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Asia Maior 2007
Roma, 2008
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L'Asia Maior nel 2007. In libreria
L’asia nel «grande gioco». Il consolidamento dei protagonisti asiatici nello scacchiere globale
a cura di Michelguglielmo Torri
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Nel corso del 2007, l’«Asia Maior», cioè quella parte di Asia che è delimitata a Nord dal Caucaso e dai confini meridionali della Russia e ad Oriente dalla Turchia e dai paesi arabi, è apparsa sempre più come uno scacchiere d'importanza centrale nella geopolitica mondiale. Le vicende dell’area sono state caratterizzate da una rete complessa e contraddittoria di interrelazioni non solo fra i maggiori paesi che ne fanno parte, ma fra questi e due potenze esterne: gli USA e la Russia. L’Asia Maior, come altre volte nel corso della storia, è apparsa essere il campo privilegiato di un «grande gioco», in corso ormai da tempo, non sostanzialmente diverso da quello di kiplingiana memoria (che, nell’800, aveva visto la contrapposizione fra Gran Bretagna e Russia), ma incredibilmente più complicato.
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Nel corso del 2007 la guerriglia anti-governativa afgana ha continuato a tenere impegnate le truppe dell’Isaf (International Security Assistance Force) e di Enduring Freedom, rivelando sempre più evidenti legami con il jihadismo qaidista, da cui sono state mutuate nuove tattiche e forme di violenza. Gli scontri e gli attentati hanno causato un numero crescente di vittime tra i civili e hanno continuato a ostacolare nella fascia pashtun la realizzazione di progetti di ricostruzione e di sviluppo. La mancanza di progressi tangibili sul versante socio-economico, unita all’incapacità dello Stato di fornire protezione alla popolazione, ha a sua volta alimentato la sfiducia nei confronti del governo, permettendo ai talibani di consolidare il proprio controllo al Sud e al Sud-Ovest, in un circolo vizioso di difficile soluzione. Sul piano legislativo, la riforma è stata paralizzata dalla frammentazione del parlamento secondo linee particolaristiche e dal confronto tra esecutivo e parlamento, mentre gli scontri tra fazioni sono proseguiti, soprattutto al Nord.
La comunità internazionale, nelle sue componenti civili e governative, ha iniziato a mettere in discussione la strategia finora seguita, che dà preminenza al fattore militare, e a sostenere vie alternative alla soluzione del conflitto, che siano incentrate sul rilancio della trattativa con le forze anti-governative e sullo sviluppo socio-economico. Crescente attenzione, come attestato da diversi documenti strategici, è stata data anche alla promozione dello stato di diritto, visto come una condizione necessaria alla normalizzazione politica ed economica del paese, sebbene, come è risultato evidente in occasione dell’amnistia approvata dal parlamento afgano a gennaio, questi obiettivi abbiano dato vita a strategie contraddittorie.
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Nel 2007 il presidente indonesiano Susilo Bambang Yudhoyono conseguiva alcuni significativi successi. Insediatosi il 20 ottobre 2004 dopo una netta vittoria nelle elezioni presidenziali del settembre (ma senza avere una solida maggioranza parlamentare poiché il suo partito, il Partai Demokrat, contava solo sul 7,5% dei suffragi), Yudhoyono era ben presto riuscito a consolidare il proprio governo di coalizione ricevendo soprattutto l’appoggio del GOLKAR, la formazione politica erede del regime di Suharto che, con il 22% dei voti, godeva nel nuovo parlamento della maggioranza relativa [AM 2005-2006, pp. 311-14]. Il GOLKAR, infatti, mettendo fine all’alleanza con il Partai Demokrat Indonesia-Perjuangan (PDI-P, il Partito democratico di Megawati Sukarnoputri) diventava il principale sostegno di un esecutivo che aveva in un primo momento osteggiato. Regista di questo nuovo corso era stato il vice presidente Jusuf Kalla che conquistando la leadership del GOLKAR nel congresso tenutosi nel dicembre 2004 si era rafforzato rispetto allo stesso Yudhoyono, inaugurando al vertice del sistema politico indonesiano una sorta di «duumvirato»
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Il 2007, il sessantesimo anno di indipendenza per l’India, è stato anche quello in cui il governo dell’UPA (United Progressive Alliance), la coalizione di centro che detiene la maggioranza in parlamento grazie al supporto esterno del Fronte delle Sinistre, ha doppiato il capo di metà legislatura e, il 22 maggio, ha celebrato il suo terzo anniversario al potere. Il primo ministro, Manmohan Singh, espressione del partito del Congresso, di gran lunga la più importante forza politica dell’UPA, ha esaltato i successi riportati dal proprio governo, sottolinendo non solo l’alto tasso di crescita degli indici macroeconomici, ma lo sforzo, a suo dire coronato da un sostanziale successo, di promuovere una «crescita inclusiva» (inclusive growth), una crescita di caratteristiche tali, cioè, da avereF ricadute positive anche sui settori meno favoriti della società indiana. Ma, almeno per quanto riguarda la «crescita inclusiva», l’ottimistico bilancio del primo ministro indiano sembra ancorato più alla fantasia che alla realtà. Del resto, poco prima del discorso del 22 maggio, Mani Shankar Aiyar, uno dei membri più intelligenti del governo Singh (anche se escluso dal circolo interno che fa capo al primo ministro e alla vera fonte del potere, Sonia Gandhi, la presidente del Congresso), in un’intervista televisiva aveva pubblicamente criticato l’operato del governo di cui faceva parte, accusandolo di ignorare le necessità dell’aam aadmi, l’«uomo comune». Aiyar aveva anche sottolineato come il persistere da parte del Congresso in tale atteggiamento esponesse il partito al rischio concreto di essere abbandonato da quello stesso «uomo comune».
