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Giappone: il declino del gigante?

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1. Il sorpasso cinese: Japan as number three?

Per parafrasare il titolo di un saggio apparso alla fine degli anni Settanta, dal titolo provocatorio (quanto spesso frainteso), «Japan as Number One», il 2010 era l’anno del sorpasso della Cina sul Giappone, in termini di PIL. La notizia, rilanciata da tutte le agenzie di stampa internazionali, si basava sui dati ufficializzati in agosto dalla presidenza del consiglio giapponese. Nel secondo quadrimestre del 2010, il PIL della Cina, di 1.337 miliardi di dollari, superava quello del Giappone, «fermo» a 1.288 miliardi [W/BN 16 agosto 2010, «China Overtakes Japan as World’s Second-Biggest Economy»]. Un esito atteso e inevitabile, vista la forbice nei saggi di crescita delle due economie negli ultimi due decenni, ma non per questo di minor significato simbolico. Certo nessuno in Giappone, nonostante i triti luoghi comuni, pensava di togliersi la vita per questo smacco nazionale. Eppure questo paese, a partire dalla modernizzazione nel periodo Meiji (1867-1912), ha basato la sua identità nazionale sul «raggiungimento e superamento» dell’Occidente, prima in campo politico e militare e, dopo il 1945, in campo economico. Il Giappone si era a lungo cullato sull’idea di essere il «primo» nel mondo, dopo gli Stati Uniti, che costituivano una sorta di categoria a parte.

La crisi politica giapponese, unita alla deludente performance economica e alle negative dinamiche demografiche e sociali, contribuivano ad alimentare un clima di generale pessimismo. Il 2010 era l’anno che «verrà ricordato come una pietra miliare» nella discesa del Giappone da «gigante economico» a «potenza di secondo piano», con alcune grandi imprese private, ma una «limitata influenza globale» [W/JT 30 dicembre 2010, «2010 – not a good year for once-confident Japan»]. Di tono analogo gli editoriali dei principali quotidiani giapponesi pubblicati alla fine di dicembre. L’«Asahi shinbun» usava la metafora del «sole al tramonto» e del paragone del Giappone, «rinato» nel 1945, ad un sessantacinquenne, ancora giovane per la pensione ma forse privo delle forze necessarie ad affrontare le sfide dei tempi, che davano la percezione del «declino della nazione» [W/AS 30 dicembre 2010, «The year of the decline»]. Il «Mainichi» dava un pesantissimo giudizio sulla leadership politica del Giappone che, «è immobile e non prende praticamente alcuna decisione sulle scelte fondamentali. Ad appena quindici mesi dalla storica vittoria del Partito Democratico […] giorno dopo giorno le speranze del popolo sono andate scemando […] un anno del tutto deludente» [W/MS 31 dicembre 2010, «2010 furikaeru. Ugokanu seiji ni shûshifu wo»]. Si univa al coro lo «Yomiuri», il cui editoriale di fine anno era una condanna senza appello del governo e del PD (Partito Democratico), forse non sorprendente per un giornale da sempre attestato su posizioni conservatrici [W/YS 25 dicembre 2010, «2010 marked by public discontent with government»].

2. Le dimissioni di Hatoyama

L’evento dominante la politica del 2010 era la crisi del governo guidato da Hatoyama Yukio, che aveva assunto la carica nel settembre 2009, dopo la storica vittoria del PD alle elezioni generali [AM 2009, p. 279]. Sostenuto da tre giapponesi su quattro al momento dell’insediamento, in soli otto mesi il premier Hatoyama riusciva a dissipare l’enorme apertura di credito ricevuta dall’elettorato, raccogliendo a maggio 2010 il favore di solo il 21% degli intervistati in un sondaggio dell’«Asahi Shinbun» [W/MF 17 maggio 2010 «Asahi Shimbun May 2010 Regular Public Opinion Poll»]. Le critiche, anche all’interno del PD, al suo operato e il crollo nei sondaggi facevano maturare, nell’imminenza delle elezioni di medio termine al senato, la decisione delle dimissioni di Hatoyama, che veniva annunciata il 2 giugno. Ai numerosi errori del premier, all’incapacità del governo di avviare molte delle riforme promesse agli elettori e agli scandali in cui era coninvolto l’eminenza grigia del PD, Ozawa Ichirō, si univa la catastrofica gestione del nodo della base militare statunitense di Futenma a Okinawa.

