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Giappone
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AM 2007/ GIAPPONE: UNA NUOVA FASE DI INSTABILITÀ POLITICA E DI INCERTEZZE ECONOMICHE
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Alla fine del 2006, Abe Shinzō, il relativamente giovane primo ministro giapponese, si trovava nell’assoluta necessità di vincere le elezioni per il rinnovo parziale della camera alta, uno dei due rami del parlamento giapponese, previste per l’estate del 2007. Solo in questo modo, si sosteneva nel precedente volume di Asia Maior, Abe avrebbe potuto contare su di una solida maggioranza in entrambe le camere e, fatto ancor più importante, su quell’investitura popolare che gli avrebbe permesso di mettere in riga gli avversari all’interno del suo partito [AM 2005-2006, p. 488]. Ma così non è stato. Il 29 luglio 2007 tutte le peggiori previsioni della vigilia, che annunciavano la sconfitta del governo, erano ampiamente confermate. I due partiti della maggioranza uscivano dalla prova elettorale con le ossa rotte, travolti da uno tsunami politico che consegnava all’opposizione il controllo della camera alta.
Era l’inizio di una nuova fase politica con il parlamento bloccato e diviso: da un lato, la camera bassa o dei Rappresentanti, saldamente nella mani della maggioranza di governo, che controllava i due terzi dei seggi; dall’altro, la camera alta o dei Consiglieri, dove prevaleva l’opposizione. Una situazione nuova ed anomala, probabilmente destinata a perdurare nel tempo, considerato che l’opposizione – qualora non si dovessero verificare spostamenti significativi tra i diversi gruppi parlamentari – aveva e avrebbe la possibilità di mantenere il controllo della camera alta per parecchi anni. Questo fatto non implicava, tuttavia, né le dimissioni del governo né il ritorno alle urne. Nel sistema parlamentare giapponese, basato su di un bicameralismo imperfetto, il governo può infatti rimanere in carica se ottiene la fiducia della sola camera bassa, che può approvare il bilancio dello stato e, con una maggioranza qualificata – due terzi dei parlamentari –, anche le leggi ordinarie che siano state respinte dall’altro ramo del parlamento: una condizione che non presentava problemi dal punto di vista tecnico, in quanto i due partiti di governo disponevano dei voti necessari, ma che era politicamente di difficile esecuzione per un esecutivo clamorosamente bocciato dall’elettorato.
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AM2005-06/ GIAPPONE: GLI ULTIMI ANNI DELL’ERA KOIZUMI E IL PASSAGGIO DEL TESTIMONE AD ABE SHINZ?
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L’8 agosto 2005 la Camera alta del Parlamento giapponese bocciava la proposta del governo Koizumi di privatizzare le Poste. Determinanti erano i voti contrari di 22 parlamentari del Partito liberaldemocratico (PLD), il partito del primo ministro Koizumi. Quest’ultimo, dunque, era stato sconfitto dall’opposizione interna, da quelle correnti conservatrici contrarie al suo progetto riformatore - le cosiddette «forze della resistenza» (teikō seiryoku) -, che sin dalla sua nomina a capo del governo lo avevano sempre ostacolato.
Il primo ministro, però, non accettava la sconfitta ed era determinato a combattere i suoi oppositori. Anziché dare le dimissioni o ritirare il progetto di legge, Koizumi sceglieva di esercitare il suo potere di sciogliere l’altro ramo del Parlamento, la più importante Camera bassa, e di indire nuove elezioni politiche. Inoltre, con una mossa senza precedenti, decideva di negare l’appoggio del partito a tutti i deputati del PLD che avevano votato contro la privatizzazione del sistema postale.
Koizumi si è così rivolto direttamente agli elettori, presentandosi come il vero, convinto riformatore, pronto a battersi contro l’intreccio di interessi clientelari tipici del «vecchio» Giappone. E la sua determinazione, il suo coraggio sono stati premiati dai giapponesi. Nelle elezioni, svoltesi l’11 settembre 2005, il Partito Liberal Democratico di Koizumi e il suo alleato, il Kōmeitō, partito legato all’organizzazione buddhista della Sōkagakkai, hanno stravinto, conquistando ben due terzi dei seggi (327 su 480).
Lo straordinario successo elettorale creava le condizioni per una decisa accelerazione delle riforme volute da Koizumi. Il 14 ottobre 2005 era approvata, in via definitiva e senza modifiche rispetto al testo originario, la legge sulla privatizzazione delle Poste. Nei giorni seguenti Koizumi rafforzava la sua compagine ministeriale, chiamando alla guida di importanti dicasteri persone a lui vicine, sostenitrici convinte della sua linea politica. Il governo ha poi annunciato un programma riformatore di chiara matrice liberista. Nel frattempo il PLD approvava un progetto di revisione costituzionale che, pur mantenendo la clausola pacifista di rinuncia all’uso della guerra per risolvere le controversie internazionali, legittimava l’esistenza delle forze armate, le cosiddette Forze di Autodifesa (Jieitai).
Il 2005 è stato dunque un anno estremamente importante. La leadership politica non solo ha potuto contare su di un’ampia maggioranza alla Camera bassa e sulla debolezza di un’opposizione divisa e priva di figure carismatiche, ma anche su di una situazione economica in netto miglioramento. Dopo anni di tagli e di costose ristrutturazioni, nel 2005 le imprese giapponesi hanno ripreso ad investire, mentre la disoccupazione diminuiva e le retribuzioni tornavano ad aumentare. L’economia giapponese voltava decisamente pagina, e Koizumi, alla guida del governo dal 2001, poteva rivendicarne il merito.
All’apice del successo, Koizumi ha però annunciato l’intenzione di rimanere in carica solo per un altro anno, fino al settembre 2006. Si è così aperta la lotta per la successione, dalla quale è emerso vincitore Abe Shinzō, già capo di Gabinetto e portavoce del premier. Abe, nazionalista e conservatore, condivide molte delle idee e delle posizioni di Koizumi. Tuttavia, la presidenza di Abe è stata inaugurata con una iniziativa di politica estera che ha segnato una svolta importante rispetto alla linea tenuta dal suo predecessore. A pochi giorni dal suo insediamento, Abe si è infatti recato in visita ufficiale a Pechino e a Seoul, dove ha incontrato le massime autorità dei due paesi. Abe, affrontando così con pragmatismo e con decisione un nodo cruciale della politica estera, è riuscito a ricondurre nell’alveo della normalità le relazioni bilaterali, dopo il gelo e gli attriti che avevano caratterizzato l’era di Koizumi.
L’attivismo in politica estera, confermato anche dalla risolutezza con cui Abe ha affrontato la crisi seguita all’esperimento nucleare nordcoreano, potrebbe però non bastare. A fine 2006 il Governo di Abe appariva ancora fragile e incerto. Per consolidare il suo potere il giovane leader si trova nell’assoluta necessità di vincere le elezioni per il rinnovo parziale della Camera alta, previste per luglio 2007. Solo così potrà disporre di una solida maggioranza e, soprattutto, controllare gli avversari all’interno del suo partito.
Prima però di discutere le prospettive del governo Abe, nelle pagine seguenti si analizzano i fatti salienti dell’ultima fase dell’era Koizumi: un leader che è rimasto in carica ininterrottamente dall’aprile 2001 al settembre 2006 e che sicuramente passerà alla storia come uno dei politici più importanti e più carismatici del Giappone contemporaneo. Punto di partenza dell’analisi è lo scontro sulla privatizzazione delle Poste, che ha portato alla spaccatura del Partito Liberal Democratico.
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