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Le elezioni del 15 dicembre 2006 per il rinnovo dell’Assemblea degli Esperti avevano visto la sconfitta elettorale dei candidati vicini agli ultra-radicali, come già ricordato nel precedente numero di Asia Maior [AM 2005-2006, pp. 87-88].
Secondo i dati diffusi dal ministero dell’Interno iraniano, i risultati elettorali per il rinnovo di questo organo costituzionale, che ha il compito teorico di controllare l’operato della stessa guida suprema (il rahbar), hanno sancito l’affermazione dei candidati riformisti e conservatori moderati. Particolarmente significativa la vittoria (con più di un milione e mezzo di voti) dell’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani, capo dei cosiddetti conservatori pragmatici, o moderati, e particolarmente inviso sia al presidente radicale Ahmadinejad sia alla guida suprema, l’ayatollah ‘Ali Khamenei.
La maggior parte degli analisti interni e internazionali ha letto questi risultati come un evidente segnale di perdita di consenso del blocco ultra-radicale, minoritario nel paese, ma che – sull’onda del successo elettorale di Ahmadinejad nel 2005 – aveva cercato di occupare il maggior numero possibile di cariche e di posizioni chiave all’interno del complicato sistema di potere post rivoluzionario iraniano
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Il 2007 si era prospettato come un anno di sfide per il generale Pervez Musharraf, alla guida del Pakistan dal colpo di stato del 1999 [AM 2000, pp. 47-67]. Nel periodo in questione (1˚ dicembre 2006 - 31 dicembre 2007) fervevano i preparativi tanto delle elezioni presidenziali - demandate ad un collegio elettorale tra il 15 settembre ed il 15 ottobre 2007 - quanto quelli delle politiche. La tornata elettorale era prevista per l’inizio del 2008, entro tre mesi dal termine della legislatura (15 novembre 2007), così come stabilito dalla costituzione.
L’accentramento di poteri che Musharraf aveva messo in atto - tra i quali lo scioglimento delle camere, la revoca del mandato del primo ministro, l’imposizione della legge marziale, il controllo sulle forze armate - era una solida garanzia alla rielezione alla carica presidenziale. In aggiunta, il generale godeva del sostegno della maggioranza parlamentare - rappresentata dalla Pakistan Muslim League (Quaid-i-Azam, PML-Q) - e di un considerevole numero di dissidenti di altri partiti dell’opposizione. Nel giugno del 2006, nell’intento di evitare sorprese, Musharraf aveva anche anticipato la data dello svolgimento delle elezioni presidenziali, affinché la nuova legislatura, e l’eventuale cambiamento degli equilibri parlamentari, non ostacolasse la propria riconferma alla guida del paese
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Dal punto di vista politico il 2007 è iniziato il 19 settembre 2006 e finirà ben dopo il Capodanno 2008. Il fattore d’avvio è stato il colpo di stato organizzato da elementi delle forze armate e della politica con il sostegno di alcuni partiti. Il re, figura chiave in Thailandia, si è comportato in modo ambiguo. Il sostegno della popolazione al golpe è stato limitato e concentrato nella classe media di Bangkok e nelle province del Sud; con il passare dei mesi poi esso si è ulteriormente ridotto soprattutto a motivo degli errori di politica economica.
