|
|
|
Asia Maior 2005/2006
Milano, 2007
|
|
|
|
|
Sono stati due anni relativamente tranquilli il 2006 e il 2005 per la federazione della Malaysia. Toccato solo marginalmente dal dramma dello tsunami, la vita politica del paese è stata caratterizzata dall’azione del suo nuovo premier, Abdullah Ahmad Badawi, e da una lenta riorganizzazione dell’opposizione interna. Quest’ultima è apparsa ancora alla ricerca di un leader di statura, dato che Anwar Ibrahim, l’uomo che avrebbe dovuto giocare tale ruolo, ha mantenuto un basso profilo ed è sembarto impegnato soprattutto a non fare passi falsi [AM 2005].
Sul piano dei rapporti internazionali vanno segnalati invece soprattutto due elementi. Il primo è l’iniziale polemica, sia interna (da parte dei gruppi di monitoraggio dei diritti umani) sia esterna (da parte indonesiana) sulla vicenda dell’espulsione degli immigrati illegali (soprattutto indonesiani); il secondo è rappresentato dalla tensione con Bangkok per il problema della frontiera “porosa” tra Malaysia e regno thai in una zona sensibile, dove vive la maggioranza musulmana della Thailandia. È stato forse quest’ultimo il dossier più scottante di politica estera, non solo perché i due paesi sono confinanti, ma perché entrambi fanno parte dell’ASEAN. Un quadro, quest’ultimo, che non è stato reso più chiaro dal golpe in Thailandia del 2006.
|
|
|
|
|
|
|
|
Il periodo in questione (1˚ dicembre 2004 - 30 novembre 2006) registrava un sensibile deterioramento della sicurezza nella Repubblica Islamica del Pakistan ed il conseguente calo di popolarità dell’amministrazione del generale Pervez Musharraf - capo delle Forze armate, chief executive e presidente del paese. Il governo di Islamabad affrontava attacchi provenienti da ogni lato. Sul fronte interno, la recrudescenza talibana, i fallimenti della campagna militare nel Waziristan e la degenerazione dei rapporti con il nazionalismo beluci mettevano a dura prova l’amministrazione del generale-presidente, già impegnata dall’erogazione degli aiuti e dalla ricostruzione a seguito del terremoto dell’8 ottobre del 2005 [AM 2004, pp. 63 - 67]. L’apparente incapacità di Musharraf sia di contenere l’esportazione degli estremismi interni nei paesi confinanti (Afghanistan e India) sia di discostarsi in maniera netta e decisa dai rimproveri di chi lo additava come il leader di uno «stato canaglia» elevava sul piano globale del terrorismo internazionale le conseguenze dell’instabilità interna. Le numerose critiche mosse al governo di Islamabad da parte di Kabul e di New Delhi - che reiteravano la richiesta di un solerte e più incisivo impegno del presidente pachistano nel controllare gli estremismi - chiamavano in causa l’amministrazione di George W Bush che, conseguentemente, aumentava le pressioni sull’omologo pachistano.
La disparità nello spiegamento di forze militari nel Waziristan (ai confini con l’Afghanistan, nella North West Frontier Province - NWFP) e nel Belucistan era presa come spunto dagli oppositori del regime di Islamabad per gettare ombre sulla sua trasparenza. Infatti, mentre nel Waziristan un’operazione militare contro i militanti di al-Qa‘ida continuava ininterrottamente dall’ottobre del 2003, nel Belucistan nessuna contromisura ufficiale era presa per contrastare la riorganizzazione delle milizie neo talibane. Tuttavia, sempre nel Belucistan, una consistente presenza militare cercava di sedare i disordini causati dall’acuirsi dell’irredentismo nazionalistico, aprendo un vero e proprio fronte di guerra che si sommava agli altri impegni bellici di Musharraf (nel Waziristan, appunto, e quello a bassa intensità con l’India nel territorio kashmiri).
L’instabilità nazionale era la risultante dell’assenza giurisdizionale, di fatto, del governo di Islamabad da molti dei territori del paese e del goffo tentativo di Musharraf di colmare tale vuoto attraverso l’alleanza con le forze politiche radicali. Alleanza che, però, vanificava i tentativi di riforme liberali.
Questa sostanziale crisi interna rappresentava un campanello di allarme per il generale Musharraf, specialmente in previsione delle elezioni delle assemblee nazionale e provinciali del 2007 [W/EPW 12 agosto 2006, p. 3455 - 3457, passim]. Non che il generale rischiasse una sconfitta, ma la longevità stessa della sua amministrazione iniziava a costituire il limite del regime il cui principale atteggiamento politico era riversare sui governi precedenti la responsabilità di ogni malfunzionamento. In aggiunta, all’evidente mancanza di idee dell’amministrazione del chief executive faceva eco un ritrovato dinamismo degli avversari politici, in modo particolare quello dei due ex premier Benzir Bhutto (Pakistan People Party) e Nawaz Sharif (Pakistan Muslim League - Nawaz).
L’avvicinarsi delle elezioni del 2007 sembrava, in sostanza, creare le condizioni per un possibile rimescolamento delle alleanze. Gli stessi alleati di Musharraf, in primo luogo l’amministrazione di George W. Bush, così come alcuni ambienti dell’Esercito, davano segni di essere pronti a fronteggiare un eventuale cambiamento. Per esempio, nell’ottobre del 2006 un gruppo di cospiratori militari architettava un colpo di stato (poi sventato) in occasione del lungo viaggio di Musharraf negli Stati Uniti [W/AT 14 ottobre 2006]. Effettivamente, le principali «innovazioni» apportate nei sette anni di governo da Musharraf avevano dimostrato di essere prive dei significati che, invece, avrebbero dovuto assumere. La devolution aveva accentuato la capillare presenza del generale nel paese e anche la «moderazione illuminata» - così come era stata battezzata la strategia di governo, consistente nel bilanciamento tra tradizione islamica e modernità - aveva assunto per lo più una valenza opportunistica [AM 2003, p. 64].
A Pervez Musharraf, alla guida del Pakistan dal colpo di stato dell’ottobre 1999, non potevano essere tuttavia disconosciuti alcuni meriti. In particolare, il generale era riuscito a risolvere la crisi economica in cui il paese versava, sia aderendo alle raccomandazioni di prudenza fiscale ed agli aggiustamenti proposti delle organizzazioni di Bretton Woods sia grazie alla decisione di affiancare gli Stati Uniti nella lotta al terrorismo dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Tra i meriti di Musharraf non poteva essere taciuto neanche il processo di distensione avviato con il governo di New Delhi, che si spingeva ben oltre i limiti raggiunti dai suoi predecessori democraticamente eletti, seppur senza ottenere risultati netti e inequivocabili.
|
|
|
|
|
|
|
|
L’8 agosto 2005 la Camera alta del Parlamento giapponese bocciava la proposta del governo Koizumi di privatizzare le Poste. Determinanti erano i voti contrari di 22 parlamentari del Partito liberaldemocratico (PLD), il partito del primo ministro Koizumi. Quest’ultimo, dunque, era stato sconfitto dall’opposizione interna, da quelle correnti conservatrici contrarie al suo progetto riformatore - le cosiddette «forze della resistenza» (teikō seiryoku) -, che sin dalla sua nomina a capo del governo lo avevano sempre ostacolato.
