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Myanmar: spiragli di democrazia?

 

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1. Introduzione: un percorso lungo e tortuoso

Il biennio 2008-2010 è stato per il Myanmar un periodo di transizione culminato, nel mese di novembre 2010, in due episodi politicamente significativi: le elezioni generali e la liberazione di Aung San Suu Kyi.

Le premesse di questi importanti eventi si erano delineate già alla metà del 2008 quando un discusso referendum, tenutosi poche settimane dopo il devastante ciclone Nargis, aveva approvato la nuova costituzione birmana con un improbabile 93,82% di voti favorevoli [W/MOFA]. Subito dopo, l’SPDC (State Peace and Development Council), l’acronimo dietro al quale si cela la giunta militare al potere in Myanmar, aveva fissato per il 2010 le consultazioni, senza però indicare né il mese né il giorno. Sarebbero state le prime votazioni nazionali dopo quelle tenutesi il 27 maggio 1990, quando l’NLD (National League for Democracy), il partito di cui Aung San Suu Kyi è segretario generale, aveva sbaragliato tutti gli avversari, conquistando 392 dei 492 seggi del Pyithu Hlutlaw (il parlamento del Myanmar) [W/A]. In seguito, la giunta militare birmana era, comunque, riuscita a trovare lo stratagemma per mantenere il potere, affermando che i candidati eletti a maggio avrebbero avuto il solo compito di redigere la costituzione del futuro stato democratico [SLORC]. Il rifiuto dell’NLD di accettare il voltafaccia dei generali e le veementi proteste levatesi dal mondo occidentale, avevano indotto i militari ad interrompere il processo di democratizzazione, continuando la violenta repressione di chi si opponeva alla loro politica.

Il boicottaggio economico, invocato dalla stessa dissidenza birmana ed attuato dagli Stati Uniti ed dall’Unione Europea, ha contribuito ad avvicinare il Myanmar alla Cina. Come aveva detto l’arcivescovo di Yangon, Monsignor Charles Bo nel 2008: «con le continue critiche alla giunta, la comunità internazionale e gli Stati Uniti ottengono come unico risultato quello di spingere sempre più la nazione verso la Cina. Ecco quindi due chiavi che si potrebbero utilizzare per riportare il paese al dialogo: l’Occidente deve cercare di influenzare Pechino affinché questi induca i militari ad accettare i cambiamenti e gli Stati Uniti devono cessare di criticare violentemente il Myanmar imponendo un embargo che danneggia solo la popolazione» [Pescali, 2008].

Come vedremo, sarà proprio Aung San Suu Kyi che, appena liberata, riprenderà queste tesi, spiazzando molti dei suoi stessi sostenitori.

2. Primi segnali di apertura

Dopo i due anni più critici della recente storia birmana (nel 2007 le manifestazioni dei monaci e nel 2008 il ciclone Nargis), il 2009 è stato caratterizzato da una serie di segnali e di contatti bilaterali tra il governo birmano e quello statunitense; un indizio del fatto che, all’interno della giunta, gli equilibri di potere sono, ancora al momento in cui chiudiamo questo scritto (31 dicembre 2010), in via di trasformazione.

Il 18 febbraio il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, prendendo atto dell’inutilità dell’embargo nel fare mutare L’atteggiamento dei militari al potere in Myanmar, dichiarava la disponibilità da parte dell’amministrazione Obama di alleggerire le sanzioni [W/USDS]. Due giorni dopo un segnale di approvazione giungeva da Nay Pyi Taw (la nuova capitale del Myanmar): un’amnistia concedeva, infatti, la libertà a 6.313 detenuti. A questo primo rilascio ne seguiva un secondo a settembre, con la liberazione di altri 7.144 carcerati. Della totalità di questi, però, solo 161 erano prigionieri politici; una minima parte dei 2.200 attivisti rinchiusi nelle carceri della nazione [W/HRWb].

Veniva invece a complicarsi la situazione di Aung San Suu Kyi, che, il 10 agosto, era stata giudicata colpevole di aver violato i termini degli arresti domiciliari a cui era soggetta dal 2003. Alla «lady» si contestava l’ospitalità offerta a John Yettaw, uno squilibrato statunitense, veterano del Vietnam, intrufolatosi illegalmente nella residenza di Aung San Suu Kyi il 3 maggio 2009. La pena di tre anni di lavori forzati inflitta ad Aung San Suu Kyi era stata commutata in diciotto mesi di arresti domiciliari dal capo della giunta, Than Shwe [SPDC].

