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Iran: repressione, sanzioni e stallo sul nucleare

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1. Il pugno di ferro e la fine delle proteste

Il 2009 si era chiuso con la ripresa di nuove proteste antigovernative e con dimostrazioni popolari in occasione dei funerali del grande ayatollah Hoseyn ‘Ali Montazeri, l’ex «delfino» di Khomeyni, che per due decenni aveva rappresentato la voce religiosa più autorevole di critica al sistema di potere post rivoluzionario [AM 2009, pp. 47-48]. Proteste che si erano saldate alle commemorazioni del giorno di Ashura, il giorno in cui gli sciiti ricordano il martirio del terzo imam Huseyn a Kerbala (680 d.C.). Agli inizi del 2010 il governo ha così deciso un nuovo giro di vite che mirava a prevenire l’esplosione di nuove proteste popolari tramite l’intimidazione o l’arresto di centinaia di intellettuali, giornalisti e consiglieri dei capi politici riformisti.

Grazie anche a queste misure preventive, l’11 febbraio – il giorno in cui si celebra la vittoria della rivoluzione anti Pahlavi e la repubblica islamica – non vi sono state le temute nuove proteste popolari. Questa calma ha reso più sicuro il governo, che ha proseguito nella sua politica di repressione del dissenso. Per mesi si sono rincorse le voci dell’arresto degli stessi vertici della cosiddetta «Onda Verde», ai quali è stata negata la possibilità di uscire dal paese. Una sorta di «guerra ideologica» che ha demonizzato i riformisti, dipinti come cospiratori, e che ha effettivamente arrestato le manifestazioni di massa [Zibakalam, 2010, § 4]. Di fatto, nonostante le smentite fatte giungere in Occidente [W/ROL 28 gennaio 2010, «We Will Not Compromise; We Will Not Recognize»], entrambi i candidati riformisti delle elezioni presidenziali del giugno 2009, Mehdi Karrubi e Mir Hoseyn Musavi, sembravano aver accettato Ahmadinejad quale legittimo presidente della repubblica, fermando ogni nuova iniziativa popolare di protesta.

Se l’Onda Verde sembra – almeno per il momento – sconfitta, non significa che il consenso popolare verso il governo ultraradicale sia aumentato. Anzi, nel momento in cui chiudiamo questo scritto (31 dicembre 2010) la decisione dei radicali di non cercare alcun accordo con la parte moderata e riformista del ceto politico della repubblica islamica, rischia di aggravare – nel medio e lungo termine – la distanza fra stato e società. Aver trasformato le storiche divisioni politiche interne in uno scontro politico a somma zero, con l’insofferenza del governo verso ogni dissenso, rende più precario l’assetto di potere: come è stato giustamente osservato, il dibattito politico in Iran è passato «da un modello agonistico a uno antagonistico» [Adib-Moghaddam, 2010, § 1].

Una degenerazione che preoccupa anche molti conservatori tradizionali, sempre più a disagio dinanzi alla deriva autoritaria e alla crescita del ruolo delle forze militari e paramilitari in ogni settore della vita iraniana: da quello politico a quello economico e socio-culturale [si veda anche § 4]. Se le proteste di massa avevano poi di fatto «obbligato» il rahbar ‘Ali Khamenei ad appoggiare senza riserve il presidente Ahmadinejad, la loro fine ha fatto riemergere i contrasti e i dissensi fra le due più alte autorità dello stato. Si tratta di contrasti per un verso strutturali, derivanti dalla complessa architettura costituzionale della repubblica islamica: guida suprema e presidente hanno chiare sovrapposizioni di gestione politica; le interferenze sono sempre state continue, in particolare dopo l’ascesa di Khamenei nel 1989 quale nuovo rahbar. Ma, durante il 2010 si è notata una crescente frizione fra le due cariche, dovuta alla tendenza degli ultraradicali di occupare ogni carica e di allargare continuamente il loro potere, a scapito dei conservatori tradizionali e del clero impegnato politicamente. Khamenei ha da tempo difficili relazioni con molti degli alti gradi del clero sciita, che non lesinano critiche al suo operato, tanto che nel mese di ottobre ha compiuto una irrituale visita di nove giorni alla città santa di Qom, per riaffermare il proprio primato dottrinale [Abdo, Aramesh, 2010].