Il primo ministro, però, non accettava la sconfitta ed era determinato a combattere i suoi oppositori. Anziché dare le dimissioni o ritirare il progetto di legge, Koizumi sceglieva di esercitare il suo potere di sciogliere l’altro ramo del Parlamento, la più importante Camera bassa, e di indire nuove elezioni politiche. Inoltre, con una mossa senza precedenti, decideva di negare l’appoggio del partito a tutti i deputati del PLD che avevano votato contro la privatizzazione del sistema postale.
Koizumi si è così rivolto direttamente agli elettori, presentandosi come il vero, convinto riformatore, pronto a battersi contro l’intreccio di interessi clientelari tipici del «vecchio» Giappone. E la sua determinazione, il suo coraggio sono stati premiati dai giapponesi. Nelle elezioni, svoltesi l’11 settembre 2005, il Partito Liberal Democratico di Koizumi e il suo alleato, il Kōmeitō, partito legato all’organizzazione buddhista della Sōkagakkai, hanno stravinto, conquistando ben due terzi dei seggi (327 su 480).
Lo straordinario successo elettorale creava le condizioni per una decisa accelerazione delle riforme volute da Koizumi. Il 14 ottobre 2005 era approvata, in via definitiva e senza modifiche rispetto al testo originario, la legge sulla privatizzazione delle Poste. Nei giorni seguenti Koizumi rafforzava la sua compagine ministeriale, chiamando alla guida di importanti dicasteri persone a lui vicine, sostenitrici convinte della sua linea politica. Il governo ha poi annunciato un programma riformatore di chiara matrice liberista. Nel frattempo il PLD approvava un progetto di revisione costituzionale che, pur mantenendo la clausola pacifista di rinuncia all’uso della guerra per risolvere le controversie internazionali, legittimava l’esistenza delle forze armate, le cosiddette Forze di Autodifesa (Jieitai).
Il 2005 è stato dunque un anno estremamente importante. La leadership politica non solo ha potuto contare su di un’ampia maggioranza alla Camera bassa e sulla debolezza di un’opposizione divisa e priva di figure carismatiche, ma anche su di una situazione economica in netto miglioramento. Dopo anni di tagli e di costose ristrutturazioni, nel 2005 le imprese giapponesi hanno ripreso ad investire, mentre la disoccupazione diminuiva e le retribuzioni tornavano ad aumentare. L’economia giapponese voltava decisamente pagina, e Koizumi, alla guida del governo dal 2001, poteva rivendicarne il merito.
All’apice del successo, Koizumi ha però annunciato l’intenzione di rimanere in carica solo per un altro anno, fino al settembre 2006. Si è così aperta la lotta per la successione, dalla quale è emerso vincitore Abe Shinzō, già capo di Gabinetto e portavoce del premier. Abe, nazionalista e conservatore, condivide molte delle idee e delle posizioni di Koizumi. Tuttavia, la presidenza di Abe è stata inaugurata con una iniziativa di politica estera che ha segnato una svolta importante rispetto alla linea tenuta dal suo predecessore. A pochi giorni dal suo insediamento, Abe si è infatti recato in visita ufficiale a Pechino e a Seoul, dove ha incontrato le massime autorità dei due paesi. Abe, affrontando così con pragmatismo e con decisione un nodo cruciale della politica estera, è riuscito a ricondurre nell’alveo della normalità le relazioni bilaterali, dopo il gelo e gli attriti che avevano caratterizzato l’era di Koizumi.
L’attivismo in politica estera, confermato anche dalla risolutezza con cui Abe ha affrontato la crisi seguita all’esperimento nucleare nordcoreano, potrebbe però non bastare. A fine 2006 il Governo di Abe appariva ancora fragile e incerto. Per consolidare il suo potere il giovane leader si trova nell’assoluta necessità di vincere le elezioni per il rinnovo parziale della Camera alta, previste per luglio 2007. Solo così potrà disporre di una solida maggioranza e, soprattutto, controllare gli avversari all’interno del suo partito.
Prima però di discutere le prospettive del governo Abe, nelle pagine seguenti si analizzano i fatti salienti dell’ultima fase dell’era Koizumi: un leader che è rimasto in carica ininterrottamente dall’aprile 2001 al settembre 2006 e che sicuramente passerà alla storia come uno dei politici più importanti e più carismatici del Giappone contemporaneo. Punto di partenza dell’analisi è lo scontro sulla privatizzazione delle Poste, che ha portato alla spaccatura del Partito Liberal Democratico.
|
|
|
|
|
|
|
|
Dopo essere state rinviate più volte, il 18 settembre 2005 si sono tenute in Afghanistan le elezioni per la Camera Bassa, o wolesi jirga, e per i Consigli provinciali. Nei due mesi successivi sono stati nominati dai Consigli provinciali e dal presidente i membri della Camera Alta, o meshrano jirga. L’inaugurazione del Parlamento, avvenuta il 19 dicembre 2005, ha segnato il completamento della ricostruzione politica prevista alla conferenza di Bonn del 2001, quando rappresentanti della società afgana e della comunità internazionale si erano riuniti per delineare un percorso di state-building che avrebbe dovuto accompagnare la ricostruzione del paese [AM 2002, pp. 37-38]. Il percorso a tappe formulato in quell'occasione mirava a diffondere una pratica partecipativa e consensuale in una società in cui le decisioni erano fino ad allora state imposte dal più forte o prese in base a considerazioni di fedeltà familiare, clanico-tribale ed etnica. Una sfida enorme, giustamente definita «uno degli esercizi democratici più ambiziosi mai tentati in una nazione che esce da un conflitto» [ICG 2005, «Afghanistan Elections», p. 1].
Nelle speranze degli artefici dell’Accordo di Bonn, il Parlamento avrebbe esercitato una funzione di controllo sul presidente, a cui sono riconosciuti ampi poteri dalla Costituzione, avrebbe accelerato l'adozione di riforme legislative, allentato la conflittualità endemica che caratterizza il paese e facilitato la formazione di un senso di comunità nazionale. I Consigli provinciali, da parte loro, avrebbero rappresentato un luogo di mediazione tra una società tradizionalmente autonoma e un governo che, per realizzare il proprio programma di ricostruzione e riforma, è costretto a controllare maggiormente il territorio. L’adozione di «quote rosa» previste dalla Costituzione e dalla legge elettorale per il Parlamento e per i Consigli provinciali, infine, avrebbe promosso la partecipazione femminile alla vita pubblica e scosso pregiudizi radicati.
