Quando il 20 maggio 2002 Timor Est venne, finalmente, dichiarato il «primo nuovo stato del millennio», molte speranze vennero riposte nella tanto agognata indipendenza. Apparentemente i presupposti c’erano tutti per la (ri)costruzione del paese: il mutamento del clima internazionale; l’abbandono definitivo delle pretese indonesiane sull’isola; il dichiarato impegno di molte potenze regionali e globali ad aiutare la più giovane democrazia del mondo.
L’entusiasmo iniziale era giustificato soprattutto dai connotati assunti dalla vicenda timorese: 500 anni di colonizzazione portoghese seguiti da 24 anni di illegittima occupazione indonesiana, caratterizzati da soprusi e distruzioni di ogni sorta che avevano trasformato la metà orientale dell’isola in un lago di sangue e di desolazione. Dopo interminabili sofferenze, il popolo timorese era riuscito finalmente ad esprimersi per l’autodeterminazione: il peggio sembrava essere passato.
I primi anni di indipendenza denunciavano però una realtà drasticamente diversa. A 4 anni di distanza Timor Est restava uno dei paesi più poveri del mondo, con il livello di reddito pro capite minore di tutta l’Asia (46% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno).
All’indomani degli dell’affrancamento di Timor Est dal giogo indonesiano [AM 2000], proclamata l’indipendenza formale, l’esaltazione per lo storico traguardo era ben presto venuto a scontrarsi con le dure leggi che governano la geopolitica. Dure soprattutto per chi non ha i mezzi per imporre i propri diritti e le proprie, lecite, rivendicazioni.
|