L’atteggiamento a volte tracotante del presidente verso i conservatori tradizionali e il suo tentativo di rafforzare il proprio ruolo istituzionale – anche allontanando quei ministri e quei funzionari che sono legati più al rahbar che a lui – sta creando continue frizioni. E, come descritto nei paragrafi successivi, queste rischiano di indebolire i poteri effettivi di indirizzo politico di Khamenei.

2. La sorpresa dell’accordo sullo scambio di uranio arricchito con Turchia e Brasile e le nuove sanzioni ONU

Come si è detto nel precedente volume di Asia Maior [AM 2009, pp. 45 ss.], nell’autunno del 2009 si era apparentemente giunti vicinissimi a un compromesso risolutivo della lunga «crisi nucleare», apertasi nel 2002, fra Iran e i cosiddetti P5+1 (i cinque paesi membri permanenti del consiglio di sicurezza dell’ONU più la Germania).

L’accordo preliminare consisteva nella creazione di un meccanismo che permettesse l’esportazione dell’uranio leggermente arricchito (LEU) prodotto dall’Iran e la sua conversione in combustibile per il reattore di ricerca di Teheran, in maniera tale da evitare il suo possibile ulteriore arricchimento a fini militari. Le tensioni interne al sistema di potere iraniano hanno tuttavia impedito che il governo di Teheran facesse proprio il compromesso.

Dopo il mancato accordo, per tutti i primi mesi del 2010, i toni iraniani sono tornati a essere estremamente aggressivi e di aperta sfida alle Nazioni Unite e all’AIEA; ciò ha spinto l’amministrazione statunitense a adottare una politica più decisa contro l’Iran, intensificando i propri sforzi per giungere a una nuova e più dura risoluzione di condanna da parte del CdS (consiglio di sicurezza) delle Nazioni Unite, anche per le crescenti critiche interne che accusa- vano il presidente americano Barack Obama di essere troppo «morbido» e troppo disponibile verso l’Iran.

Nel tentativo di evitare nuove sanzioni – e di spezzare l’isolamento diplomatico – il presidente iraniano Ahmadinejad ha siglato un accordo, il 17 maggio 2010, con quello turco Recep Tayyp Erdogan e con quello brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva. La mossa ha colto di sorpresa gli ambienti diplomatici internazionali, ma non ha ottenuto l’effetto sperato. Con questo accordo, Teheran si impegnava a trasferire 1.200 chilogrammi di uranio debolmente arricchito in Turchia entro un mese; in cambio l’Iran avrebbe ricevuto 120 chilogrammi di combustibile da impiegare nel proprio reattore di ricerca di Teheran entro un anno. Apparentemente i termini dell’accordo erano simili a quelli discussi a Vienna e a Ginevra nell’autunno 2009. In realtà, essi sono fortemente sbilanciati a favore degli iraniani, i quali, in virtù dell’accordo, avrebbero consegnato solo una parte del proprio stock di uranio debolmente arricchito. Gli iraniani, inoltre, si riservavano inoltre il diritto di arricchire al 20 % (un livello molto pericoloso per la proliferazione militare) parte dello stock di LEU mantenuto in patria [Asculai, Landau, 2010]. Di fatto, non venivano fornite quelle garanzie che la comunità internazionale ha richiesto da anni, circa il non utilizzo a fini militari del LEU. Da qui la reazione negativa dei paesi occidentali, i quali hanno duramente criticato la Turchia e il Brasile per questa apertura verso Teheran, e la decisione dell’AIEA e dell’ONU di non avvallare l’accordo. Al contrario, Cina e Russia hanno considerato quell’accordo come un passo nella giusta direzione, che dimostrava la buona volontà iraniana [Redaelli 2010, pp. 131-132].

Il mese successivo, il 9 giugno 2010, dopo un lungo lavoro preparatorio, vi è stata l’adozione di nuove e più dure sanzioni da parte del CdS delle Nazioni Unite. Significativamente, anche Russia e Cina hanno appoggiato questa nuova risoluzione (la n° 1929), a dimostrazione di quanto le tattiche dilatatorie e le ambiguità di Teheran abbiano irritato anche quei paesi tradizionalmente molto comprensivi verso le sue politiche e le sue ambizioni tecnologiche.