Il contesto in cui sono avvenute le elezioni e gli eventi successivi indica tuttavia che alla democratizzazione formale delle istituzioni non è finora seguita una democratizzazione reale. Le alleanze politiche tra raggruppamenti sono fragili e slegate da programmi di vasto respiro. Gli organi rappresentativi emersi dalle elezioni riproducono i rapporti di forza tra fazioni e gruppi etnici e corrono il rischio di divenire ostaggio di vecchie logiche e di legami particolaristici, finendo per dar loro legittimità. Intanto i talibani, facendo leva sul diffuso malcontento della popolazione, fanno nuovi adepti, configurandosi sempre di più come uno Stato nello Stato. Una situazione, insomma, ben lontana dalle speranze nate a Bonn cinque anni fa.
|
|
|
|
|
|
|
|
Quando il 20 maggio 2002 Timor Est venne, finalmente, dichiarato il «primo nuovo stato del millennio», molte speranze vennero riposte nella tanto agognata indipendenza. Apparentemente i presupposti c’erano tutti per la (ri)costruzione del paese: il mutamento del clima internazionale; l’abbandono definitivo delle pretese indonesiane sull’isola; il dichiarato impegno di molte potenze regionali e globali ad aiutare la più giovane democrazia del mondo.
L’entusiasmo iniziale era giustificato soprattutto dai connotati assunti dalla vicenda timorese: 500 anni di colonizzazione portoghese seguiti da 24 anni di illegittima occupazione indonesiana, caratterizzati da soprusi e distruzioni di ogni sorta che avevano trasformato la metà orientale dell’isola in un lago di sangue e di desolazione. Dopo interminabili sofferenze, il popolo timorese era riuscito finalmente ad esprimersi per l’autodeterminazione: il peggio sembrava essere passato.
I primi anni di indipendenza denunciavano però una realtà drasticamente diversa. A 4 anni di distanza Timor Est restava uno dei paesi più poveri del mondo, con il livello di reddito pro capite minore di tutta l’Asia (46% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno).
All’indomani degli dell’affrancamento di Timor Est dal giogo indonesiano [AM 2000], proclamata l’indipendenza formale, l’esaltazione per lo storico traguardo era ben presto venuto a scontrarsi con le dure leggi che governano la geopolitica. Dure soprattutto per chi non ha i mezzi per imporre i propri diritti e le proprie, lecite, rivendicazioni.
|
|
|
|
|
|
|
|
Se il 2004 si era aperto con la vittoria ampiamente annunciata dei conservatori alle elezioni politiche per il rinnovo dell’Assemblea parlamentare (il Majles) e l’esplicita «resa» del presidente Mohammad Khatami, che aveva ammesso l’impossibilità di liberalizzare le strutture politiche della Repubblica islamica attraverso un processo di riforma graduale, il 2005 si era annunciato come un anno carico di incertezze e di preoccupazioni in tutto il paese [AM 2004, pp.34-36].
Le elezioni per la scelta del nuovo presidente della repubblica – a cui non partecipava Khatami in quanto ineleggibile, avendo completato i suoi due mandati quadriennali – sottolineavano tanto le divisioni dell’élite di potere post rivoluzionaria quanto il senso di frustrazione e di stanchezza di buona parte dell’opinione pubblica.
L’attenzione popolare era concentrata non più sulla lotta per ottenere impossibili riforme costituzionali, bensì sui temi della crisi economica interna e sulle incertezze della situazione internazionale, che vedeva il paese sempre più isolato. Stati Uniti, Israele e una buona parte del mondo arabo accusavano infatti il paese di star perseguendo una politica di destabilizzazione del nuovo Iraq – accusa respinta con forza da Teheran – mentre crescevano anche le preoccupazioni della comunità internazionale circa i reali obiettivi del programma di ricerca nucleare.
|
|
|
|
|
|
|
|
Dalla strage della famiglia reale a Narayanhiti del 1° giugno 2001 sino al 2005 re Gyanendra, pur dando l’avvio a importanti riforme legali, si è dimostrato incapace di gestire la situazione di emergenza del paese. Il suo colpo di stato del 1° febbraio 2005 ha esacerbato il conflitto fra governo e maoisti, e il divario secolare fra gli organi di potere e il popolo si è ulteriormente allargato con la soppressione delle libertà fondamentali. Il Nepal è stato immerso nella guerra civile e, fino al gennaio 2007, la situazione economica e sociale si è sempre più deteriorata. A maggio del 2005 sette partiti politici hanno formato un’alleanza, la SPA, delineando un’agenda comune per il ristabilimento della democrazia; a novembre dello stesso anno hanno siglato un’intesa coi maoisti. Fra le proteste di massa e le repressioni da parte dell’esercito, nell’aprile 2006 il movimento popolare, insieme alla SPA e ai maoisti, ha tolto il potere a Gyanendra, affidando il governo ad interim al Primo Ministro Girija Prasad Koirala, segretario del Nepali Congress. Nonostante la nuova protesta delle etnie del Terai contro il nuovo governo e i dissidi inevitabili fra maoisti e SPA, il paese si sta avviando a una svolta epocale. A metà giugno, infatti, si dovrebbero tenere le elezioni per eleggere un parlamento che decida se lo Stato del Nepal – come è stato ribattezzato – debba essere governato dalla monarchia, se pure rappresentativa, o se debba trasformarsi in repubblica, e che rediga una nuova Costituzione.
|
|
|
|
|
|
|
|
Nel periodo sotto esame (1° dicembre 2004 – 31 dicembre 2006) è continuato l’insensato testa a testa fra la potenza più grande del mondo e il piccolo disastrato regime comunista nordcoreano. La crisi nucleare, in atto dall’ottobre del 2002, è salita di livello. Il 9 ottobre del 2006 la RPDC (Repubblica Popolare Democratica di Corea) ha compiuto il suo primo test nucleare sotterraneo (dopo aver testato 7 missili in luglio) ed è diventata il nono paese nucleare, come ha sbrigativamente affermato il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov. Il dialogo a sei (due Coree, Stati Uniti , Cina, Giappone e Russia), ripreso a dicembre dopo 15 mesi di interruzione, è stato breve ed inconcludente.
Come notato nei precedenti numeri di AM, il processo di nuclearizzazione della Corea del nord è il logico sbocco risultato della politica fallimentare condotta dall’amministrazione Bush negli ultimi sei anni.
Come è noto, il cambio di regime è nel DNA dei neoconservatori dell’amministrazione Bush. Secondo i quali agli stati dell’asse del male (Iraq, Corea del nord e Iran) va portata con le buone o con le cattive la fiaccola della democrazia. Visto i disastri provocati in Iraq dall’attacco armato, con la Corea del nord (e con l’Iran) è in atto da più di un anno la prova generale dello strangolamento finanziario, versione morbida del «regime change». Nonostante la sbandierata volontà di percorrere la strada del dialogo multilaterale. E minando gli sforzi degli stessi diplomatici americani impegnati nel tavolo a sei. Tra i funzionari del Dipartimento di Stato e l’ala dura neocon (in testa Cheney e Rumsfeld) c’è stata la solita altalena. Appena si riusciva a intravedere un via d’uscita o la possibilità di uno sblocco nelle trattative, dietro le quinte interveniva l’onnipotente vicepresidente o una delle sue emanazioni e scompigliava le carte. Altro blocco, altre reazioni nordcoreane, ennesime difficoltà nel far ripartire il processo diplomatico. Questa tattica è iniziata subito dopo l’insediamento di Bush alla casa Bianca nel 2001. Due i motivi di un moderato ottimismo: l’indebolimento di Bush dopo la sconfitta dei repubblicani nelle elezioni di medio termine e il rafforzamento dell’asse Pechino-Mosca-Seoul sancito al vertice APEC dove George W. Bush e Condoleezza Rice speravano di avere mano libera per stringere ancor più forte la corda attorno al collo del regime di Pyongyang. Defenestrato Rumsfeld, rimosso John Bolton dal suo posto di ambasciatore all’Onu, il Congresso potrebbe frenare le incongruenze più vistose di una politica che è stata, nella migliore delle ipotesi, controproducente. Resta l’incognita di quanto potere goda ancora il vicepresidente Cheney, noto per la sua la lapidaria sintesi su come comportarsi con la Corea del nord: con il regime nordcoreano non si tratta, lo si distrugge. È un fatto che i suoi uomini, a fine 2006, sono tuttora nei posti chiave dell’amministrazione.