Il cambio del verdetto è stato sicuramente un espediente per impedire ad Aung San Suu Kyi di partecipare attivamente alle elezioni del 2010, senza gravare sulla sua cagionevole salute; ma è stato anche un segnale di dialogo lanciato della giunta militare verso l’amministrazione Obama. Questa, difatti, si era mostrata più flessibile e aperta di quella Bush, ma era anche allarmata dalle notizie di un accordo tra il Myanmar e la Corea del nord per una collaborazione nucleare. Collaborazione, del resto, non ancora dimostrata, fatto che ha costretto i principali accusatori, come la Federation of American Scientists, a far riferimento solo ad «attività sospette» nord-coreane in Myanmar [W/FAS, p. 19 §19].

3. Il programma nucleare del Myanmar

In realtà, le ambizioni nucleari del Myanmar affondavano le radici già nel 1955, quando il governo civile birmano di U Nu aveva fondato la Union of Burma Atomic Energy Center [BAS, p. 380]. Erano stati gli stessi militari, con il generale Ne Win, a interrompere nel 1962 il programma, ritenuto dispendioso e inutile, per poi riattivarlo nel 2001. Il basso livello di conoscenze tecnologiche degli ingegneri birmani, sommato ad una scarsa disponibilità finanziaria, renderebbe tutto il progetto molto aleatorio, tanto da far nascere seri dubbi sulla reale fattibilità.

Lo stesso rapporto di Robert E. Kelley, un ex ispettore dell’IAEA (International Atomic Energy Agency) sulla base del quale si fondavano le tesi di una proliferazione nucleare birmano-nord coreana, affermava che la qualità delle parti meccaniche esaminate nelle foto e nei video trafugati da un tecnico militare, era molto bassa: «Se qualcuno sta realmente programmando di costruire un’arma nucleare, un ordigno complesso fatto di componenti ad alta precisione, allora la Birmania non è pronta», scriveva Kelley [Kelley, Fowle, DVB, 2010, p. 11].

Inoltre, la principale fonte su cui si basava il rapporto di Kelley era Sai Thein Win, un alto ufficiale dell’esercito birmano fuggito dal proprio paese, il quale non era un esperto nucleare, bensì un ingegnere meccanico [Kelley, Fowle, DVB, 2010, pp. 8-9]. È apparso, infine, molto improbabile che in soli tre anni le due nazioni abbiano potuto sviluppare programmi scientifici così sofisticati. Le relazioni diplomatiche tra la Corea del nord e il Myanmar, infatti, erano state ristabilite nel 2007, dopo che nel 1983 un attentato organizzato da Pyongyang aveva decimato una delegazione ministeriale sud-coreana in visita a Rangoon, inducendo il governo birmano a tranciare ogni rapporto con Kim Il Sung.

Occorre poi aggiungere che un Myanmar dotato di impianti nucleari sarebbe difficilmente accettato dai paesi limitrofi, non solo quelli dell’ASEAN (Association of South East Asian Nations), ma in particolare dalla stessa Cina, già impegnata ad imbrigliare le ambizioni atomiche della Corea del nord. Non è neppure pensabile che il possesso della tecnologia nucleare possa ridare ai generali birmani quella popolarità che hanno avuto, ai tempi, Mao Zedong o Indira Gandhi. Oltre all’assenza di consenso ideologico nei confronti della giunta, la situazione interna birmana è infatti caratterizzata dal fatto che i 55 milioni di abitanti non hanno uno spirito nazionalistico spiccato. Ciò è dimostrato dai conflitti etnici che dilaniano la periferia della nazione sin dalla sua nascita e che, in particolare, nella metà del 2009, sono sfociati nella guerra del Kokang, una regione al confine tra la Cina e lo stato Shan, con 150.000 abitanti [W/XIN 9 settembre 2009, «Myanmar says Kokang to become autonomous region after 2010 general election»].

4. Le Guardie di Frontiera Armate e il conflitto del Kokang

La causa dello scatenarsi delle ostilità fra gli eserciti etnici e quello centrale è stata il nuovo assetto militare disegnato dalla costituzione del 2008. Questa prevedeva la trasformazione degli eserciti etnici in Guardie di Frontiera Armate (GFA) sotto l’autorità del comandante in capo del Tatmadaw (l’esercito del Myanmar), il generale Than Shwe [CRUM 2008, Cap. VII § 338]. Ogni battaglione delle GFA sarebbe stato formato da 305 soldati e da 18 ufficiali, sotto il comando di tre maggiori, due dei quali appartenenti al gruppo armato etnico di riferimento. Tutto l’apparato militare avrebbe, infine, obbedito a generali birmani, eliminando, di fatto, l’autonomia che i singoli gruppi etnici si erano ritagliati con gli accordi di «cessate il fuoco», stipulati tra la fine degli anni Ottanta e la metà degli anni Novanta.