Anche nel 2010, come già era stato negli ultimi mesi del 2009, il governo Hatoyama perdeva costantemente consensi, secondo tutti i sondaggi. Ad esempio, secondo le rilevazioni dell’«Asahi Shinbun» il sostegno al governo, che a gennaio era del 42%, scendeva al 37% a febbraio, al 32% a marzo e al 25% ad aprile. Un forte peso in questa crisi lo giocava lo scandalo sulla contabilità, non trasparente, dei finanziamenti ricevuti dal premier per la sua attività politica, fra i quali 15 milioni di yen (poco meno di 2 milioni di euro) non contabilizzati, ricevuti mensilmente dalla madre e divenuti, nella vulgata popolare, la «paghetta» per il figliolo [W/AS 24 aprile 2010 «Hatoyama fund problem»]. In febbraio il governo superava faticosamente le secche dell’approvazione della legge finanziaria, che veniva approvata in marzo, nonostante i ripetuti attacchi delle opposizioni, con il voto favorevole della coalizione formata dal PD, dal PSD (Partito socialdemocratico) e dall’NPP (Nuovo partito del popolo). La finanziaria, per un importo di 92.300 miliardi di yen, di cui 44.300 miliardi coperti con l’emissione di nuovi buoni del tesoro, stabiliva, come vedremo più avanti, un nuovo record negativo nella contabilità nazionale [W/JT 3 marzo 2010 «DPJ-led bloc’s vote…»].

La crisi precipitava tra aprile e maggio, mese entro il quale il premier Hatoyama si era impegnato a trovare una soluzione che soddisfacesse le richieste degli abitanti di Okinawa. Il 14 aprile gli abitanti dell’isola di Tokunoshima, a sud del Kyushu, rifiutavano la richiesta del governo di ospitare alcune delle attività della base di Futenma. Il 25, una manifestazione a Okinawa, a cui partecipavano circa 90.000 persone, ribadiva la richiesta dello sgombero totale di Futenma. Nonostante gli impegni e la scadenza che si era autoimposto, Hatoyama dapprima dichiarava, all’inizio di maggio, che parte del personale della base USA sarebbe restato a Okinawa, poi, il 12, dichiarava che probabilmente la soluzione non sarebbe stata trovata in tempi brevi e, infine, il 23 che, comunque, le attività della base a Futenma sarebbero state spostate, ma sempre all’interno di Okinawa. Nella stessa occasione il premier tentava di giustificare questa inversione di rotta citando ragioni di sicurezza nazionale, prima fra tutte la minaccia nord-coreana.

Il 28 maggio Hatoyama annunciava che, mantenendo gli accordi firmati dai precedenti governi a guida liberaldemocratica, le basi di Futenma sarebbero state trasferite a Henoko, sempre nella principale isola dell’arcipelago. L’accordo era ribadito da un comunicato congiunto con il governo statunitense, lo stesso giorno. In risposta a questa decisione, Fukushima Mizuho, ministro per la Sicurezza alimentare e dei consumatori, Pari opportunità e Affari sociali, nonché leader del PSD (Partito socialdemocratico), ribadiva la sua completa opposizione all’accordo, rifiutandosi di firmare la delibera del consiglio dei ministri. Tale mossa provocava la sua inevitabile estromissione dal governo. Due giorni dopo, il 30 maggio, il PSD usciva dalla coalizione che aveva sostenuto il governo. Lo stesso giorno, un sondaggio del quotidiano economico «Nikkei» valutava il tasso di popolarità del governo al 19%. Il 66% degli intervistati condannava le scelte di Hatoyama circa la base di Futenma e quasi altrettanti ritenevano che il premier dovesse dimettersi. Al contrario, appena il 53% degli intervistati approvava l’estromissione di Fukushima Mizuho dal governo [W/MF 30 maggio 2010 «Nikkei Shimbun May 2010 Telephone Opinion Poll»].