Gli effetti della ambiguità e della mancanza di visione della politica nordcoreana di Washington (basata sul retro pensiero di mettere in imbarazzo e «contenere» Pechino) sono evidenti sia nella penisola coreana sia a livello regionale. La ricaduta più pericolosa è proprio la corsa agli armamenti fra i due grandi dell’Asia di nord est: Cina e Giappone. Un processo già in fieri che vede Pechino aumentare le spese militari da un lato e, dall’altro, il Giappone del nuovo premier Abe Shinzo (eletto nel settembre 2006) puntare con decisione all’emendamento della Costituzione pacifista del 1947 per affrettare il futuro riarmo (anche nucleare) del Giappone.
Come era più che prevedibile Kim Chong-il ha reagito alle pressioni di Washington secondo un canovaccio ricattatorio, vecchio e usurato finché si vuole, ma che in passato si è dimostrato efficace. Passo dopo passo ha percorso tutte le fasi (preannunciandole puntualmente con didascalico puntiglio) per assicurare alla Corea del nord lo status di paese nucleare. È chiaro che Kim Chong-il vorrebbe portare fino in fondo il suo gioco e continuare sulla strada dell’escalation nucleare, l’unica garanzia, ritiene, per evitare la fine di Saddam Hussein. A costo delle inevitabili complicazioni con gli alleati, Cina e Corea del sud, che hanno fino ad ora puntellato il regime nordcoreano. La Cina ha reagito con indignazione ai test missilistici e al test nucleare sotterraneo del regime nordcoreano. Non perché in perfetta sintonia con Washington, come hanno voluto far credere Bush e Rice nell’imminenza delle elezioni di medio termine, ma perché non può permettere al testardo regime di Pyongyang di mettere a rischio gli equilibri di potere che sta pazientemente tessendo a livello globale, in particolare in Asia Orientale. Per la prima volta Pechino (con Mosca) ha firmato le due risoluzioni dell’ONU che hanno condannato i fuochi d’artificio di Kim Chong-il e ha stretto i cordoni della borsa. Ma si è impegnata a riconvocare il tavolo a sei per ribadire la necessità di un’azione diplomatica multilaterale e per togliere alle sanzioni la carica esplosiva che potrebbe fare saltare il regime nordcoreano. Per far capire a Bush che, se è disposta a premere su Pyongyang perché venga a più miti consigli, non intende piegarsi oltre alla logica dei falchi della sua amministrazione.
D’altro canto Seoul, che si trova da sei anni tra l’incudine (nordcoreana) e il martello (americano), è decisa a mantenere in piedi la struttura di cooperazione e di aiuti al regime di Pyongyang, costruita con tanto fatica, pazienza e miliardi di dollari. Come e più della Cina non vuole il crollo del regime nordcoreano. La massa di profughi che sfonderebbe il 38° parallelo può distruggere il miracolo economico, politico e sociale che ha fatto della giovane democrazia sudcoreana uno degli stati più dinamici dell’Asia Orientale. Seoul vuole, come il regime di Kim Chong-il, un trattato di pace che ponga fine alla guerra mai finita nella penisola, dato che a tutt’oggi esiste solo l’armistizio del 1953. Ecco perché l’ostilità dell’Amministrazione Bush alla politica sudcoreana di distensione nei confronti fratelli del nord e i tentativi americani di strangolare il regime di Kim hanno provocato crepe sempre più profonde nell’alleanza che lega Seoul a Washington dalla fine della guerra di Corea (1953). Ma non ha potuto sottrarsi anche nel 2006 alla firma di una risoluzione dell’ONU di unanime condanna per i diritti umani calpestati dal regime del nord.
In questi due anni il presidente del sud, Rho Moo-hyun, non ha avuto vita facile nemmeno in casa. Il suo stile impolitico e poco presidenziale non piace, è stato attaccato sia da destra sia da sinistra ed è persino entrato in rotta di collisione con il suo partito, URI che gli rimprovera le ultime débacle elettorali. Parte del suo elettorato (soprattutto i ventenni) è più preoccupato per l’emergenza disoccupazione che per i grandi dibattiti ideologici voluti da Rho. Ma nessuno, nemmeno il partito d’opposizione, mette in discussione la politica di aiuti alla Corea del nord. L’economia si è ripresa e si prevede una più che decorosa crescita del 5% per il 2006. Sul fronte della diplomazia economica la Corea di Rho si muove nella scia della Cina. In versione ridotta, naturalmente. Dai paesi centro asiatici, all’India, all’Africa. Dopo il sontuoso forum Cina-Africa di Pechino, a Seoul si è avuto per un solo giorno (8 novembre 2006) il primo forum Corea del sud-Africa. Quanto basta per assicurare i rifornimenti energetici necessari a lubrificare la macchina produttiva della quarta economia asiatica.
L’elezione del ministro degli Esteri Ban Ki Moon come prossimo segretario dell’Onu del resto offre a Seoul una nuova visibilità internazionale e una carta in più per portare avanti la sempre più difficile politica di distensione con i fratelli del nord.
|
|
|
|
|
|
|
|
Il presente articolo esamina la situazione del Bangladesh dalla fine del 2004 al 31 dicembre 2006. Si tratta di un periodo molto delicato, che vede il paese scivolare sull’orlo della destabilizzazione, con una minaccia allo stesso sistema democratico. Nell’imminenza delle elezioni politiche esiste il rischio concreto che il sistema si blocchi completamente nel mezzo di un’esplosione di violenza, che è il risultato anche della crescente minaccia dell’islamismo militante. I due problemi, del resto, sono strettamente correlati: la militanza islamista è aumentata proprio in un contesto di malgoverno, politica disfunzionale, malcontento popolare e violenza.
Il termine «islamismo» nel presente saggio indica l’attivismo islamico nei suoi aspetti più diversi, non solo rispetto alla maggiore o minore moderazione e/o militanza, ma anche e soprattutto rispetto alle idee sulle quali si fonda (concezioni della legge islamica, degli ambiti di azione e degli obiettivi che si prefigge). Da questo punto di vista, in Bangladesh esiste un numero crescente di gruppi militanti islamisti, alcuni dei quali sono legati a partiti politici, mentre altri non hanno affiliazioni specifiche.
|
|
|
|
|
|
|
|
Negli ultimi due anni gli orientamenti della politica interna ed estera della Repubblica Popolare Cinese (RPC) si sono delineati secondo i concetti di «visione di sviluppo scientifico», «costruzione di una società armoniosa» e «ascesa pacifica» che hanno segnato l’affermazione di Hu Jintao ai vertici del potere. L’elemento più rilevante è stato certamente rappresentato dalla vera e propria svolta che è stata decisa e avviata dalla dirigenza del Partito Comunista Cinese (PCC) nell’ambito della strategia economica, caratterizzata ora da un’esplicita volontà di garantire una maggiore giustizia sociale e di contenere i danni ecologici dell’industrializzazione.