Scontata, la reazione del governo iraniano, con il presidente Ahmadinejad che ha sprezzantemente definito le nuove sanzioni come «un fazzoletto usato», decisioni senza valore che non avrebbero certo fermato il programma nucleare del paese [W/R 9 giugno 2010, «Iran says sanctions like flies»].

Con l’annuncio da parte russa della messa in funzione della centrale atomica di Bushehr nell’agosto del 2010, mese in cui sono state caricate le prime barre di combustibile per produrre energia, sono riprese a circolare insistenti le voci di un attacco militare israeliano, concordato o meno con Washington, contro i principali siti nucleari iraniani [Kam, 2010]. Come sottolinea l’esperto Mark Fitzpatrick, a favorire l’opzione militare non sarebbe solo la scelta iraniana di ritirarsi dal trattato di non proliferazione e di avviare ufficialmente un programma nucleare militare; essa potrebbe essere provocata anche solo dalla volontà iraniana di aumentare in continuazione i propri stock di uranio debolmente arricchito e di proseguire con decisione sulla strada di un arricchimento al 20% [Fitzpatrick, 2010, pp. 87 ss.]. A quel punto, infatti, basterebbe davvero poco a Teheran per divenire una potenza nucleare militare.

Alcuni avvenimenti sembrano indicare che la decisione di non limitarsi alle pressioni diplomatiche sia già stata presa: alla fine di novembre, due diversi clamorosi attentati a Teheran hanno di nuovo colpito scienziati del programma nucleare; gli ultimi di una serie di uccisioni che sembrano mirare a decapitare la stretta cerchia di specialisti scientifici che lavorano ai programmi di arricchimento [Dickey, Schneiderman, Dehghanpisheh, 2010]. Ma effetti ben peggiori pare aver avuto l’attacco informatico ai computer che regolano il funzionamento delle centrifughe per l’arricchimento di Natanz, tramite il sofisticato e misterioso virus Stuxnet: secondo alcune stime occidentali, molte delle nuove centrifughe sarebbero rimaste danneggiate, come indirettamente dimostrato dalla contemporanea diminuzione della produzione iraniana di LEU, verificata dai tecnici dell’AIEA. Lo stesso ‘Ali Akbar Salehi, capo dell’Agenzia atomica iraniana, il 23 novembre ha parlato di un attacco informatico straniero [Albright, Stricker, Walrond, 2010]. Molti, ovviamente, ritengono che l’attacco in questione sia stato deciso da Israele. In so- stanza, con questi attacchi e con queste uccisioni si cercherebbe di forzare la repubblica islamica ad accettare un accordo con i P5+1, limitando nel contempo ulteriori suoi progressi nel campo della tecnologia nucleare potenzialmente utilizzabile a fini bellici.

3. «L’affaire Sakineh» e il crescente isolamento nazionale

Durante l’estate 2010, vi è stata una crescente campagna di mobilitazione internazionale a favore di una donna iraniana, Sakineh Mohammadi Astiani, condannata alla lapidazione nel 2006 per adulterio e all’impiccagione per il concorso nell’omicidio del marito. In vista della sua esecuzione, che avrebbe dovuto avvenire per lapidazione e che era prevista per il 20 di luglio, i figli sono riusciti a coinvolgere i media occidentali, come pure le associazioni per la difesa dei diritti umani quali Amnesty International e Human Rights Watch. Secondo i figli e gli avvocati difensori, le confessioni della donna riguardo l’omicidio del marito erano state estorte con la tortura da parte della magistratura iraniana. Anche la brutalità della condanna – tramite lapidazione – ha colpito l’attenzione internazionale, con una mobilitazione di politici, intellettuali e attivisti dei di- ritti umani che ha temporaneamente provocato la sospensione dell’esecuzione. I giudici religiosi, pur rigettando tutte le accuse nei propri confronti come una manovra contro l’Iran e pur confermando la condanna a morte, il 27 settembre hanno inizialmente commutato la sentenza in impiccagione. Tecnicamente, ha spiegato il procuratore generale Gholam-Hossein Mohseni-Ejei, la donna avrebbe dovuto essere lapidata per l’adulterio e impiccata per l’omicidio del marito. Dato che l’omicidio è più grave, la procedura prevede l’esecuzione della seconda pena [W/MNA 27 settembre 2010, «Sakineh Astiani is sentenced to death: prosecutor»]. Una spiegazione farraginosa per giustificare giuridicamente una mossa tesa a ridurre la campagna a difesa di Sakineh. Lo stesso Ahmadinejad, dopo la commutazione della sentenza, si è chiesto perché l’Occidente non si mobilitasse anche in difesa delle decine di donne in attesa di condanna capitale detenute negli Stati Uniti.