Ancora il 31 maggio, Hatoyama, rispondendo ad una domanda diretta di un giornalista, ribadiva la propria volontà di restare alla guida del governo, ma il contemporaneo montare delle accuse rivolte al segretario generale del PD Ozawa di utilizzo di fondi elettorali illegali, era il colpo di grazia per il premier. Il 2 giugno, cedendo alle pressioni dei colleghi di partito, preoccupati per l’approssimarsi delle elezioni di medio termine al senato, Hatoyama annunciava le proprie dimissioni [W/FT 2 giugno 2010 «Hatoyama quits under party pressure»]. Lo stesso faceva Ozawa, che lasciava il suo posto di segretario generale del PD, «persuaso da Hatoyama». Tuttavia, al contrario di Hatoyama, che dimettendosi dichiarava di porre fine alla propria carriera politica, rinunciando a candidarsi alle successive elezioni politiche, Ozawa era di tutt’altro avviso e continuava a guidare una delle correnti più importanti all’interno del partito, forte di 150 parlamentari [W/AS 3 giugno 2010 «Hatoyama resigns and takes Ozawa with him»].

Usciti di scena Hatoyama e, almeno momentaneamente, Ozawa, il 4 giugno, all’assemblea plenaria dei parlamentari del PD, Kan Naoto, allora vice premier e ministro delle Finanze, aveva ragione nella corsa a nuovo presidente del partito, dell’unico rivale, lo semi sconosciuto Tarutoko Shinji, su cui comunque convergevano molti voti della corrente di Ozawa [W/JT 5 giugno 2010 «Likeable, shows promise, but Tarutoko who?»]. Lo stesso giorno entrambi i rami del parlamento votavano la fiducia a Kan, che diventava così il 94° primo ministro del Giappone, il quinto in meno di quattro anni, dopo l’uscita di scena di Koizumi Jun’ichirô nel settembre del 2006. Kan procedeva rapidamente alla formazione del nuovo governo, mantenendo ben 11 ministri del precedente governo Hatoyama, tra cui il ministro degli Esteri Okada Katsuya, e entrava formalmente in carica l’8 giugno [W/NYT 8 giugno 2010 «Focusing on Future, Premier in Japan Unveils Cabinet»]. Kan aveva fino a quel momento evitato di affrontare pubblicamente la questione di Futenma e, per questo motivo in un sondaggio commissionato a caldo dall’«Asahi», il neoinsediato governo Kan poteva contare su un cauto 60% di favorevoli, che si riflettevano anche su una leggera ripresa nel sostegno al PD [W/MF 10 giugno 2010 «Asahi Shimbun June 2010 Emergency Public Opinion Poll on Inauguration of Kan Cabinet»].

3. L’empasse politico-istituzionale

Se il PD non versava in buone acque, neppure i partiti dell’opposizione navigavano in acque tranquille. Il PLD (Partito Liberaldemocratico) subiva una scissione il 10 aprile, quando un gruppo di cinque «grandi vecchi» del PLD usciva dal partito, per dare vita a una nuova formazione politica, Tachiagare Nippon! («Giappone Rialzati!»). I fondatori, le cui figure di spicco erano Hiranuma Takeo e Yosano Kaoru avevano, all’atto della creazione, un’«età media» di quasi 70 anni. Tutti politici di lungo corso tra cui Yosano, che accusava il PD di «mancare di qualsiasi concezione politica e di governo» e il PLD di non avere «la forza per fare una vera opposizione» [W/JT 11 aprile 2010, «LDP defectors launch new political party»]. Alla seduta costituente del nuovo partito partecipava anche il governatore di Tokyo, Ishihara Shintaro, che pur non entrando a far parte del gruppo, sosteneva l’iniziativa con il suo peso politico.

Tuttavia la defezione potenzialmente più esiziale per le future sorti del PLD era quella di Masuzoe Yoichi, definito «il più popolare tra i politici giapponesi» [W/TE 23 aprile 2010, «LDP, RIP»]. Masuzoe aveva da tempo posto una serie di questioni alla dirigenza del partito, in particolare sulla debole leadership del presidente del partito, Tanigaki Sadakazu. Con la fuoriuscita di Masuzoe e di alcuni parlamentari a lui vicini, i parlamentari che avevano abbandonato il PLD dall’inizio della legislatura erano 13. Per molti osservatori questo poteva essere l’inizio di una frana destinata a una graduale dissoluzione del partito, o almeno a un suo graduale ridimensionamento. Tuttavia queste nuove formazioni costituvano una potenziale spina nel fianco anche per il PD, sia per le piattaforme politiche che presentavano, sia perché erano un porto d’approdo potenziale per gli scontenti di entrambi i partiti maggiori. Certamente la scena politica giapponese, per decenni caratterizzata da un sostanziale bipartitismo, nel 2010 cominciava a assumere connotati profondamente diversi, contrassegnata dal multipartitismo.