Le linee programmatiche esposte nell’XI piano quinquennale 2006-2011, reso noto nell’autunno 2005 e approvato la primavera successiva dall’Assemblea Nazionale Popolare (ANP) nella sessione plenaria annuale, confermavano come questi elementi siano ormai da ritenersi gli assi portanti della visione politica dell’attuale dirigenza della RPC. Il documento, infatti, da un lato testimoniava l’irreversibilità del cammino cinese verso un’economia di mercato e internazionalizzata, ma dall’altro metteva in luce la centralità ora attribuita alla soluzione delle questioni sociali ed ecologiche innestate dalla sfrenata crescita economica di questi anni.
Nell’ambito internazionale, la dirigenza cinese ha mostrato un considerevole dinamismo, impegnandosi nel persuadere i governi stranieri e l’opinione pubblica internazionale che la sua crescita a potenza regionale e mondiale rappresenti un elemento di stabilità e di pace. La volontà di partecipare attivamente alla soluzione delle crisi internazionali era evidente nelle questioni relative alla Corea del Nord e anche dell’Iran, per quanto la capacità cinese di incidere concretamente sul quadro si sia dimostrata inferiore alle speranze della stessa dirigenza di Pechino.
Tuttavia, la Cina si è anche ritrovata a confrontarsi con una aumentata diffidenza sulla sua capacità di rivestire in modo responsabile il suo ruolo internazionale, in particolare in ragione della sua espansione commerciale ed economica e del suo rafforzamento militare. Alcuni eventi nei primi mesi del 2005, come l’approvazione di una Legge anti-secessione mirata a legittimare un eventuale attacco militare a Taiwan e le manifestazioni popolari anti-giapponesi gettavano, in effetti, ombre inquietanti sull’ascesa pacifica cinese. Tuttavia, nel periodo successivo, le tensioni con Taiwan e quelle con il Giappone, si stemperavano, sia grazie ai mutati contesti politici delle controparti sia alla capacità cinese di adottare strategie più sofisticate di cooperazione nell’area.
|
|
|
|
|
|
|
|
Un biennio caratterizzato da scossoni politici, scandali, manifestazioni popolari; segnato dal tentativo di avviare la procedura di impeachment contro il presidente Gloria Arroyo, dalla minaccia di un golpe e dalla proclamazione dello «Stato di emergenza»; attraversato dal preoccupante moltiplicarsi di omicidi extragiudiziali e da un vivace dibattito sulle riforme istituzionali. Il 2005 e il 2006 – presi in considerazione nell’analisi del presente saggio – sono stati due anni piuttosto turbolenti nelle Filippine. E non solo per i tifoni che, in numero crescente, hanno battuto le coste orientali dell’isola di Luzon e delle Visayas, causando vittime e consistenti danni a strutture, infrastrutture, raccolti. Sono risultati, invece, anni difficili soprattutto per la «tempesta politica» che ha investito le Filippine a metà del 2005 e che ha avuto strascichi diretti e indiretti per tutto l’anno successivo, culminando con il tentato golpe del febbraio 2006 e con lo «stato di emergenza».
Gloria Arroyo, coinvolta in un caso di corruzione e abuso d’ufficio, non è riuscita a conseguire gli obiettivi enunciati all’inizio del suo mandato sessennale. Il paese, infatti, si trovava alle prese con una difficile operazione di risanamento finanziario per abbattere il deficit di bilancio e il debito pubblico e a dover lottare, nel contempo, contro crescente disoccupazione e povertà. La presidente si era anche impegnata ad affrontare la sfida della pacificazione nazionale, nei rapporti con i ribelli islamici e comunisti.
Arroyo è rimasta al vertice dello stato, ma logorata dagli attacchi e dalle polemiche. Il tourbillon degli eventi, pur senza sfociare in un terremoto politico-istituzionale, ha confermato la cronica debolezza della democrazia di marca filippina e l’endemico problema della corruzione diffusa fino ai gradi più alti, tallone d’Achille del sistema repubblicano a Manila, fin dall’indipendenza del 1946. Secondo l’osservatorio indipendente Transparency International, alla fine del biennio le Filippine navigavano al 126° posto (su 177) nella classifica dei paesi maggiormente infestati dalla corruzione [W/T «Corruption Perception Index» 2006], e appunto la corruzione restava il principale ostacolo per la crescita economica e lo sviluppo sociale del Paese.
|
|
|
|
|
|
|
|
Nei 25 mesi analizzati nel presente saggio (1° dicembre 2004 - 31 dicembre 2006), l’evoluzione dell’India si è svolta all’insegna della continuità in politica interna e della discontinuità in politica estera. Alla base sia della continuità sia della discontinuità vi è però stato un obiettivo comune: il perseguimento del progetto di fare dell’India una grande potenza, dotata di una solida base economica e militare.
Per quanto riguarda la politica interna, il governo di coalizione dell’UPA (United Progressive Alliance), asceso al potere dopo le elezione del marzo-aprile 2004, ha continuato a governare con l’appoggio esterno dei partiti della sinistra, senza che l’Opposizione fosse veramente in grado di sfidarlo in maniera significativa. Quest’ultima è stata ridotta in uno stato di virtuale impotenza da una sorta di crisi infinita e inarrestabile che ha paralizzato in modo pressoché totale il più forte dei suoi partiti, il BJP (Bharatiya Janata Party), di fatto incapace di accettare, a livello emotivo prima ancora che razionale, la sconfitta elettorale dell’aprile-maggio 2004. Se, quindi, vi sono state delle scosse – d’altra parte lievi – al tranquillo navigare del governo dell’UPA, queste sono state provocate non tanto da un’Opposizione resa imbelle dalla crisi del più forte dei suoi partiti, quanto dai malumori sia di due dei partiti della coalizione di governo, il Samajwadi Party e il DMK, sia dei partiti della Sinistra, che appoggiavano il governo dall’esterno. Nel caso dei partiti della Sinistra, tali malumori, legati in particolare alla politica estera, sono però sempre stati frenati dalla consapevolezza che l’unica alternativa ad un governo dell’UPA sarebbe stato il ritorno al potere di un governo delle destre, capeggiato dal BJP. Di qui la strategia delle Sinistre di tirare la corda, ma mai abbastanza da rischiare non dico di rovesciare, ma di far seriamente traballare il governo dell’UPA. Nel caso del DMK, invece, all’origine di una situazione di tensione che è sembrata sul punto di portare il partito del Tamil Nadu ad abbandonare la coalizione di governo, mettendo in moto una reazione a catena che minacciava di coinvolgere i partiti della Sinistra, vi è stato il problema delle privatizzazioni. In questo caso, la crisi è stata disinnescata solo dal blocco di fatto di un processo di privatizzazione che, dopo un periodo di pausa successivo alle elezioni generali del 2004, sembrava essere ripreso con passo sempre più rapido [Kala e Kumar]. Nel caso del Samajwadi Party, infine, i rapporti fra questo grande partito regionale dell’Uttar Pradesh e il Congresso sono stati uniformemente cattivi, quando non addirittura pessimi, per ragioni legate in definitiva alle aspirazioni del Congresso, ma in particolare del figlio di Sonia Gandhi, Rahul, di riconquistare il grande stato del Nord, per interi decenni uno dei pilastri del sistema di potere del Congresso. Era, questa, una prospettiva tale da destare la più acuta preoccupazione del Samajwady Party e del suo leader, Mulayam Singh Yadav. Tuttavia, per tutto il periodo in questione l’alleanza si è in qualche modo mantenuta, anche perché la fuoriuscita del SP dall’UPA se da un lato non avrebbe determinato la caduta del governo, dall’altro avrebbe con ogni probabilità privato il partito di Mulayam Singh della protezione derivantegli dal rapporto privilegiato che il suo partito aveva con la Sinistra.