Di fatto, la sorte di Sakineh Astiani è divenuta una battaglia politica che ne ha travalicato la triste vicenda personale, trasformandosi ora in una dimostrazione della capacità della repubblica islamica di resistere alle pressioni internazionali, ora in uno strumento per mantenere strumentalmente alta la pressione sul paese. Nel mese di ottobre, due giornalisti tedeschi sono stati arrestati a Tabriz per aver cercato di parlare con i membri della famiglia di Sakineh; nonostante le pressioni del governo di Berlino, non sono stati espulsi ma incarcerati e processati [W/MNA 22 novembre 2010, «Ca- se of detained Germans going through judicially process»]. Agli inizi del mese di dicembre si sono diffuse false voci circa una scarcerazione di Sakineh; si trattava in realtà di un trasferimento temporaneo presso la sua abitazione, deciso per permettere una ricostruzione televisiva in cui la condannata avrebbe confermato la sua colpevolezza. Decisione, questa, che ha suscitato le nuove proteste dei figli, i quali hanno lanciato ulteriori appelli alle opinioni pubbliche internazionali per rinnovare le pressioni diplomatiche su Teheran.

Anche la notizia precedentemente diffusa della commutazione della pena in impiccagione è stata ritrattata dai vertici della magistratura iraniana: una prova ulteriore di come la radicalizzazione della lotta politica interna produca continue oscillazioni e cambi di rotta improvvisi. Ma è anche la dimostrazione di quanto l’élite di potere consideri con preoccupazione l’appannamento dell’immagine internazionale del paese.

Al di là della singola vicenda, è evidente come l’Iran sia sempre più in difficoltà – a livello internazionale – nel difendersi dalle accuse di violazioni sistematiche dei diritti umani; questo non solo nei confronti dei paesi occidentali, ma anche fra i paesi non allineati, che per anni sono stati considerati da Teheran fedeli alleati su cui contare negli organismi internazionali. La radicalità delle posizioni di Ahmadinejad, le sue imbarazzanti dichiarazioni verso Israele e la shoah, la brutalità delle repressioni politiche interne e, ancor più, la percepita aggressività di Teheran sullo scacchiere regionale hanno rafforzato il fronte dei paesi ostili nei confronti della repubblica islamica. Le ben note rivelazioni autunnali di WikiLeaks, che hanno confermato quanto già noto – ossia il favore con cui le monarchie arabe del Golfo vedrebbero un attacco militare israeliano o statunitense contro l’Iran (a cui abbiamo già accennato nel § 2) -, sono una prova del peggioramento dei rapporti diplomatici anche sul piano regionale. Teheran sta cercando di controbilanciarlo, rafforzando la cooperazione politica ed economica con i paesi più vicini come la Turchia, l’Iraq, l’Afghanistan, il Pakistan, e con una sempre più accentuata «asiatizzazione» della propria politica estera, come testimoniato dai continui viaggi del presidente e di membri del governo nei paesi asiatici, in particolare in quelli islamici. Tuttavia, vi sono evidenti segnali di una maggiore vulnerabilità del paese in sede internazionale, sia all’AIEA – il cui comitato direttivo appare ora meno ben disposto verso l’Iran [W/AIEA, 2010] – sia in sede ONU. Una tendenza che è guardata con preoccupazione dai politici riformisti e conservatori tradizionali, come pure dallo stesso rahbar. Quest’ultimo, pur condividendo l’impostazione antioccidentale e le tematiche «antimperialiste» dei consiglieri di politica estera di Ahmadinejad, non ha fatto mistero di non fidarsi di costoro, in quanto li considera troppo inesperti e avventuristi, [Khalaji, 2010].