Il PD non riusciva a tesaurizzare il potenziale vantaggio datogli dalla frammentazione delle opposizioni, a causa dei guai giudiziari di Ozawa. Già il 23 gennaio, nelle dichiarazioni spontanee rese alla procura di Tokyo, che stava indagando su suoi presunti illeciti nella gestione di fondi neri, Ozawa si era procalamato estraneo ai fatti. Il 21 maggio egli era nuovamente interrogato, con l’accusa di violazioni sulla legge per il controllo dei finaziamenti politici, ma l’accusa non riusciva a provare l’esistenza di una complicità tra lo stesso Ozawa e il suo ex segretario, il quale restava l’unico accusato nel procedimento.

Il 1° giugno gli aventi diritto di sette comuni di tre province iniziavano a ricevere gli assegni familiari, che erano stati uno dei punti cardine del manifesto elettorale del PD nel 2009. Tuttavia, la cifra mensile degli assegni per ogni figlio – assicurata fino al completamento della scuola dell’obbligo – era di 13.000 yen (circa 100 euro), la metà di quanto promesso in campagna elettorale. I pagamenti si rivelavano un boomerang politico per il PD, poiché erano l’ennesima dimostrazione dell’incapacità del partito a mantenere le promesse elettorali. Lo stesso effetto aveva, il 28 giugno, la timida eliminazione dei pedaggi autostradali, altro cavallo di battaglia elettorale del PD, che veniva attuata, in forma temporanea (fino al 31 marzo 2011) solo in alcuni tratti viari del paese.

Nel frattempo la coalizione di governo, che già aveva perso l’appoggio del PSD, rischiava di perdere, l’11 giugno, anche quella dell’NPP, quando il ministro per la Riforma postale, Kamei Shizuka, dava le dimissioni per protestare contro la cancellazione della discussione del disegno di legge per la riforma postale nella sessione parlamentare precedente le elezioni. Lo sostituiva Jimi Shōzaburō, compagno dello stesso partito e, anche se a fatica, la rottura era scongiurata. Forse nel tentativo di riacquisire una parte del consenso perduto a Okinawa, il 23 giugno il primo ministro Kan partecipava a una cerimonia funebre per celebrare i defunti nella battaglia di Okinawa, nel 65° anniversario della fine della guerra. In questa occasione egli, in nome di tutto il popolo giapponese, chiedeva scusa agli abitanti di Okinawa per le sofferenze del passato e per il grave peso che derivava loro dalla permanenza di numerose basi militari statunitensi nell’isola.

La spinta propulsiva al partito data dalla nuova amministrazione Kan non era sufficiente a far prevalere il partito alle elezioni di medio termine per il senato, che si svolgevano l’11 luglio. Il PD, alla prima prova elettorale dopo la storica vittoria che lo aveva portato al governo nel settembre del 2009, pagava lo scotto del fallimentare governo Hatoyama e, più in generale, di una manifesta difficoltà a tradurre in un’efficace azione politica le promesse fatte prima di andare al potere.

Dei 121 seggi da assegnare, 44 andavano al PD e 54 al PLD. In termini assoluti ciò si traduceva in una perdita di 10 seggi per il PD, che passava da 116 a 106; in una crescita di 13 seggi per il PLD, da 71 a 84 parlamentari. Il Komei, partito in passato alleato del PLD al governo, perdeva due seggi, attestandosi a 19. Perdevano un parlamentare ciascuno il PSD, uscito dalla colazione dopo la rottura su Futenma, che si attestava a quattro seggi e il PCG (Partito Comunista Giapponese) a sei. Stabile il partito Giappone Rialzati! di Yosano, che confermava tre seggi. Avevano invece un risultato deludente l’NPR (New Party Renaissance) di Masuzoe, che perdeva ben quattro dei suoi sei parlamentari e l’NPP, in coalizione con il PD, che scendeva da sei a tre parlamentari. [W/NKS 24 giugno 2010, «Upper House Election Campaign Kicks Off; DPJ Eyes Clear Majority» e W/JEW ottobre 2010, «Upper House Election 2010: What Does It Mean For The DPJ?»].