La richiesta, formulata nell’aprile 2009 ai 17 gruppi etnici con cui esisteva uno stato di non belligeranza, di iniziare a convertire le forze militari in Guardie di Frontiera Armate ha trovato la ferma opposizione dei sei eserciti più forti: l’UWSA (United Wa State Army), il KIO (Kachin Independence Organization) e l’MNDAA (Myanmar National Democratic Alliance Army) lungo il confine cinese; il KNU (Karen National Union), l’NMSP (New Mon State Party), il KPC (Karen Peace Council) lungo il confine tailandese. Nel giro di poche settimane, circa 2.000 soldati dell’MNDAA hanno ingaggiato cruenti combattimenti con l’esercito birmano, costringendo 30.000 profughi a varcare la frontiera sino-birmana per riversarsi nella provincia cinese dello Yunnan. La marea di fuggiaschi ha allarmato il governo centrale cinese, tanto che Pechino ha istituito una speciale commissione per la risoluzione del conflitto e ha esautorato, di fatto, il governo provinciale di Kunming per ciò che riguarda la gestione dei rapporti con le etnie di frontiera. La Cina, come tutti gli stati confinanti con il Myanmar, paventava che una recrudescenza delle istanze autonomiste possa contagiare anche le minoranze culturali e linguistiche dello Yunnan; dopo il Tibet e lo Xinjiang, Pechino non ha certo bisogno di aprire altri fronti autonomisti.

Inoltre, a seguito della sconfitta subita dall’MNDAA nell’agosto 2009, il KIO e l’UWSA, timorosi che il Tatmadaw, l’esercito birmano, potesse sferrare un’offensiva anche nelle aree da loro amministrate, avevano allertato le proprie truppe, forti rispettivamente di 10.000 e 20.000 uomini, e avevano consigliato alle famiglie dei funzionari del governo centrale, di stanza entro i loro confini etnici, di abbandonare le regioni.

Sotto gli auspici del governo cinese, i wa ed i kachin hanno accettato di tornare al tavolo delle trattative, allentando la tensione; ma la lezione del Kokang ha indotto Pechino a intervenire direttamente e con più incisività nella politica etnica di Nay Pyi Taw.

5. Gli interessi economici cinesi e indiani in Myanmar

Il Myanmar è troppo importante dal punto di vista economico perché la Cina possa abbandonarlo. La posizione geografica ne fa un baluardo naturale e militare contro l’India, l’altra grande potenza asiatica che contende all’economia cinese lo sfruttamento delle immense risorse naturali birmane. La competizione tra i due giganti asiatici è infuocata e la giunta birmana deve continuamente mediare per non scontentare entrambi. Se la Cina fa la parte del leone per quanto riguarda gli investimenti in Myanmar, l’India è indispensabile al regime per mantenere i legami politici con le potenze occidentali.

A differenza dei suoi predecessori, Than Shwe ha una spiccata simpatia per Delhi, ma la potente lobby filo-cinese all’interno dell’SPDC è sempre riuscita a far spostare l’ago della bilancia verso Pechino [Allchin 2010]. La necessità di mantenere una politica equilibrata ha portato Than Shwe, notoriamente refrattario ai viaggi all’estero, a visitare l’India tra il 25 e il 29 luglio 2010 e poi la Cina tra il 7 e l’11 settembre successivo. Con Delhi la delegazione birmana ha concluso accordi in campo culturale, archeologico e scientifico, mentre dal punto di vista economico il Myanmar è riuscito ad ottenere un prestito di 60 milioni di dollari per la costruzione di una linea ferroviaria, di altri 10 milioni di dollari per l’acquisto di attrezzature agricole e un aumento degli investimenti pari a 6,3 miliardi di dollari [W/MEA].