4. Gli effetti paradossali della crisi economica e delle sanzioni internazionali

Con l’entrata in vigore delle nuove sanzioni economiche – e con il corollario delle sanzioni finanziarie unilaterali statunitensi ed europee – la crisi economica nel paese sembra essere peggiorata. È difficile farsi un quadro veramente attendibile della situazione, data la scarsità di dati certi e l’opacità di certi settori produttivi e finanziari iraniani; tuttavia, dai segnali che giungono sembra evidente che le sanzioni abbiano colpito il paese. Il problema è capire chi, da esse, sia stato effettivamente danneggiato. Il presidente Obama aveva dichiarato che il suo intento era «colpire il governo, non la popolazione» [W/CSIS 29 giugno 2010, «Impact of Iran Sanctions Legislation: An Energy Perspective»]. Ma, com’è la regola con le sanzioni economiche, i danni inflitti finiscono per ricadere più sulla popolazione in generale che sulle élite del potere che si intende mettere in difficoltà. In effetti, quelle imposte contro l’Iran hanno amplificato i tradizionali problemi dell’economia iraniana, peggiorando il livello di vita delle masse. Queste sono state vittima di un’inflazione reale molto più alta di quella ufficiale, della stagnazione degli investimenti, del declino del potere di acquisto delle famiglie a reddito fisso e, infine, della perdita di posti di lavoro, stimata in 3.000 al giorno [W/AA 15 ottobre 2010 «The Sanctions Debate Heats Up in Iran»].

La crescente penuria di prodotti ad alta tecnologia ha colpito duramente anche i settori produttivi, da quello industriale a quello edile (con la mancanza di componenti antisismiche per le centinaia di torri e grattacieli in costruzione a Teheran). Per la maggior parte delle aziende è sempre più difficile, costoso e avventuroso ottenere i pezzi di ricambio o nuovi componenti. Simili difficoltà ha incontrato il settore petrolifero, le cui prospettive di crescita della produzione sono concretamente messe a rischio dai mancati investimenti europei [W/MEED 16 giugno 2010, «Tehran’s isolation grows: How sanctions are hurting Iran’s oil industry»]. Ancora peggiori le condizioni dell’influente ceto mercantile, i cosiddetti ba’azari. Essi, storicamente vicini ai conservatori tradizionali, hanno risentito fortemente della diminuzione sia degli scambi internazionali sia delle transazioni finanziarie. Si stima che molti di essi stiano esportando – tramite canali tradizionali non ufficiali – miliardi di dollari ogni anno verso piazze finanziarie meno problematiche, come quelle degli Emirati Arabi Uniti.

Il governo ha cercato di reagire con una politica che è stata definita di «asiatizzazione degli scambi commerciali» e di crescente regionalismo economico [Kiani, Behravesh, 2010], rafforzando la cooperazione economica con la Cina (che ha aumentato i propri investimenti nel paese), con la Turchia, con l’Iran e con i paesi asiatici.

Che ciò riesca a compensare il declino degli investimenti europei è tuttavia opinabile, per lo meno nel breve termine. Ad esempio, nel settore degli idrocarburi è risultato particolarmente difficile rinnovare i vetusti impianti estrattivi senza l’assistenza delle aziende occidentali, che quegli impianti hanno costruito, in molti casi ancora durante il periodo dello shah. Far subentrare società petrolifere cinesi, turche o di altri paesi asiatici significa spesso ritardare di anni i programmi e sostenere ingenti spese.

Ma, paradossalmente, a livello politico l’effetto combinato della crisi economica e delle sanzioni sembra agire in modo opposto a quello sperato da Washington, favorendo proprio gli ultraradicali e, in particolare, il braccio economico dei pasdaran. Da tempo, la galassia delle società ad essi collegate si è imposta oramai come l’attore economico principale del paese, assicurandosi contratti e vincendo gare d’appalto in tutti i settori economici [Baheli, 2010, § 3]. La crisi economica e la riduzione degli investimenti stranieri hanno amplificato questa tendenza per due motivi principali. Innanzitutto, per la politica di autosufficienza (khod-kafaie) economica lanciata dal governo, che punta a ridurre al minimo la dipendenza dal sistema economico esterno; in secondo luogo perché, con le sanzioni, cresce il ruolo delle società ombra, delle triangolazioni per sfuggire alle maglie dei controlli internazionali e del «sommerso». Tutte aree in cui i pasdaran hanno capacità di azione ben superiore agli altri operatori economici iraniani, anche se ciò spesso comporta l’aumento della corruzione e dell’inefficienza del settore pubblico o parapubblico.

