Afghanistan
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AM2005-06/ L’AFGHANISTAN ALLE URNE: TRA VECCHIE LOGICHE E SPERANZE DI CAMBIAMENTO

 

Dopo essere state rinviate più volte, il 18 settembre 2005 si sono tenute in Afghanistan le elezioni per la Camera Bassa, o wolesi jirga, e per i Consigli provinciali. Nei due mesi successivi sono stati nominati dai Consigli provinciali e dal presidente i membri della Camera Alta, o meshrano jirga. L’inaugurazione del Parlamento, avvenuta il 19 dicembre 2005, ha segnato il completamento della ricostruzione politica prevista alla conferenza di Bonn del 2001, quando rappresentanti della società afgana e della comunità internazionale si erano riuniti per delineare un percorso di state-building che avrebbe dovuto accompagnare la ricostruzione del paese [AM 2002, pp. 37-38]. Il percorso a tappe formulato in quell'occasione mirava a diffondere una pratica partecipativa e consensuale in una società in cui le decisioni erano fino ad allora state imposte dal più forte o prese in base a considerazioni di fedeltà familiare, clanico-tribale ed etnica. Una sfida enorme, giustamente definita «uno degli esercizi democratici più ambiziosi mai tentati in una nazione che esce da un conflitto» [ICG 2005, «Afghanistan Elections», p. 1]. Nelle speranze degli artefici dell’Accordo di Bonn, il Parlamento avrebbe esercitato una funzione di controllo sul presidente, a cui sono riconosciuti ampi poteri dalla Costituzione, avrebbe accelerato l'adozione di riforme legislative, allentato la conflittualità endemica che caratterizza il paese e facilitato la formazione di un senso di comunità nazionale. I Consigli provinciali, da parte loro, avrebbero rappresentato un luogo di mediazione tra una società tradizionalmente autonoma e un governo che, per realizzare il proprio programma di ricostruzione e riforma, è costretto a controllare maggiormente il territorio. L’adozione di «quote rosa» previste dalla Costituzione e dalla legge elettorale per il Parlamento e per i Consigli provinciali, infine, avrebbe promosso la partecipazione femminile alla vita pubblica e scosso pregiudizi radicati. Il contesto in cui sono avvenute le elezioni e gli eventi successivi indica tuttavia che alla democratizzazione formale delle istituzioni non è finora seguita una democratizzazione reale. Le alleanze politiche tra raggruppamenti sono fragili e slegate da programmi di vasto respiro. Gli organi rappresentativi emersi dalle elezioni riproducono i rapporti di forza tra fazioni e gruppi etnici e corrono il rischio di divenire ostaggio di vecchie logiche e di legami particolaristici, finendo per dar loro legittimità. Intanto i talibani, facendo leva sul diffuso malcontento della popolazione, fanno nuovi adepti, configurandosi sempre di più come uno Stato nello Stato. Una situazione, insomma, ben lontana dalle speranze nate a Bonn cinque anni fa.

 
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NASCE "DOSSIER AFGHANISTAN"

 

Una sezione dedicata al dibattito sulla questione afgana sul sito di Asia Maior

 
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AM2007/ SICUREZZA, SVILUPPO ECONOMICO,GIUSTIZIA: I NODI DELLA CRISI AFGANA

 

Nel corso del 2007 la guerriglia anti-governativa afgana ha continuato a tenere impegnate le truppe dell’Isaf (International Security Assistance Force) e di Enduring Freedom, rivelando sempre più evidenti legami con il jihadismo qaidista, da cui sono state mutuate nuove tattiche e forme di violenza. Gli scontri e gli attentati hanno causato un numero crescente di vittime tra i civili e hanno continuato a ostacolare nella fascia pashtun la realizzazione di progetti di ricostruzione e di sviluppo. La mancanza di progressi tangibili sul versante socio-economico, unita all’incapacità dello Stato di fornire protezione alla popolazione, ha a sua volta alimentato la sfiducia nei confronti del governo, permettendo ai talibani di consolidare il proprio controllo al Sud e al Sud-Ovest, in un circolo vizioso di difficile soluzione. Sul piano legislativo, la riforma è stata paralizzata dalla frammentazione del parlamento secondo linee particolaristiche e dal confronto tra esecutivo e parlamento, mentre gli scontri tra fazioni sono proseguiti, soprattutto al Nord. La comunità internazionale, nelle sue componenti civili e governative, ha iniziato a mettere in discussione la strategia finora seguita, che dà preminenza al fattore militare, e a sostenere vie alternative alla soluzione del conflitto, che siano incentrate sul rilancio della trattativa con le forze anti-governative e sullo sviluppo socio-economico. Crescente attenzione, come attestato da diversi documenti strategici, è stata data anche alla promozione dello stato di diritto, visto come una condizione necessaria alla normalizzazione politica ed economica del paese, sebbene, come è risultato evidente in occasione dell’amnistia approvata dal parlamento afgano a gennaio, questi obiettivi abbiano dato vita a strategie contraddittorie.

 

 

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