Ben poca cosa di fronte agli 8,17 miliardi di dollari investiti dalle compagnie cinesi nei soli primi sei mesi dell’anno fiscale 2010 (1° aprile- 31 agosto) [W/MT 16-22 agosto 2010, «New Chinese foreign investment commitments exceed $8 billion»]. Si consideri, inoltre, che fra questi capitali, che equivalgono alla metà dell’intero ammontare degli investimenti cinesi effettuati in Myanmar negli ultimi vent’anni, non sono inclusi quelli spesi nelle aree di confine, dove il governo centrale ha uno scarso controllo. In questi territori, infatti, molti investimenti sono effettuati tramite accordi intrapresi con i governi etnici locali e i gruppi armati, e, per questo motivo, non si possono contabilizzare ufficialmente. La quasi totalità degli interessi cinesi nel paese sono concentrati nel campo energetico: le cinque compagnie elettriche statali cinesi hanno investito 5,03 miliardi di dollari per la costruzione di due centrali idroelettriche, mentre la China National Petroleum Corporation sta realizzando un oleodotto e un gasdotto del costo di 2,15 miliardi di dollari, che collegheranno il porto di Kyaukphyu, nello stato Rakhine, a Kunming. In questo modo si accorcerà il tragitto del petrolio e del gas naturale proveniente dal Medio Oriente e dall’Africa, evitando, quindi, l’attraversamento dello stretto di Malacca. Le condotte dovrebbero essere terminate entro il 2012 e trasporteranno l’85% dell’energia importata da Pechino per alimentare il proprio sistema produttivo.

6. Le sanzioni economiche

Cina e India non sono le sole economie che traggono profitto dal Myanmar. La Thailandia assorbe da sola il 46,9% delle esportazioni birmane (il fabbisogno energetico dei tailandesi dipende per il 25% dal gas della nazione confinante), mentre la minuscola Singapore è il terzo partner commerciale dopo Thailandia e Cina [IMF 2010a]. Facile, quindi, ipotizzare che sono numerose le aziende europee e statunitensi che si avvalgono di paesi terzi (come, appunto, Singapore) per fare affari con i generali birmani, nonostante che l’Unione Europea abbia rinnovato il boicottaggio il 26 aprile 2010 e gli Stati Uniti mantengano ancora attivo il Burmese Freedom and Democracy Act del 2003 [W/EU 2010; CUSA 2003].

La francese Total e la statunitense Chevron, entrambe impegnate nello sfruttamento di gas naturale nel giacimento di Yadana, al largo delle coste birmane, sono le aziende maggiormente coinvolte in Myanmar e, per questo, anche le più criticate dalle associazioni che appoggiano il boicottaggio. Nel settembre 2009 ha fatto scalpore il rapporto dell’ONG tailandese Earth Rights International (ERI), che rimproverava alle due multinazionali di aver portato nelle tasche dei generali 4,83 miliardi di dollari [W/ERI, settembre 2009, p. 36]. L’ERI giungeva ad accusare, in maniera più pesante, la Total e la Chevron di essere implicate nella violazione dei diritti umani poiché sarebbero coinvolte persino nei casi di omicidi, di torture e di violenze sessuali compiute dall’esercito birmano [W/ERI, settembre 2009, p. 39]. Jean François Lassalle, portavoce della Total, ha respinto le accuse (peraltro non nuove) e ha affermato che «la francese Total ha avviato numerosi progetti sanitari e educativi parallelamente all’estrazione del gas naturale» e che il «Collaborative Learning Project» della Total, criticato dall’ERI nel suo rapporto, è riconosciuto a livello mondiale come uno dei programmi etici più avanzati» [Pescali, 2009].

Vero è che un paese vergine e poco sfruttato come il Myanmar rappresenta una manna per i mercati europei e americani, spossati dalla crisi economica. L’embargo imposto al Myanmar ha impedito al paese di avere relazioni economiche con l’Occidente e, paradossalmente, ha sottratto il Myanmar agli effetti della crisi mondiale [W/ADB 2009]. Nonostante che il ciclone Nargis sia costato più di due punti percentuali, il PIL nel 2009 è aumentato dell’1,8%, mentre per il 2010 e il 2011 si prevede un balzo compreso tra il 3 e il 5% [W/ADB 2009, p. 2; IMF 2010b].

7. Verso le elezioni: la costituzione contestata

Le positive proiezioni economiche godono anche del conforto delle recenti elezioni e, ancor più, del rilascio di Aung San Suu Kyi preceduto, nel febbraio 2010, da quello dell’ex generale Tin Oo, vice presidente dell’NLD.

Tin Oo ha giocato un ruolo importante nella decisione del partito democratico di non partecipare alle consultazioni nazionali. Teatro della discordia è stata principalmente la costituzione, la quale garantiva il 25% dei seggi di entrambe le camere (la Amyotha Hluttawe la Pyithu Hluttaw) ai militari designati dal consiglio nazionale di Difesa e Sicurezza [CRUM 2008, cap. IV, §§109(b) e 141(b)]. Gli emendamenti sarebbero stati approvati con il voto favorevole dei tre quarti dell’assemblea, il che significava che i generali avrebbero continuato ad avere il controllo delle due camere parlamentari.