Notevoli risultati erano ottenuti dal PDT (Minna no tō, cioè Partito di Tutti) guidato da Watanabe Yoshimi che passava da uno a 11 parlamentari, divenendo il quarto partito nazionale e forse la più interessante novità nel panorama politico giapponese [W/TE 15 luglio 2010, «Young, free and single»].

Sulla base di questo risultato, la coalizione PD-NPR, ferma a 109 parlamentari, restava lontana dalla maggioranza parlamentare di 122 voti, anche per l’indisponibilità del PDT di Watanabe e degli ex alleati del PSG a sostenere la coalizione. La sconfitta patita dal PD, certamente dovuta a un calo di consensi, era però amplificata da errori tattici nella pianificazione delle strategie per le elezioni, in gran parte ascrivibili a Ozawa Ichirō. In particolare era stato Ozawa a imporre al partito la presenza di due candidati del PD in ogni circoscrizione, anche in quelle rurali dove, al contrario, il PLD aveva presentato un solo candidato. Molti dei voti del PD, infatti, finivano per disperdersi su più candidati, decretandone la sconfitta [W/EAF 17 agosto 2010, «Japan’s DPJ and the upper house elections»]. I dati mettevano in chiara luce la portata dell’errore: il PD, con 23,8 milioni di voti, pari al 39% del totale, otteneva 28 seggi nelle circoscrizioni uninominali, mentre il PLD, con meno di 19,5 milioni di voti, corrispondenti al 33,4%, conquistava ben 39 seggi. Nonostante che il PD avesse prevalso nella circoscrizione unica nazionale proporzionale, ottenendo 16 seggi contro i 12 del PLD, l’aggregato dei risultati determinava la sconfitta dei democratici [W/ER, «July 11, 2010 House of Councillors Election Results – Japan Totals»]. Tuttavia, tale risultato non era determinante per la sopravvivenza del governo Kan, dato che il PD manteneva una larga maggioranza alla camera.

In sostanza si riproduceva, a parti invertite, la situazione di stallo politico originata da un parlamento diviso e bloccato (nejire kok- kai) che i governi a guida PLD avevano dovuto fronteggiare a partire dal 2007. La sconfitta apriva comunque un dibattito all’interno della maggioranza. Non mancavano le critiche al premier Kan, che aveva piuttosto maldestramente sollevato la questione di un aumento della tassa sui consumi proprio alla vigilia delle elezioni.

Una delle voci più apertamente critiche nei confronti del premier era il suo compagno di partito, Ozawa Ichirō. Il 26 agosto 2010, l’ex segretario del PD annunciava la sua intenzione a candidarsi alla presidenza del partito, sfidando apertamente la leadership di Kan. Lo scontro all’interno del partito era certamente condizionato dalla crisi nelle relazioni con la Cina, innescata il 7 settembre dalla collisione di un peschereccio cinese con una vedetta della guardia costiera giapponese, al largo delle isole Senkaku. Comunque, il 14 settembre Kan veniva rieletto segretario generale del PD, ottenendo la fiducia di 721 dei 1.222 grandi elettori del partito, contro i 491 di Ozawa. Kan poteva all’apparenza contare su una solida maggioranza, costruita prevalentemente nell’apparato di partito. Tuttavia, tra i grandi elettori, i parlamentari erano sostanzialmente divisi in due fazioni di eguale forza, con 206 voti per Kan e 200 per Ozawa [W/YS, 15 settembre 2010, «Kan reelected as DPJ president. Edges Ozawa among lawmakers, sweeps other party members, supporters»].

Kan, di fronte all’alternativa di cooptare la fazione Ozawa nel governo o di cercare di emarginare il suo rivale, riducendone l’influenza all’interno del PD, optava per la seconda soluzione. Il 17 settembre operava un rimpasto di governo, confermando molti dei ministeri chiave, tra cui quello della Difesa e delle Finanze. Okada Katsuya lasciava il dicastero degli Esteri (che veniva affidato a Maehara Seiji) per assumere la carica di segretario generale del PD. Affidare la seconda carica del partito a Okada, noto per la sua immagine «pulita» e apertamente critico verso Ozawa per la vicenda dei fondi neri, era una chiara mossa in questa schermaglia politica. Solo due dei nuovi membri del governo erano in qualche modo vi- cini a Ozawa, Kaieda Banri, ministro per le Politiche economiche e fiscali e Ōhata Akihiro, ministro del Territorio, delle infrastrutture, dei trasporti e del turismo [W/JT, 17 settembre 2010, «Kan Cabinet lineup features veterans. Few loyal to DPJ power broker Ozawa»]. La posizione di Ozawa, già indebolita dagli scandali, riceveva un nuovo colpo il 4 ottobre, quando il comitato per il riesame dell’azione penale (Kensatu shinsakai) n. 5 di Tokyo, dichiarava infondata la decisione del pubblico ministero di non procedere contro lo stesso Ozawa, aprendo le porte al processo. Per quanto Ozawa sia un «politico dalla pelle dura», abituato a difendersi da accuse e sospetti, un’imputazione formale ne restringeva enormemente i margini di manovra politica [W/EAF 13 ottobre 2010, «Ozawa’s indictment: A political twist for Japan»].

