Nella tarda estate del 2007 le manifestazioni di massa guidate dai monaci birmani e la dura repressione che vi ha messo fine riportavano la Birmania/Myanmar sulle pagine di cronaca internazionali, ma solo per un breve periodo: il flusso dell’informazione su quanto avveniva nel paese continuava ad essere fortemente ostacolato dalla giunta militare al potere dal 1962, e le notizie circolavano più come eccezione che non come regola, sia all’interno che all’esterno della nazione. Dopo aver schiacciato gli albori della «rivoluzione color zafferano» partita dai monasteri ma a cui si erano ben presto uniti anche studenti, semplici cittadini e membri del Partito di opposizione NLD (National League for Democracy, vincitore delle elezioni del 1990 mai riconosciute dalla giunta), i generali procedevano a rafforzare i già imponenti controlli su telefoni cellulari, televisioni satellitari e Internet, portando avanti arresti di massa e intensificando lo stato di polizia che vige da decenni nelle città, nelle campagne e nei monasteri. Dopo l’iniziale sgomento davanti alla violenza della repressione, che ha portato a 15 morti secondo la giunta, e almeno 31 secondo le Nazioni Unite, con 74 persone scomparse [W/UN], le pressioni internazionali andavano affievolendosi già dalla fine dell’anno, come bloccate davanti all’apparente mancanza di progressi fatti
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