Particolarmente criticato era anche il capitolo dedicato ai requisiti richiesti per poter ricoprire la carica di presidente del Myanmar, il quale avrebbe dovuto svolgere anche la carica di capo del governo [CRUM 2008, cap. I, §16]. Alcuni di questi titoli erano contemplati anche nella costituzione democratica del 1947 (avere la cittadinanza birmana, avere entrambi i genitori nati in Birmania e la fedina penale pulita, non avere rapporti o appoggi da enti o governi stranieri), mentre altri – come, in particolare, la residenza nella nazione da almeno da vent’anni, non essere sposato con stranieri e non avere figli stranieri – erano caratteristiche introdotte ex novo [CRUM 2008, cap. III, §§ 59 lett. b,d,e,f]. Contrariamente a quanto affermato e scritto da numerosi commentatori e media, Aung San Suu Kyi sarebbe stata esclusa dalla carica non tanto perché sposata con il tibetologo inglese Michael Aris (morto nel 1999), ma per il fatto che i suoi due figli hanno passaporto britannico.

Alla fine di marzo 2010, al termine di un acceso dibattito interno, il Comitato Centrale dell’NLD decideva di non partecipare alle elezioni [W/BC 6 aprile 2010, «NLD Statement, A Message to the People of Burma»]. Il successivo 7 maggio, ultimo giorno utile per presentare l’iscrizione alle liste elettorali, un gruppo di membri dell’NLD, tra cui Than Nyein e Khin Maung Swe, decideva di formare un nuovo partito, l’NDF (National Democratic Force) per prendere parte alle consultazioni. L’NLD, assieme ad un’altra decina di partiti, veniva sciolto ufficialmente dalla Commissione Elettorale il 14 settembre [UEC 14 settembre 2010 «Notification n° 97/2010»].

Il 1° ottobre il governo informava la stampa estera che nessun giornalista non accreditato avrebbe potuto entrare nel paese per seguire le elezioni: «Dato che abbiamo molta esperienza nelle elezioni, non abbiamo bisogno di esperti in materia» rendeva noto, con involontaria ironia, Thein Soe, presidente della commissione elettorale [W/R 18 ottobre 2010, «Myanmar bars foreign monitors and reporters from poll»].

Qualche settimana prima era stata annullata la procedura, introdotta nel maggio 2010, per l’ottenimento del visto direttamente all’arrivo in aeroporto. Le porte del paese si stavano chiudendo per evitare che occhi indiscreti potessero far trapelare notizie «non controllate». Secondo il rapporto annuale di Reporter Sans Frontieres, il Myanmar sarebbe al 174° posto su 178 nella lista della libertà di stampa [W/RSF, «Classement mondial 2010»].

L’ultima tappa verso le elezioni è stata l’ufficializzazione della nuova bandiera e dello stemma nazionale, secondo quando riportato dalla costituzione [CRUM 2008, cap. XIII §§ 437(a) e 438(a)]. Il nuovo vessillo riprendeva le bande e i colori del primo stato birmano indipendente, proclamato il 1° ottobre 1943 sotto la sfera d’influenza giapponese. In quel governo Ba Maw era il presidente, mentre Aung San, padre di Aung San Suu Kyi, era ministro della Difesa [Aung San Suu Kyi 1996, p. 20]. Il giorno stesso dell’indipendenza, il direttivo birmano aveva dichiarato guerra alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti [Wintle 2007, p. 116].

8. Le elezioni del 7 novembre 2010

Il 7 novembre 2010, 27 milioni di birmani sono stati chiamati a dare il loro voto su una rosa di 37 partiti, la maggior parte dei quali simpatetici al regime militare. Numerose associazioni indipendenti hanno accusato la giunta di brogli e d’intimidazioni. L’assenza dell’NLD dalla scheda elettorale ha giocato un ruolo decisivo per molti elettori, i quali hanno deciso di boicottare le urne. Secondo dati non ufficiali, il 73,8% degli aventi diritto avrebbe votato, ma la percentuale varierebbe da stato a stato per via sia del disinteresse mostrato dalle minoranze etniche verso la politica di Nay Pyi Taw sia della difficoltà, in alcune regioni, di raggiungere i seggi elettorali. Dei 37 partiti, 15 non hanno ottenuto alcun seggio, mentre 17 dei 24 movimenti etnici sono riusciti a far eleggere almeno un loro rappresentante. I risultati, resi noti il 17 novembre, non hanno serbato sorprese: l’USDP (Union Solidarity and Development Party), ha conquistato la maggioranza assoluta in entrambe le camere; sarà quindi questo partito, il cui leader è il primo ministro uscente Thein Sein, che dominerà la vita politica birmana nei prossimi anni [vd. Tab. A e Tab B]. I seggi occupati dall’USDP, sommati a quelli che spettano di diritto ai militari, permetteranno al partito della giunta di eleggere il futuro presidente birmano senza il bisogno alcuno di appoggi esterni. Ma l’USDP, lungi dall’essere un partito monolitico, annovera tra i suoi membri anche uomini d’affari, commercianti, arrivisti politici, amministratori opportunisti; persone, insomma, che non hanno una precisa ideologia politica e che antepongono i propri interessi alla fedeltà ideologica. Il maggiore partito d’opposizione, l’NDF, sarà presente con quattro seggi nella Amyotha Hluttaw (la camera alta) e con 12 nella Pyithu Hluttaw (la camera bassa).