Per il premier Kan, emarginare Ozawa diventava una priorità politica, oltre che un metodo per riacquisire consenso verso l’elettorato, il cui sostegno scendeva al 49% in settembre e al 45% in ottobre, secondo le rilevazioni dell’«Asahi shinbun». I fattori di politica estera continuavano a pesare sul giudizio negativo dei giapponesi verso il proprio governo. In un ulteriore sondaggio dell’«Asahi», pubblicato il 16 novembre, il sostegno al premier Kan era crollato al 27%, mentre la sua politica estera era valutata negativamente dal 77% degli intervistati [W/MF 16 novembre 2010, «Asahi Shimbun November 2010 Emergency Public Opinion Poll»]. Non contribuiva certo a risollevare le sorti del governo l’improvvida dichiarazione del ministro della Giustiza, Yanagida Minoru, che davanti a un gruppo di suoi sostenitori affermava che, per svolgere il suo lavoro, è sufficiente imparare a memoria un paio di frasi stereotipate. Nonostante l’iniziale difesa d’ufficio, era proprio il premier Kan a convincere Yanagida a rassegnare le dimissioni il 22 novembre, sostituendolo con il capo di gabinetto Sengoku Yoshito [W/JT 23 novembre 2010, «Yanagida resigns over gaffe»]. Le opposizioni, guidate dal PLD approfittavano della vicenda per mettere il governo sotto pressione, cercando di ottenere modifiche alla bozza della legge finaziaria per il 2011.

Il calvario del PD era destinato a continuare con le elezioni per la carica di governatore di Okinawa, giocate prevalentemente sulla questione delle basi militari statunitensi. I risultati, resi noti il 28 novembre, assegnavano la vittoria sul filo di lana al governatore uscente, Nakaima Hirokazu, che prevaleva sullo sfidante Iha Yoichi, per meno di 40.000 voti. Entrambi i candidati si presentavano come indipendenti, con Nakaima sostenuto dal PLD e dal Komeitō e Iha dal PSD, dall’NPP e dal PCG. Quale che fosse stato il risultato, lo sconfitto era il PD, incapace di esprimere un proprio candidato e pronto a dichiararsi sollevato, anche se solo informalmente, della vittoria di Nakaima. Diversamente da Iha, contrario non solo a qualsiasi base militare statunitense a Okinawa ma anche al trattato di sicurezza USA-Giappone, Nakaima aveva tenuto posizioni più flessibili, lasciando quindi un piccolo margine di manovra per il governo Kan nei confronti dell’amministrazione Obama. Il PLD aveva così gioco facile nel mettere a nudo il totale fallimento politico del PD sulla questione di Okinawa, ma anche l’NPP, membro della coalizione di governo, non risparmiava critiche alla linea di basso profilo tenuta dai democratici. Il 17 e il 18 dicembre, a circa tre settimane dal voto, il primo ministro Kan si recava in visita a Okinawa per incontrare il neoeletto governatore e per una visita alla base di Futenma. Una visita che non produceva apparentemente risultati, se non quello di costringere il premier a profondersi in scuse, dichiarandosi «terribilmente dispiaciuto» per non essere riuscito ad alleggerire il peso della presenza militare americana nella più meridionale delle province del Giappone [W/JT 18 dicembre 2010 «Kan visits Okinawa over Futenma»].

