Kazakistan
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AM2007/TRA L’«AQUILA», L’«ORSO» E IL «DRAGONE»: SVILUPPI INTERNI E DIRETTRICI GEOPOLITICHE DEL KAZAKISTAN POST-SOVIETICO

 

Gli sviluppi economici, politici e geopolitici che hanno contrassegnato il Kazakistan del dopo-indipendenza, ed in particolar modo quelli del biennio che prendiamo qui in considerazione: 2005-2006, consentono di ragionare su almeno due questioni importanti che riguardano le trasformazioni e le cesure intervenute nel funzionamento del sistema politico-economico internazionale a partire dai primi anni Settanta. Innanzitutto, il Kazakistan può essere considerato per molti versi paradigmatico degli effetti prodotti dalle politiche di «neoliberalizzazione» [Harvey 2005] nel mondo al di fuori dell’Occidente e nella fattispecie nell’area ex-sovietica cosiddetta in transizione; nonché della contraddittorietà delle basi ideologiche sulle quali si è fondato, sin dal secondo dopoguerra, il progetto americano di espansione egemonica alla scala globale, in particolar modo il principio dell’esportazione della democrazia. In secondo luogo, la repubblica centro-asiatica ex-sovietica è stata una protagonista della cosiddetta «geopolitica degli oleodotti» caspico/centro-asiatica, nel quadro di quella più ampia contesa russo-statunitense che dai primi anni Novanta al periodo qui in esame ha vissuto fasi alterne e diversamente connotate. In quest’ambito, l’arena kazaka si è dimostrata molto indicativa della fluidità delle configurazioni geopolitiche che hanno interessato la regione «eurasiatica», anche in corrispondenza di un percepito spostamento a Est di poteri strutturali, di interessi strategici e di alleanze internazionali. Al momento dell’indipendenza, le élite ex-comuniste avevano individuato nella privatizzazione del settore energetico la principale strada attraverso cui perseguire il proprio mantenimento al potere [Jones Luong e Weinthal 1999, pp. 387-388]. Le privatizzazioni, anche di buona parte dell’industria non legata alle materie prime, hanno caratterizzato già i primi anni Novanta del dopo-indipendenza, assieme alla creazione di un quadro legislativo favorevole all’avvento del grande capitale internazionale [Brill Olcott 2002]. Nello stesso periodo, il livello di coinvolgimento diretto degli attori economici internazionali nello sfruttamento delle risorse petrolifere del paese è stato straordinario; tale caratteristica ha marcato una notevole differenza tra il Kazakistan e la gran parte dei produttori di materie prime [Jones Luong 1999, p. 29]. Questi processi hanno fatto da motore all’attuazione, con performance spesso molto soddisfacenti, di più ampie riforme di matrice neoliberista, economiche prima e politico-istituzionali poi, promosse dai grandi organismi finanziari internazionali, per esempio la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, dalle banche di sviluppo, dai donatori, dagli investitori bilaterali e da tutto quel variegato universo, incluse le agenzie di sviluppo e le organizzazioni non governative, che ha canalizzato gli interessi politico-economici dei più importanti paesi a capitalismo avanzato, in primo luogo degli Stati Uniti. Sin da quegli anni, il sistema di potere interno kazako di matrice sovietica ha dimostrato di avere poco da temere dall’accettazione e applicazione delle «riforme di mercato». Come in molte aree «in transizione» o «in via di sviluppo» tali riforme non hanno ostacolato il consolidamento e la moltiplicazione di una ristretta cerchia di esponenti-chiave del mondo politico ed economico già in controllo della vita del paese. Ciò ha anticipato quella che sarebbe divenuta, sebbene con importanti sviluppi, una prassi: il nutrimento delle basi clientelari e corrotte del regime kazako grazie agli stessi flussi di denaro liberati dai processi di liberalizzazione e privatizzazione dell’economia e al regolare incremento delle rendite petrolifere; la moltiplicazione del numero di clan e fazioni e l’inasprimento della contesa tra gli stessi per assumere un maggiore controllo sulle ricchezze nazionali; di conseguenza, un’involuzione autoritaria da un punto di vista politico tesa a proteggere il gruppo al potere coagulato intorno al potente Nursultan Nazarbaev, presidente delle repubblica e già primo segretario del Partito Comunista Kazako. Nel caso kazako, dunque, i poteri nazionali hanno, in maniera abbastanza tipica, mediato il processo di espansione «informale» dell’«impero statunitense» che ha dominato gli anni Novanta [Pantich e Gindin 2004], consentendo al paese una proiezione internazionale che gli ha anche fornito le basi di legittimazione sia interna