In questa situazione, il governo di Manmohan Singh, anche se era andato al potere in seguito a elezioni caratterizzate dal rigetto popolare delle politiche neoliberiste del precedente governo, ha continuato a portare avanti quelle stesse politiche neoliberiste. Come nel caso del precedente governo, anche il governo Singh sembra essere stato guidato dalla volontà di trasformare a ritmo accelerato l’India in una grande potenza economica e militare.
La politica estera, invece, è sembrata caratterizzata da un forte elemento di discontinuità rispetto al periodo precedente. Qui vi è stato un riorientamento radicale, segnato dal riavvicinamento dell’India agli USA, un riavvicinamento che è stato il risultato non di un’iniziativa autonoma dell’India, bensì di una nuova strategia di politica estera, inaugurata dagli USA con il preciso scopo di portare – o, meglio, di riportare – l’India saldamente nell’orbita del potere americano. Per farlo, l’Amministrazione Bush non ha esitato a capovolgere la tradizionale politica americana nei confronti delle ambizioni nucleari dell’India. Queste, come è stato più volte notato in passato da AM, erano sempre state l’ostacolo principale e decisivo (di fatto l’unico) alla piena normalizzazione dei rapporti fra i due Paesi. A partire dal marzo 2005, invece, la decisione americana di favorire tali ambizioni ha avviato il rapido riavvicinamento fra i due paesi, mettendo in moto un processo che potrebbe avere conseguenze decisive sugli equilibri asiatici, ma che, come vedremo, contiene forti elementi di ambiguità, tali da rendere difficile pronunciarsi con certezza sui suoi esiti.
Data l’importanza e la complessità del riorientamento della politica estera indiana e del venire in essere di un rapporto privilegiato fra India e USA, è proprio da questo tema che partiremo nella nostra esposizione.
|
|
|
|
|
|
|
|
Il nuovo presidente indonesiano, l’ex generale Susilo Bambang Yudhoyono, nell’aprile del 2004 aveva conseguito un risultato lusinghiero nelle elezioni parlamentari quando si era presentato con un proprio partito, il Partai Demokrat, che aveva conquistato il 7,45% dei voti e 56 seggi (cioè il 10,4% dei 550 posti della Camera dei rappresentanti, Dewan Perwakilan Rakyat). Soprattutto, Yudhoyono si era poi imposto nel ballottaggio alle successive elezioni presidenziali sconfiggendo Megawati Sukarnoputri, la presidente uscente e leader del Partai Demokrasi Indonesia-Perjuangan (PDI-P, il Partito democratico di lotta che aveva animato negli anni ’90 l’opposizione al regime del dittatore Suharto) [FEER 30 settembre 2004, pp. 14-18].
Entrato in politica nel 1999, Yudhoyono aveva occupato vari incarichi ministeriali fino al marzo del 2004, quando si era dimesso dal governo di Megawati per poter partecipare direttamente alla lunga campagna elettorale di quell’anno. In quei mesi, pur non disponendo di un forte apparato di partito alle spalle, l’ex generale era riuscito sorprendentemente a imporsi coniugando le istanze di stabilità e di crescita economica e l’esigenza di riforma espressa da vari ambiti della società indonesiana. Il nuovo presidente, pragmatico e moderato ma non esente da tratti populisti, anche se aveva fatto una buona carriera militare non poteva essere ritenuto veramente un membro del vertice delle forze armate né, peraltro, un tipico rappresentante dell’élite al potere nell’Indonesia di Suharto.
La straordinaria affermazione elettorale del 2004, comunque, non poteva celare la fragilità del nuovo esecutivo, costretto nei primi mesi di vita a cercare una maggioranza parlamentare disposta a sostenerlo. Le riforme istituzionali degli ultimi anni, infatti, avevano predisposto la formazione di governi «del presidente», ma con l’avallo dei partiti. L’esecutivo doveva dunque ottenere la fiducia del Parlamento: un compito che per Yudhoyono si sarebbe rivelato arduo senza il sostegno dei partiti più rappresentativi. Alla vigilia delle elezioni presidenziali, però, le tre principali formazioni politiche del paese – il GOLKAR, erede del regime di Suharto, il PDI-P e l’islamico Partai Persatuan Pembangunan, Partito unitario dello sviluppo (PPP) – avevano dato vita a una «coalizione nazionale» schierandosi contro l’ex generale e sostenendo la candidatura di Megawati. Yudhoyono e il suo vice Jusuf Kalla (un uomo d’affari di Sulawesi, di etnia bugi ed esponente di spicco del GOLKAR, anche se messo in disparte) avevano creato una «coalizione popolare» ottenendo l’appoggio, oltre che del Partai Demokrat, di alcune formazioni minori come il Partito del risveglio nazionale, Partai Kebangkitan Bangsa (PKB), legato al movimento dei musulmani tradizionalisti Nadhlatul Ulama, e il Partai Amanat Nasional, il Partito del mandato nazionale vicino agli ambienti islamici modernisti. La coalizione che sosteneva Yudhoyono, pur rappresentando solo un quarto del voto parlamentare, si imponeva sorprendentemente nel ballottaggio di settembre sconfiggendo Megawati. Il nuovo presidente si insediava godendo dunque di un mandato popolare straordinario, ma senza avere la fiducia di una solida maggioranza parlamentare. Un ulteriore fattore di instabilità era rappresentato dal carattere eterogeneo della coalizione di governo, soprattutto per la presenza di numerosi partiti islamici minori e per la relativa mobilità di formazioni politiche che per opportunismo transitavano da uno schieramento all’altro.