La giunta militare ha sospeso la costituzione, limitato molte libertà civili, sciolto il parlamento; inoltre ha promulgato una costituzione provvisoria, nominato un governo, scelto un’assemblea legislativa ed un’altra assemblea costituente e promesso un referendum ed elezioni politiche entro un anno.
La nuova costituzione è stata approvata nel referendum del 19 agosto e le elezioni si sono svolte il 23 dicembre 2007 con la vittoria di un partito, il People’s Power Party (PPP), che era di fatto l’erede di quello presieduto dal deposto primo ministro Thaksin, il Thai Rak Thai (TRT).
La politica economica si è formalmente ispirata ai principi dell’«economia della moderazione (Sufficiency Economy)», con risultati alquanto modesti: la Thailandia ha registrato la crescita del reddito più bassa tra i paesi ASEAN.
Quello che accadrà nel 2008 è molto incerto e dipende dall’atteggiamento dei militari (e del re). Lo scenario più positivo e probabile è quello di un compromesso tra il PPP ed i militari; non si può però escludere un secondo colpo di stato: aperto o strisciante con la manipolazione dei risultati elettorali
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Nella tarda estate del 2007 le manifestazioni di massa guidate dai monaci birmani e la dura repressione che vi ha messo fine riportavano la Birmania/Myanmar sulle pagine di cronaca internazionali, ma solo per un breve periodo: il flusso dell’informazione su quanto avveniva nel paese continuava ad essere fortemente ostacolato dalla giunta militare al potere dal 1962, e le notizie circolavano più come eccezione che non come regola, sia all’interno che all’esterno della nazione. Dopo aver schiacciato gli albori della «rivoluzione color zafferano» partita dai monasteri ma a cui si erano ben presto uniti anche studenti, semplici cittadini e membri del Partito di opposizione NLD (National League for Democracy, vincitore delle elezioni del 1990 mai riconosciute dalla giunta), i generali procedevano a rafforzare i già imponenti controlli su telefoni cellulari, televisioni satellitari e Internet, portando avanti arresti di massa e intensificando lo stato di polizia che vige da decenni nelle città, nelle campagne e nei monasteri. Dopo l’iniziale sgomento davanti alla violenza della repressione, che ha portato a 15 morti secondo la giunta, e almeno 31 secondo le Nazioni Unite, con 74 persone scomparse [W/UN], le pressioni internazionali andavano affievolendosi già dalla fine dell’anno, come bloccate davanti all’apparente mancanza di progressi fatti
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Nella penisola coreana e in Asia nord orientale il 2007 verrà ricordato per tre avvenimenti: la svolta epocale della politica nordcoreana dell’amministrazione Bush che, dopo sei anni di totale intransigenza, ha iniziato seri negoziati bilaterali con la RPDC (acronimo per Repubblica Popolare Democratica di Corea); il secondo summit intercoreano in 59 anni che ha approfondito il dialogo fra la giovane e vivace democrazia del sud e il nord comunista; infine, il ritorno al potere di un presidente conservatore a Seoul dopo un decennio di amministrazioni progressiste
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Il 2007 è stato un anno di fondamentale importanza nel processo politico-economico della Cina contemporanea contrassegnato, in prima istanza, dal XVII congresso del partito comunista cinese (PCC). Da un lato, il congresso ha simboleggiato l’istituzionalizzazione della nuova linea politica adottata da Hu Jintao, in palese distacco dalla traiettoria segnata da Deng Xiaoping e Jiang Zemin. Da un altro lato, ha altresì rivelato i limiti di tale svolta dovuti alla convivenza, ben nota alla storia del partito, di diverse correnti politiche e diversi gruppi sociali, le cui esigenze si presentavano talmente divergenti da necessitare un compromesso. Nel corso dell’anno, perciò, la politica interna ed estera della RPC ha ruotato intorno alla ricerca di tale compromesso in quanto via strategica che dovrebbe consentire al partito comunista di conservare ancora il consenso della popolazione cinese e della comunità internazionale, indispensabili entrambi per il mantenimento del monopolio del potere politico.