che esterna. Sebbene proprio nel corso del biennio di nostro interesse tale processo abbia visto importanti momenti di rallentamento, in corrispondenza del progressivo emergere di motivi di incompatibilità tra «evoluzioni interne» e «richieste esterne», è innegabile che abbia continuato a incidere profondamente sulla struttura politico-economica del paese. Per quanto riguarda l’inedito protagonismo kazako sull’arena geopolitica, in particolar modo rispetto alla cosiddetta «geopolitica degli oleodotti», le rotte prescelte per il trasporto delle risorse energetiche hanno costituito – come per gli altri stati centro-asiatici produttori di materie prime – una cartina di tornasole piuttosto indicativa delle alleanze internazionali di volta in volta predilette dal paese; ciò è sempre avvenuto, però, nel quadro di una strategia spiccatamente «multivettoriale», adottata sin dal principio degli anni Novanta. Il deciso intensificarsi della contesa per l’accesso alle risorse energetiche che ha avuto luogo in anni più recenti alla scala globale ha accentuato la rilevanza di questo specifico aspetto per le relazioni intessute dal paese sul piano internazionale. È pur vero che la complessità dei rapporti del Kazakistan – e di tutte le repubbliche centro-asiatiche ex-sovietiche – con potenze quali Russia e Stati Uniti non può ricondursi alla sola carta geografica disegnata dalla rete delle condutture. Per esempio, gli Stati Uniti non possono essere considerati un attore che ha concorso al pari degli altri – con i medesimi mezzi – per l’esercizio di un’influenza egemonica sulla regione. Le evoluzioni politiche, economiche e sociali «interne» al Kazakistan hanno dimostrato infatti le specificità della capacità di penetrazione della potenza atlantica, attraverso l’introduzione delle riforme politiche ed economiche «di mercato» e il conseguente incorporamento del paese nell’orbita del capitale globale da essa ancora coordinato [Ibidem, §§ 3 e 4]. Le relazioni del Kazakistan post-sovietico con la Russia hanno a loro volta rappresentato, con gradi e intensità diversi a seconda delle specificità del momento storico, un’arena geopolitica decisamente privilegiata e di grande rilevanza. La condivisione di una parte di storia cruciale, l’interdipendenza economica – anche dopo il crollo dell’Unione Sovietica – la contiguità geografica e la comunanza di obiettivi strategici si sono spesso mostrate in grado di re-imporsi sulle tendenze centrifughe che negli anni pure hanno segnato i rapporti tra i due paesi. D’altro canto, le stesse relazioni tra Russia e Stati Uniti hanno teso a oscillare tra linee molto diverse, corrispondenti a specifiche cesure geopolitiche e talvolta figlie di scelte strategiche legate alle contingenze del momento. A ciò si aggiunga il più recente imporsi della Cina in quanto interlocutore privilegiato della repubblica centro-asiatica ex-sovietica, in special modo per quel che riguarda la fornitura di materie prime, e la crescente complessità dei rapporti che hanno legato lo stesso colosso asiatico alle due potenze menzionate sopra. Alla luce di quanto detto sopra, nelle pagine che seguono daremo conto dei principali avvenimenti che hanno interessato il Kazakistan post-sovietico nel biennio 2005-2006 dal punto di vista degli assetti interni prima e delle relazioni internazionali poi. Com’è ovvio, si tratta di aspetti profondamente intersecati, che tratteremo distintamente soltanto per motivi di chiarezza espositiva. Nel primo caso, ci soffermeremo prevalentemente sulle specifiche configurazioni che il neo-patrimonialismo kazako rivelava nel periodo in esame e sull’ulteriore stretta autoritaria esercitata dal potere centrale a fronte di sempre più evidenti minacce – reali, percepite o usate strumentalmente – provenienti sia dall’«interno» che dall’«esterno» dei confini nazionali. Nel secondo caso, guarderemo più da vicino la trama delle relazioni internazionali intessute dal paese nell’ambito dell’inasprimento dei rapporti tra gli Stati Uniti e la Russia in corrispondenza del secondo mandato di Putin e del parallelo consolidarsi della giovane Shangai Cooperation Organization. In entrambi i casi, tenteremo di offrire una lettura critica dei processi in atto a quella data nella repubblica centro-asiatica ex-sovietica ponendo enfasi, da un lato, sull’ambigua relazione che lega le «riforme di mercato» alle evoluzioni politiche interne; dall’altro lato, sulla fluidità dei movimenti che caratterizzano l’area eurasiatica (e l’intero sistema globale) e sulla difficoltà di prevedere gli scenari futuri e i relativi assetti geopolitici.

 

 

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