In ogni caso, a distanza di poche settimane dalla sua nascita l’esecutivo si consolidava in termini sostanziali per il convergere di più fattori favorevoli. Questa svolta, in particolare, era dovuta alla vittoria di Jusuf Kalla al congresso del GOLKAR, nel dicembre 2004, quando il vice presidente (con l’impiego di mezzi anche assai spregiudicati) riusciva a mutare la strategia politica del suo partito. Kalla affossava la coalizione con il PDI-P (che veniva relegato all’opposizione) e trasformava il GOLKAR nel principale sostegno del governo; con questa operazione il vice presidente diventava leader del principale partito presente in Parlamento, collocandosi in una posizione che lo rafforzava considerevolmente anche rispetto allo stesso Yudhoyono. Si inaugurava dunque una sorta di duumvirato destinato probabilmente a condizionare la vita politica indonesiana per i prossimi anni. In questo nuovo assetto di potere il presidente si assicurava il ruolo di chi indica e garantisce le scelte di medio e lungo termine mentre a Kalla erano lasciate le decisioni politiche quotidiane e soprattutto la gestione concreta dell’economia [Liddle]. Per queste ragioni durante il 2006 si moltiplicavano le voci sulle ambizioni di Kalla, ritenuto un potenziale candidato alle elezioni presidenziali del 2009 in contrapposizione allo stesso Yudhoyono; tuttavia, alla fine di settembre lo stesso vice presidente smentiva questa ipotesi, sostenendo che difficilmente un esponente politico non giavanese avrebbe potuto imporsi in una competizione nazionale [EIU, 2006, C.R. IV, p. 13].
Il consolidamento politico di Yudhoyono, comunque, sembrava connesso anche ad altri fattori, quale la crescente deriva interna di alcune formazioni di ispirazione islamica, come il PKB e il Partai Amanat Nasional. Questi partiti, lacerati da divisioni che avevano dato luogo a vere scissioni, perdevano infatti progressivamente vigore e capacità di incidere negli equilibri politici e di condizionare l’azione del nuovo presidente [EIU, 2005, C.R. IV, p. 14]. Soprattutto, forse, vi era anche il sostegno (o la benevola neutralità) delle forze armate. I militari indonesiani, fondamento dello stato e spina dorsale del regime di Suharto, per un lungo periodo – dalla metà degli anni ’60 alla fine del XX secolo – hanno esercitato il diritto di interferire nella sfera degli affari civili. Un diritto che in virtù della cosiddetta dwifungsi, la cosiddetta «doppia funzione», assicurava alle forze armate il controllo dei gangli vitali del paese: i militari e in particolare gli ufficiali superiori ricoprivano incarichi politici, erano responsabili di istituti culturali e sociali, facevano parte di consigli di amministrazione, guidavano enti statali, province e distretti. Infine, ma non ultimo per importanza, l’apparato militare controllava direttamente ingenti interessi finanziari e industriali.
Con la caduta di Suharto, nel 1998, le forze armate abbandonavano ufficialmente la dottrina della «doppia funzione», sostituendola con quella del cosiddetto «nuovo paradigma» secondo la quale i militari dovevano occuparsi in primo luogo della difesa esterna e dell’unità nazionale. Nel contesto delle riforme istituzionali varate nei primi anni del XXI secolo, le forze armate perdevano la cospicua rappresentanza parlamentare che era loro assicurata e troncavano le relazioni privilegiate con il GOLKAR, che fino ad allora era il partito del regime. Queste trasformazioni, comunque, non avevano ridotto né l’influenza politica dei comandi territoriali (che continuavano a controllare gli apparati civili), né il rilievo degli interessi economici e finanziari controllati dai militari. Peraltro, dal 1999 in poi nessun governo era riuscito a varare riforme che fossero in grado di confinare davvero i soldati nelle caserme sancendo il ruolo preminente delle autorità civili. Yudhoyono, in virtù della sua esperienza nei ranghi delle forze armate, si rendeva ben accetto dalla leadership militare con cui riusciva a convivere rispettandone le esigenze e non interferendo sul funzionamento degli apparati. In cambio otteneva fiducia politica e sostegno al progetto di sviluppo della democrazia.
Il consolidamento di Yudhoyono, soprattutto, sembrava connesso ai primi successi dell’esecutivo, dall’esito positivo delle elezioni amministrative locali alla sostanzialmente buona gestione dell’economia; concorrevano poi a rinsaldare la posizione del presidente anche la capacità dimostrata dal Governo nell’affrontare vere situazioni di emergenza, come la minaccia del terrorismo islamico e le conseguenze della formidabile e devastante onda di maremoto che il 26 dicembre 2004 aveva colpito le regioni nord-occidentali di Sumatra e in particolare la provincia dell’Aceh.
|
|
|
|
|
|
|
|
Gli sviluppi economici, politici e geopolitici che hanno contrassegnato il Kazakistan del dopo-indipendenza, ed in particolar modo quelli del biennio che prendiamo qui in considerazione: 2005-2006, consentono di ragionare su almeno due questioni importanti che riguardano le trasformazioni e le cesure intervenute nel funzionamento del sistema politico-economico internazionale a partire dai primi anni Settanta. Innanzitutto, il Kazakistan può essere considerato per molti versi paradigmatico degli effetti prodotti dalle politiche di «neoliberalizzazione» [Harvey 2005] nel mondo al di fuori dell’Occidente e nella fattispecie nell’area ex-sovietica cosiddetta in transizione; nonché della contraddittorietà delle basi ideologiche sulle quali si è fondato, sin dal secondo dopoguerra, il progetto americano di espansione egemonica alla scala globale, in particolar modo il principio dell’esportazione della democrazia. In secondo luogo, la repubblica centro-asiatica ex-sovietica è stata una protagonista della cosiddetta «geopolitica degli oleodotti» caspico/centro-asiatica, nel quadro di quella più ampia contesa russo-statunitense che dai primi anni Novanta al periodo qui in esame ha vissuto fasi alterne e diversamente connotate. In quest’ambito, l’arena kazaka si è dimostrata molto indicativa della fluidità delle configurazioni geopolitiche che hanno interessato la regione «eurasiatica», anche in corrispondenza di un percepito spostamento a Est di poteri strutturali, di interessi strategici e di alleanze internazionali.
Al momento dell’indipendenza, le élite ex-comuniste avevano individuato nella privatizzazione del settore energetico la principale strada attraverso cui perseguire il proprio mantenimento al potere [Jones Luong e Weinthal 1999, pp. 387-388]. Le privatizzazioni, anche di buona parte dell’industria non legata alle materie prime, hanno caratterizzato già i primi anni Novanta del dopo-indipendenza, assieme alla creazione di un quadro legislativo favorevole all’avvento del grande capitale internazionale [Brill Olcott 2002]. Nello stesso periodo, il livello di coinvolgimento diretto degli attori economici internazionali nello sfruttamento delle risorse petrolifere del paese è stato straordinario; tale caratteristica ha marcato una notevole differenza tra il Kazakistan e la gran parte dei produttori di materie prime [Jones Luong 1999, p. 29]. Questi processi hanno fatto da motore all’attuazione, con performance spesso molto soddisfacenti, di più ampie riforme di matrice neoliberista, economiche prima e politico-istituzionali poi, promosse dai grandi organismi finanziari internazionali, per esempio la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, dalle banche di sviluppo, dai donatori, dagli investitori bilaterali e da tutto quel variegato universo, incluse le agenzie di sviluppo e le organizzazioni non governative, che ha canalizzato gli interessi politico-economici dei più importanti paesi a capitalismo avanzato, in primo luogo degli Stati Uniti.