Le elezioni di novembre, pur caratterizzate da irregolarità, hanno comunque segnato un passo avanti verso la via per la «democrazia disciplinata» lanciata dal generale Khin Nyunt nel 2003 [MIC]. La soglia del 25% di seggi assegnata di diritto ai militari, secondo alcuni osservatori, potrebbe essere il primo passo verso una transizione democratica indolore (il 25% è sempre meglio che il 100% attuale). Dopotutto il Tatmadaw è l’unica organizzazione in Myanmar in grado di mantenere unito il paese. Neppure l’NLD e la figura di Aung San Suu Kyi hanno una struttura così ramificata e organizzata quanto quella del Tatmadaw, senza contare che il movimento democratico birmano al di fuori dei confini etnici bamar (o birmani, ovvero l’etnia maggioritaria del Myanmar, il 68% della popolazione) non ha un sostegno significativo. Il ritiro improvviso delle forze armate dalla vita pubblica e politica rischierebbe di far piombare la nazione in una guerra civile ancor più sanguinosa di quella attuale, destabilizzando l’intera regione del Sud-est asiatico. Anche Aung San Suu Kyi ha ammesso che la transizione è d’obbligo e in più occasioni ha ripetuto che i militari dovranno continuare ad avere un ruolo importante nel futuro della politica nazionale [W/BBC 15 novembre 2010, «Aung San Suu Kyi Aims For Peaceful Revolution»; Pescali 2010a]. Gli stessi rappresentanti delle nazioni che più criticano il regime di Than Shwe per la mancanza di democrazia nel paese, in privato, mostrano una visione assai differente della realtà. Un ambasciatore di un paese occidentale che ufficialmente sostiene la causa di Aung San Suu Kyi, durante un colloquio privato con chi scrive ha affermato: «I birmani non sono ancora pronti a gestire il paese con la democrazia; il rischio è che la Birmania cada in uno stato di caos incontrollato simile a quello che ha portato alla dissoluzione della Yugoslavia e nessuno, neppure il mio governo, accetterebbe questa destabilizzazione» [Pescali 2010b].

Infine c’è l’incognita del futuro dell’SPDC: c’è una nuova generazione di militari pronta a rimpiazzare Than Shwe e Maung Aye, rispettivamente numero uno e due della giunta, i quali si dimetteranno presto a causa della loro età. Tutte e due sanno che in Myanmar non è mai accaduto che vi fosse un trasferimento di poteri pacifico (Ne Win e Khin Nyunt, loro predecessori, sono stati posti agli arresti domiciliari quando erano al vertice). La preoccupazione di Than Shwe e di Maung Aye, quindi, è trovare il modo di mettersi da parte volontariamente, preservando gli interessi economici e politici delle loro famiglie e ritagliandosi un posto onorifico e di poco impegno. Occorrerà vedere chi, dopo di loro, prenderà il potere ed in che modo lo gestirà.

9. La liberazione di Aung San Suu Kyi

La liberazione è stata salutata, a ragione, con soddisfazione dai governi e dalle organizzazioni di tutto il mondo, ma sin dalle sue prime battute, la lady ha mostrato un cambiamento della sua politica rispetto al passato.

Sembra che i lunghi anni di segregazione le abbiamo insegnato che, per cambiare il regime dei generali non serva il pugno di ferro, ma una tattica vincente, una prerogativa indispensabile per ogni politico, ma che a lei è sempre mancata. Sono sempre più, all’interno dell’NLD, coloro che si chiedono quali frutti abbia portato l’intransigenza mostrata sino ad oggi dal loro segretario generale. Troppe, infatti, sono le occasioni mancate, a partire dal fallimento dei colloqui con Khin Nyunt, nel 2003, considerato da molti, e a ragione, come l’unico militare in grado di cambiare le sorti della nazione. Pur continuando a rappresentare la maggioranza dell’elettorato birmano, l’NLD sta perdendo pezzi. Un primo gruppo è stato espulso dalla stessa Aung San Suu Kyi nel 1997, un secondo, più consistente, nel 2003, all’indomani della rottura dei negoziati con Khin Nyunt. Nell’ottobre 2008, 100 membri dell’ala giovanile dell’NLD hanno lasciato il partito perché il nepotismo non lasciava loro spazio; infine, nel maggio 2010, c’è stata la formazione dell’NDF.