Infine, le nuove sanzioni hanno aiutato Ahmadinejad ad imporre la riforma, per quanto timida e parziale, dei prezzi sussidiati della benzina, in Iran enormemente inferiori a quelli di mercato. Come noto, a causa della scarsa capacità produttiva dei propri impianti di raffinazione, l’Iran deve importare quasi un terzo del proprio consumo giornaliero (pari a quasi 500.000 barili al giorno di idrocarburi raffinati); questa benzina viene acquistata a prezzi di mercato, ma rivenduta in Iran a prezzi politici, con un costo per l’erario pubblico pari a decine di miliardi di dollari l’anno [W/IT 1° ottobre 2009 «Gasoline Sanctions on Iran: How Will Tehran Re- spond?»]. Il Majles (il parlamento iraniano) si era sempre opposto a ogni loro revisione, per timore di proteste e rivolte popolari. Ma l’accentuarsi della crisi economica e il timore di sanzioni occidentali anche sui prodotti petroliferi raffinati hanno favorito i progetti governativi di riduzione dei sussidi per i beni di prima necessità [W/IF 23 dicembre 2010, «Fears of unrest after Iran cuts fuel and food subsidies»]. Paradossalmente, le sanzioni possono aiutare Ahmadinejad a imporre il proprio piano di riforma economica a una popolazione già molto scontenta.

Anche in virtù di queste considerazioni, il presidente statunitense Obama ha deciso di imporre «sanzioni per la violazione dei diritti umani» contro membri del governo e contro quegli alti funzionari della repubblica islamica responsabili di aver violato i diritti umani dei propri cittadini [Pakravan, 2010]. L’obiettivo è quello di acuire l’isolamento del governo iraniano, limitando al massimo i viaggi e i contatti degli esponenti ultraradicali con paesi alleati e amici, come pure nei consessi internazionali. A differenza di quelle economiche, che colpiscono la popolazione, questo tipo di sanzioni intacca il prestigio dei funzionari e dei politici a cui le norme restrittive sono applicate. È in pratica la ripresa della vecchia idea di «contenimento» del periodo della guerra fredda: sempre più analisti, nei circoli politici di Washington, sostengono che sia inutile ricercare un accordo impossibile o bloccare militarmente il programma nucleare iraniano. Gli Stati Uniti, secondo questa corrente di pensiero, devono puntare al logoramento della repubblica islamica sia utilizzando le sanzioni economiche e le strategia di contenimento politico e diplomatico, sia evidenziando le contraddizioni interne dell’Iran e la sua mancanza di democrazia. Così come avvenne con l’Unione Sovietica, indebolita dalla irrisolta questione dei diritti umani e dalle storture del proprio sistema economico.

5. Il brusco allontanamento del ministro degli Esteri Manouchehr Mottaki

Il 13 dicembre, con una mossa a sorpresa, Ahmadinejad ha rimosso il ministro degli Esteri, Manouchehr Mottaki, mentre questi era impegnato in una visita ufficiale all’estero. Il contrasto personale fra i due era noto da tempo a livello internazionale, così come evidenti erano i tentativi del presidente ultraradicale di marginalizzare i pochi ministri che non dipendono ancora direttamente dalla sua persona o dai pasdaran, i quali sono sempre più gli intolleranti «azionisti di maggioranza» della Repubblica islamica dell’Iran.

Ma i modi con cui è maturato l’allontanamento del capo della diplomazia sono stati davvero irrituali: cacciare il proprio ministro degli Esteri mentre questi è impegnato in una missione ufficiale è sorprendente anche da parte un personaggio incline alle decisioni improvvise come Ahmadinejad.

