIU, 2005, C.R. IV, p. 14]. Soprattutto, forse, vi era anche il sostegno (o la benevola neutralità) delle forze armate. I militari indonesiani, fondamento dello stato e spina dorsale del regime di Suharto, per un lungo periodo – dalla metà degli anni ’60 alla fine del XX secolo – hanno esercitato il diritto di interferire nella sfera degli affari civili. Un diritto che in virtù della cosiddetta dwifungsi, la cosiddetta «doppia funzione», assicurava alle forze armate il controllo dei gangli vitali del paese: i militari e in particolare gli ufficiali superiori ricoprivano incarichi politici, erano responsabili di istituti culturali e sociali, facevano parte di consigli di amministrazione, guidavano enti statali, province e distretti. Infine, ma non ultimo per importanza, l’apparato militare controllava direttamente ingenti interessi finanziari e industriali. Con la caduta di Suharto, nel 1998, le forze armate abbandonavano ufficialmente la dottrina della «doppia funzione», sostituendola con quella del cosiddetto «nuovo paradigma» secondo la quale i militari dovevano occuparsi in primo luogo della difesa esterna e dell’unità nazionale. Nel contesto delle riforme istituzionali varate nei primi anni del XXI secolo, le forze armate perdevano la cospicua rappresentanza parlamentare che era loro assicurata e troncavano le relazioni privilegiate con il GOLKAR, che fino ad allora era il partito del regime. Queste trasformazioni, comunque, non avevano ridotto né l’influenza politica dei comandi territoriali (che continuavano a controllare gli apparati civili), né il rilievo degli interessi economici e finanziari controllati dai militari. Peraltro, dal 1999 in poi nessun governo era riuscito a varare riforme che fossero in grado di confinare davvero i soldati nelle caserme sancendo il ruolo preminente delle autorità civili. Yudhoyono, in virtù della sua esperienza nei ranghi delle forze armate, si rendeva ben accetto dalla leadership militare con cui riusciva a convivere rispettandone le esigenze e non interferendo sul funzionamento degli apparati. In cambio otteneva fiducia politica e sostegno al progetto di sviluppo della democrazia. Il consolidamento di Yudhoyono, soprattutto, sembrava connesso ai primi successi dell’esecutivo, dall’esito positivo delle elezioni amministrative locali alla sostanzialmente buona gestione dell’economia; concorrevano poi a rinsaldare la posizione del presidente anche la capacità dimostrata dal Governo nell’affrontare vere situazioni di emergenza, come la minaccia del terrorismo islamico e le conseguenze della formidabile e devastante onda di maremoto che il 26 dicembre 2004 aveva colpito le regioni nord-occidentali di Sumatra e in particolare la provincia dell’Aceh.

 

 

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