Questo compromesso – che la retorica cinese chiama «società armoniosa» o «armonia globale» rifacendosi ai fondamenti teorici del confucianesimo – può essere inteso come la ricerca di un equilibrio tra la crescita economica e la stabilità politico-sociale, esigenze diventate paradossalmente contrastanti
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Alle soglie del 2252 dell’era buddista di Gautama, corrispondente al 2008 del calendario gregoriano, il regno di Cambogia è stato uno dei primi paesi dell’Asia del sud est - dopo il crollo sovietico - ad aver attuato e completato una tripla transizione, dalla guerra alla pace, dall’economia guidata al libero mercato, e dall’autoritarismo alla democrazia. Tuttavia, occupa ancora i gradini più bassi della scala mondiale della povertà poiché un terzo della popolazione vive sotto la soglia del livello minimo di sussistenza, conseguenza dei conflitti internazionali nei quali è stato coinvolto fin dagli anni ’60 e dei massacri e delle distruzioni dei khmer rossi tra il 1975 e il 1979. Sconfitto il governo genocidario con l’intervento delle truppe vietnamite, i tentativi di ricostruzione del nuovo esecutivo hanno tenuto a galla il paese negli anni ’80, sotto il rigido embargo delle grandi democrazie e la strenua resistenza dei khmer rossi sostenuti dalla Cina e, paradossalmente, dal blocco occidentale. Successivamente, gli accordi di Parigi del 1991, e la missione, cosiddetta pacificatrice, dell’UNTAC (United Nation Transitional Authority in Cambodia) hanno costituito la base di partenza per la promozione di un processo di democratizzazione e, al tempo stesso, di rottura con il passato socialista. I cocci di una società pur segnata dalle cicatrici sembrano ricomporsi lentamente in un vaso ancora fragile tra le mani di una classe dirigente troppo spesso al centro di scandali per corruzione e tangenti.
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Alla fine del 2006, Abe Shinzō, il relativamente giovane primo ministro giapponese, si trovava nell’assoluta necessità di vincere le elezioni per il rinnovo parziale della camera alta, uno dei due rami del parlamento giapponese, previste per l’estate del 2007. Solo in questo modo, si sosteneva nel precedente volume di Asia Maior, Abe avrebbe potuto contare su di una solida maggioranza in entrambe le camere e, fatto ancor più importante, su quell’investitura popolare che gli avrebbe permesso di mettere in riga gli avversari all’interno del suo partito [AM 2005-2006, p. 488]. Ma così non è stato. Il 29 luglio 2007 tutte le peggiori previsioni della vigilia, che annunciavano la sconfitta del governo, erano ampiamente confermate. I due partiti della maggioranza uscivano dalla prova elettorale con le ossa rotte, travolti da uno tsunami politico che consegnava all’opposizione il controllo della camera alta.
Era l’inizio di una nuova fase politica con il parlamento bloccato e diviso: da un lato, la camera bassa o dei Rappresentanti, saldamente nella mani della maggioranza di governo, che controllava i due terzi dei seggi; dall’altro, la camera alta o dei Consiglieri, dove prevaleva l’opposizione. Una situazione nuova ed anomala, probabilmente destinata a perdurare nel tempo, considerato che l’opposizione – qualora non si dovessero verificare spostamenti significativi tra i diversi gruppi parlamentari – aveva e avrebbe la possibilità di mantenere il controllo della camera alta per parecchi anni. Questo fatto non implicava, tuttavia, né le dimissioni del governo né il ritorno alle urne. Nel sistema parlamentare giapponese, basato su di un bicameralismo imperfetto, il governo può infatti rimanere in carica se ottiene la fiducia della sola camera bassa, che può approvare il bilancio dello stato e, con una maggioranza qualificata – due terzi dei parlamentari –, anche le leggi ordinarie che siano state respinte dall’altro ramo del parlamento: una condizione che non presentava problemi dal punto di vista tecnico, in quanto i due partiti di governo disponevano dei voti necessari, ma che era politicamente di difficile esecuzione per un esecutivo clamorosamente bocciato dall’elettorato.
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Il 2007 si è aperto e si è chiuso con due eventi importanti e fortemente simbolici. Nel dicembre 2007 il Vietnam otteneva un seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Si trattava di un riconoscimento del prestigio acquisito dal Vietnam sia in Asia sia a livello internazionale. Questo riconoscimento era tanto più significativo in quanto dall’inizio degli anni Novanta il governo di Hanoi aveva portato avanti una politica estera equilibrata e di cooperazione con i partner asiatici, ma non aveva mai rinunciato a posizioni di principio nette, per esempio nel condannare la guerra in Iraq o l’embargo contro Cuba.
Se l’elezione a membro del consiglio di sicurezza per il biennio 2008–2009 aveva un’importanza innanzitutto simbolica, l’ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) l’11 gennaio 2007 era destinato ad avere un grande impatto sull’economia del paese.
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