Anche l’assoluzione, che Aung San Suu Kyi ha dato alla Cina riguardo al suo coinvolgimento nella gestione economica delle risorse del Myanmar, è apparsa a molti incomprensibile. La sua dichiarazione secondo cui «non vi è alcuna prova che la Cina stia depredando le ricchezze della Birmania» ha dell’incredibile, se non dell’eresia, per le centinaia di organizzazioni che in Occidente da anni si battono a fianco del premio Nobel per la pace e che hanno sempre sostenuto che Pechino, uno dei principali alleati di Nay Pyi Daw, sia complice di un bracconaggio economico ai danni del popolo birmano [Pescali 2010a]. Aung San Suu Kyi, pur essendo stata agli arresti domiciliari negli ultimi sette anni, non può non sapere che la più grande economia asiatica è pesantemente coinvolta nel depauperamento delle risorse naturali birmane. La lady ha semplicemente capito che la chiave della svolta politica nel suo paese si trova proprio in Cina e che è con essa, più che con i governi occidentali, che dovrà trovare un modus vivendi.

10. I conflitti etnici, chiave della democratizzazione

Lo stesso governo cinese ha tutto l’interesse affinché il processo di democratizzazione del Myanmar proceda.

La Cina è consapevole del fatto che essa è indispensabile ai gruppi minoritari birmani nella veste anche di interlocutore valido e affidabile. Aung San Suu Kyi, in quanto bamar e figlia di Aung San, le cui gesta contro le minoranze non lo fanno certo ricordare come un eroe, non ha, infatti, nessuna influenza sulle periferie del paese. La Cina potrebbe fare da mediatore tra il governo centrale, i movimenti democratici e le spinte autonomiste delle minoranze etniche, rivalutando così la propria posizione agli occhi dei governi occidentali. A nulla, infatti, servirebbe una seconda conferenza di Panglong, come richiesto dalla leader dell’NLD [Aung San Suu Kyi, 2010]. Com’è noto, a Panglong, nel 1947, si era riunita una conferenza che aveva provveduto alle basi dell’unione federale e che aveva garantito che le minoranze etniche avessero il diritto di secedere dall’unione di lì a dieci anni. Ma a rendere improponibile la ripetizione di un’analoga conferenza è il fatto che la quasi totalità dei gruppi etnici ha già fatto sapere, che, anche nel caso fosse indetta, non intenderà parteciparvi.

I conflitti in Myanmar non sono diretti solo contro il governo centrale, ma sono di natura etnica e a volte addirittura tribale, all’interno di una stessa comunità; ne sono esempio i violenti scontri avvenuti nel novembre 2010 lungo il confine tailandese, quando un gruppo di karen contrari alla trasformazione del DKBA (Democratic Karen Buddhist Army) in Guardie di Frontiera Armate ha attaccato la cittadina di frontiera di Myawaddy, causando la fuga in Thailandia di 10.000 profughi.

La necessità di mantenere alto lo stato d’allarme e di procurarsi armi, cibo e posizioni di vantaggio o di sicurezza per le proprie popolazioni sarebbe, secondo la maggior parte dei gruppi etnici, il motivo per cui la superficie di terreno destinata alla coltivazione d’oppio in Myanmar, tra il 2009 e il 2010, è aumentata del 20%. Si calcola che il valore potenziale dell’oppio ricavato nel 2010, sia di 177 milioni di dollari, il 69% in più rispetto al 2009 [W/UNODC, p. 5]. A questo si deve aggiungere il ricavo, ben superiore, proveniente dal commercio di meta-anfetamine, la cui facile preparazione chimica e il cui smercio hanno soppiantato la coltivazione di papaveri.

Il perdurare dello stato di belligeranza, oltre a portare a una pericolosa instabilità economica e politica in tutta la regione, ha comportato anche continue violazioni dei diritti umani. Fra questi sono particolarmente deplorevoli i casi dei bambini soldato, della violenza sulle donne e dell’allontanamento forzato dai villaggi di appartenenza. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, sia il Tatmadaw che altri 15 gruppi militari etnici, recluterebbero bambini inquadrandoli nelle loro brigate, confermando che il problema è comune a tutte le fazioni in lotta [W/UNSC; W/HRWa]. Anche se il modo di reclutamento, di trattamento e il numero stesso dei minorenni varia da esercito ad esercito, i rapporti indicano che sarebbero stati arruolati bambini tra i 10 ed i 17 anni di età.