Sin da quegli anni, il sistema di potere interno kazako di matrice sovietica ha dimostrato di avere poco da temere dall’accettazione e applicazione delle «riforme di mercato». Come in molte aree «in transizione» o «in via di sviluppo» tali riforme non hanno ostacolato il consolidamento e la moltiplicazione di una ristretta cerchia di esponenti-chiave del mondo politico ed economico già in controllo della vita del paese. Ciò ha anticipato quella che sarebbe divenuta, sebbene con importanti sviluppi, una prassi: il nutrimento delle basi clientelari e corrotte del regime kazako grazie agli stessi flussi di denaro liberati dai processi di liberalizzazione e privatizzazione dell’economia e al regolare incremento delle rendite petrolifere; la moltiplicazione del numero di clan e fazioni e l’inasprimento della contesa tra gli stessi per assumere un maggiore controllo sulle ricchezze nazionali; di conseguenza, un’involuzione autoritaria da un punto di vista politico tesa a proteggere il gruppo al potere coagulato intorno al potente Nursultan Nazarbaev, presidente delle repubblica e già primo segretario del Partito Comunista Kazako.
Nel caso kazako, dunque, i poteri nazionali hanno, in maniera abbastanza tipica, mediato il processo di espansione «informale» dell’«impero statunitense» che ha dominato gli anni Novanta [Pantich e Gindin 2004], consentendo al paese una proiezione internazionale che gli ha anche fornito le basi di legittimazione sia interna che esterna. Sebbene proprio nel corso del biennio di nostro interesse tale processo abbia visto importanti momenti di rallentamento, in corrispondenza del progressivo emergere di motivi di incompatibilità tra «evoluzioni interne» e «richieste esterne», è innegabile che abbia continuato a incidere profondamente sulla struttura politico-economica del paese.
Per quanto riguarda l’inedito protagonismo kazako sull’arena geopolitica, in particolar modo rispetto alla cosiddetta «geopolitica degli oleodotti», le rotte prescelte per il trasporto delle risorse energetiche hanno costituito – come per gli altri stati centro-asiatici produttori di materie prime – una cartina di tornasole piuttosto indicativa delle alleanze internazionali di volta in volta predilette dal paese; ciò è sempre avvenuto, però, nel quadro di una strategia spiccatamente «multivettoriale», adottata sin dal principio degli anni Novanta. Il deciso intensificarsi della contesa per l’accesso alle risorse energetiche che ha avuto luogo in anni più recenti alla scala globale ha accentuato la rilevanza di questo specifico aspetto per le relazioni intessute dal paese sul piano internazionale.
È pur vero che la complessità dei rapporti del Kazakistan – e di tutte le repubbliche centro-asiatiche ex-sovietiche – con potenze quali Russia e Stati Uniti non può ricondursi alla sola carta geografica disegnata dalla rete delle condutture. Per esempio, gli Stati Uniti non possono essere considerati un attore che ha concorso al pari degli altri – con i medesimi mezzi – per l’esercizio di un’influenza egemonica sulla regione. Le evoluzioni politiche, economiche e sociali «interne» al Kazakistan hanno dimostrato infatti le specificità della capacità di penetrazione della potenza atlantica, attraverso l’introduzione delle riforme politiche ed economiche «di mercato» e il conseguente incorporamento del paese nell’orbita del capitale globale da essa ancora coordinato [Ibidem, §§ 3 e 4].
Le relazioni del Kazakistan post-sovietico con la Russia hanno a loro volta rappresentato, con gradi e intensità diversi a seconda delle specificità del momento storico, un’arena geopolitica decisamente privilegiata e di grande rilevanza. La condivisione di una parte di storia cruciale, l’interdipendenza economica – anche dopo il crollo dell’Unione Sovietica – la contiguità geografica e la comunanza di obiettivi strategici si sono spesso mostrate in grado di re-imporsi sulle tendenze centrifughe che negli anni pure hanno segnato i rapporti tra i due paesi. D’altro canto, le stesse relazioni tra Russia e Stati Uniti hanno teso a oscillare tra linee molto diverse, corrispondenti a specifiche cesure geopolitiche e talvolta figlie di scelte strategiche legate alle contingenze del momento. A ciò si aggiunga il più recente imporsi della Cina in quanto interlocutore privilegiato della repubblica centro-asiatica ex-sovietica, in special modo per quel che riguarda la fornitura di materie prime, e la crescente complessità dei rapporti che hanno legato lo stesso colosso asiatico alle due potenze menzionate sopra.
Alla luce di quanto detto sopra, nelle pagine che seguono daremo conto dei principali avvenimenti che hanno interessato il Kazakistan post-sovietico nel biennio 2005-2006 dal punto di vista degli assetti interni prima e delle relazioni internazionali poi. Com’è ovvio, si tratta di aspetti profondamente intersecati, che tratteremo distintamente soltanto per motivi di chiarezza espositiva. Nel primo caso, ci soffermeremo prevalentemente sulle specifiche configurazioni che il neo-patrimonialismo kazako rivelava nel periodo in esame e sull’ulteriore stretta autoritaria esercitata dal potere centrale a fronte di sempre più evidenti minacce – reali, percepite o usate strumentalmente – provenienti sia dall’«interno» che dall’«esterno» dei confini nazionali. Nel secondo caso, guarderemo più da vicino la trama delle relazioni internazionali intessute dal paese nell’ambito dell’inasprimento dei rapporti tra gli Stati Uniti e la Russia in corrispondenza del secondo mandato di Putin e del parallelo consolidarsi della giovane Shangai Cooperation Organization. In entrambi i casi, tenteremo di offrire una lettura critica dei processi in atto a quella data nella repubblica centro-asiatica ex-sovietica ponendo enfasi, da un lato, sull’ambigua relazione che lega le «riforme di mercato» alle evoluzioni politiche interne; dall’altro lato, sulla fluidità dei movimenti che caratterizzano l’area eurasiatica (e l’intero sistema globale) e sulla difficoltà di prevedere gli scenari futuri e i relativi assetti geopolitici.
|
|
|
|
|
|
|
|
Proprio mentre il numero di Asia Major 2004 andava in stampa, la devastante onda dello tsunami si abbatteva sullo Sri Lanka. Questo paese, come tutti quelli investiti dal maremoto del 26 dicembre 2004, si è trovato davanti a una tragedia umana senza precedenti. La situazione, nello Sri Lanka, era aggravata dal fatto che la calamità e tutte le sue implicazioni sono andate a sommarsi a una situazione politica già molto difficile e tesa. Lo tsunami ha quindi dominato gran parte del 2005, relegando sullo sfondo le vicende politiche, pur complesse e delicate, dello Sri Lanka. Poi, però, è arrivata l’elezione a presidente di Mahinda Rajapakse, appoggiato dai partiti ultranazionalisti Janatha Vimukthi Peramuna (JVP) e il Jathika Hela Urumaya (JHU) e la situazione politica si è rimessa in movimento; e non per il meglio.
|
|
|
|
|
home
|