Per certo, si tratta di un ulteriore segnale della trasformazione dell’Iran in un neototalitarismo dominato dalle forze paramilitari dei pasdaran. Questi hanno occupato posizioni di potere politico e amministrativo come mai prima d’ora, divenendo nel contempo il primo conglomerato industriale e produttivo, tramite le loro società finanziarie ed economiche. Mottaki era uno dei pochi ministri rimasti nel governo che rispondeva non tanto al presidente quanto all’ayatollah ‘Ali Khamenei. L’accusa che l’entourage presidenziale ha fatto circolare alla fine di dicembre 2010 è quella che Mottaki non avesse saputo difendere il prestigio del paese, perdendo continue battaglie alle Nazioni Unite, e che non fosse riuscito né a favorire l’ascesa di candidati iraniani alla segreteria di organizzazioni internazionali, né a imporre Teheran quale sede di importanti conferenze internazionali sulla filosofia o sui diritti umani [W/INSI 13 dicembre 2010, «Mohammad Reza Heidari»]. Il governo della repubblica islamica ha sempre considerato questo tipo di eventi come importanti vetrine internazionali, che frenano i tentativi di isolamento diplomatico statunitensi: da qui l’insoddisfazione del presidente e la rimozione del ministro.

Si tratta di accuse paradossali: in effetti, se l’Iran è sostanzialmente isolato a livello internazionale la colpa è di chi ha ribaltato la politica dei precedenti governi Khatami (1997-2005) di apertura politica, diplomatica e culturale verso l’Occidente e i paesi arabi, adottando un atteggiamento radicale e massimalista. Di Ahmadinejad prima di chiunque, quindi.

Ma questo allontanamento ha dimostrato, inoltre, la crescente divaricazione con il rahbar e, probabilmente, la debolezza di Khamenei: finora la guida suprema aveva sempre controllato il ministero degli Esteri con propri uomini, rintuzzando con fastidio ogni tentativo dei vari presidenti di dettare la politica estera del paese. Ora non sembra più così: nella prima parte dell’anno, Ahmadinejad aveva cercato di svuotare il ruolo di Mottaki, creando degli inviati speciali per la politica estera che riferivano soltanto al presidente. Una manovra bloccata dal Majles – dominato dai conservatori tradizionali e sempre più in rotta di collisione con il presidente – e dallo stesso Khamenei, le cui condizioni di salute, si vocifera, sono però ora sempre più precarie, rendendolo più isolato e meno capace di resistere alle pressioni degli ultraradicali. La rimozione di Mottaki, poi, ha segnalato anche la debolezza crescente dei conservatori tradizionali di cui l’ex ministro degli Esteri era espressione: facile im- maginare un ulteriore peggioramento delle relazioni fra un governo sempre più monoliticamente radicale e il parlamento, testimoniato anche da un commento molto duro del direttore del giornale arciconservatore «Kayhan», vicinissimo al rahbar [W/K 14 dicembre 2010, «Ba che-ye tugeyha (Con quali giustificazioni)»]. Difficile che quell’editoriale possa essere uscito senza una preventiva autorizza- zione da parte dell’entourage più ristretto di Khamenei.

Nonostante ciò, sarebbe semplicistico aspettarsi cambiamenti di rotta improvvisi, a seguito di questo avvicendamento. In Iran tutto è più complicato di quanto appaia a prima vista. Anche il nuovo ministro degli Esteri pro tempore, Ali-Akbar Salehi, è stimato e vicino a Khamenei; anzi, per qualcuno si tratta di una nomina imposta dalrahbar al presidente [W/RFE-RL 22 dicembre 2010, «Salehi Stands In As Iran’s New Foreign Minister. But For How Long?»]. Ma il dato più evidente è il suo essere il capo dell’agenzia atomica iraniana: una certificazione, la sua nomina, di come il problema nucleare abbia «vampirizzato» ogni altra questione, nei rapporti con l’esterno. Il programma atomico di Teheran è, infatti, divenuto una sorta di binocolo al contrario: riduce tutto alla questione dell’arricchimento dell’uranio, e rende sfuocato – invece che più visibile – quanto avviene nel paese, nonostante l’ossessiva attenzione internazionale. Il prossimo futuro ci dirà se l’ascesa di Salehi, un tecnico stimato anche in Occidente e noto per le sue posizioni moderate, favorirà un possibile accordo sulla questione nucleare, o se sarà solo una nomina transitoria per il potere sempre crescente e sempre più intollerante di Ahmadinejad.

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Giorgio Borsa

The Founder of Asia Maior

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The "Cesare Bonacossa" Centre for the Study of Extra-European Peoples

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