Tab. A – Risultati e seggi alla Amyotha Hluttaw (Casa delle Nazionalità o Camera Alta)

Partito

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% voti

page12image49137536 page12image51049824

Seggi

USDP (Union Solidarity and Development Party)*

page12image51047920

76,79

page12image51050832

page12image49023808 page12image49124608

129

page12image49103040 page12image49117248

RNDP (Rakhine Nationalities Development Party)

4,17

7

NUP (National Unity Party)*

page12image51099536

2,98

page12image51100544

page12image49026880 page12image49028800

5

page12image49034368 page12image49027264

NDF (National Democratic Force)

2,38

4

CPP (Chin Progressive Party)

page12image51180336

2,38

page12image51147680

page12image49036480 page12image49033984

4

page12image49024000 page12image49024768

SNDP (Shan Nationalities Democratic Party)

1,78

3

All Mon Region Democracy Party

page12image51191904

1,78

page12image49064640 page12image49065600

3

Phalon-Sawaw Democratic Party

page12image51185296

1,78

page12image51192016

page12image49058688 page12image49060224

3

page12image49113408 page12image49116096

CNP (Chin National Party)

1,19

2

WDP (Wa Democratic Party)*

page12image51044112

0,60

page12image51033328

page12image49076992 page12image49075264

1

page12image49071424 page12image49081600

Altri partiti

4,17

1

Militari

page12image51023920 page12image49082176 page12image49086016

56

page12image51030752page12image51028624 page12image49070656 page12image49077760 page12image49076224 page12image49075840

Totale

page12image51020224

224

page12image49083136 page12image51029520

Fonte: Myanmar Union Election Commission, 17 Novembre 2010;
(*) Partiti vicini alla giunta militare.

Tab. B – Risultati e seggi alla Pyithu Hluttaw (Casa dei Rappresentanti o Camera Bassa)

Partito

page13image50943008

% voti

page13image50952976page13image50952080

Seggi

USDP (Union Solidarity and Development Party)*

page13image50940656

78,48

page13image51154992page13image49209408

259

SNDP (Shan Nationalities Democratic Party)

page13image50944240

5,45

page13image50948608page13image49056576

18

NUP (National Unity Party)*

page13image51161488

3,64

page13image51165184page13image49206720

12

NDF (National Democratic Force)

page13image50959392

3,64

page13image50968912page13image49186304

12

RNDP (Rakhine Nationalities Development Party)

page13image50962528

2,72

page13image50970480page13image49155072

9

All Mon Region Democracy Party

page13image50959840

0,91

page13image50954352page13image49265664

3

Pa-O National Organization*

page13image50960400

0,91

page13image50924944page13image49248512

3

CNP (Chin National Party)

page13image50925504

0,61

page13image50934016page13image49229632

2

CPP (Chin Progressive Party)

page13image50932784

0,61

page13image50937488page13image49199552

2

WDP (Wa Democratic Party)*

page13image50935472

0,61

page13image50922592page13image48847808

2

Phalon-Sawaw Democratic Party

page13image50926288

0,61

page13image50931776page13image48847616

2

Unity and Democracy Party of Kachin State*

page13image50930096

0,30

page13image50926064page13image48842240

1

Kyain People Party*

page13image50934128

0,30

page13image50928752page13image48854912

1

Inn Nationalities Development Party

page13image50932672

0,30

page13image50936032page13image48848384

1

Taaung (Palaung) National Party*

page13image50923376

0,30

page13image50935920page13image48842624

1

Altri

page13image50931328

0,61

page13image50922032page13image48840704

2

Militari

page13image50935808 page13image50930768page13image48826240

110

page13image50927408 page13image50926624page13image48828352

Totale

page13image50929424page13image50927072 page13image50927520page13image48831424

440

page13image50923264page13image50925280

Fonte: Myanmar Union Election Commission, 17 novembre 2010;
(*) Partiti vicini alla giunta militare

Riferimenti bibliografici

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2009 Intervista a François Lassalle, portavoce della Total, 12 settembre
2010a Intervista a Aung San Suu Kyi, Yangon, 15 novembre
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2007 Perfect Hostage-A Life of Aung san Suu Kyi, Hutchinson, London.

Giorgio Borsa

The Founder of Asia Maior

Università di Pavia

The "Cesare Bonacossa" Centre for the Study of Extra-European Peoples

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