Se la politica continuava a dare scarsa prova di sé verso l’elettorato, a settembre scoppiava uno scandalo che scuoteva la credibilità dell’apparato giudiziario. Il 21 settembre il procuratore capo di Osaka, Maeda Tsunehiko, veniva arrestato per avere manipolato le prove nel procedimento contro la funzionaria del ministero della Salute, del lavoro e del welfare, Muraki Atsuko, accusata di frode al sistema postale attraverso l’utilizzo di sconti per disabili. La manipolazione delle prove era stata strumentale al proscioglimento della Muraki. L’indagine investiva anche altri membri della procura, accusati di aver protetto Maeda, e coinvolgeva i vertici giudiziari, al punto che il procuratore capo nazionale, Obayashi Hiroshi, si dimetteva il 27 dicembre, assumendosi la responsabilità di un caso che aveva su- scitato enorme clamore.

4. Lo stallo dell’economia

Il 2010 non è stato un anno particolarmente brillante neppure per l’economia giapponese. Il 4 gennaio l’Istituto pensionistico del Giappone (Nihon nenkin kikō), rimpiazzava ufficialmente l’Agenzia per l’assicurazione sociale (Shakai hokenchō), totalmente screditata dopo gli scandali che, negli anni precedenti, avevano scosso il sistema pensionistico [AM 2007, p. 401 e AM 2008, p. 300].

La JAL (Japan Airlines) il 19 gennaio 2010 avviava la procedura fallimentare, dopo che pochi giorni prima una cordata di banche creditrici aveva concordato un piano per la bancarotta controllata. Il piano prevedeva, tra le altre misure, il licenziamento di circa 16.000 lavoratori, poi divenuti 20.000, pari a quasi il 40% di tutta la forza lavoro [W/KN 29 marzo 2010, «JAL considering expanding job cuts to 20,000»]. Pochi giorni dopo il fallimento della JAL, arrivava la notizia del richiamo di 2,3 milioni di vetture Toyota per un difetto all’acceleratore, inizialmente solo sul mercato nord-americano e, successivamente, anche in altri paesi. Il 9 febbraio venivano richiamate in Giappone 223,068 vetture ibride, per un difetto al sistema frenante e, il 24 febbraio Toyoda Akio, presidente della Toyota, era chiamato a testimoniare di fronte a una commissione parlamentare di inchiesta negli USA per i difetti delle auto. Pur negando qualsiasi tentativo di nascondere i difetti, Toyoda si profondeva in scuse, giustificandosi con la grande espansione delle vendite del gruppo, in particolare dei modelli ibridi [JE/1].

I consumi interni, non solo nel settore dell’auto, languivano a causa del calo di potere d’acquisto dei lavoratori, come documentato da un rapporto del 2 febbraio del ministero della Salute, del lavoro e del welfare, secondo il quale gli stipendi medi dei lavoratori in aziende con cinque o più addetti erano diminuiti, nel 2009, del 3,9%, il calo più pronunciato da quando, nel 1991, simili statistiche hanno iniziato a essere compilate [JE/1]. Non era sorprendente, quindi, che l’indice dei prezzi al consumo su base annua, a gennaio 2010, diminuisse dell’1,3%, in calo per l’undicesimo mese consecutivo. Dati apparentemente contraddetti, il 15 febbraio, dalla pubblicazione dei risultati preliminari sulla crescita del PIL, aumento in un anno del 4,6%, secondo le rilevazioni della presidenza del consiglio. Una crescita sostenuta non dalla domanda interna, ma «da misure temporanee di stimolo all’economia» attuate dal governo [W/AS 16 febbraio 2010, «Real GDP up an annualized 4.6%»]. Tali dubbi venivano confermati nel mese di marzo, quando i risultati definitivi fissavano la crescita del PIL al 3,8% a causa di un livello, inferiore alle attese, degli investimenti delle imprese. Il capo della segreteria di gabinetto, Hirano Hirofumi, ammetteva che «il PIL è aumentato, ma la situazione economica resta seria» [W/AS 12 marzo 2010, «GDP growth slower than reported»]. Anche la notizia, incoraggiante, della sostanziale stabilità del tasso di disoccupazione, fermo a marzo del 2010 al 4,9% era smorzata da quella che il rapporto tra i laureati e i posti di lavoro disponibili era il peggiore da sempre, una notizia demoralizzante al punto di essere votata come una delle cinque «top news» dell’anno dai lettori del quotidiano «Mainichi» [W/MS 31 dicembre 2010, «Senkaku collision leads Japanese Mainichi site’s online poll of 2010’s most important news»].

Il 24 marzo veniva approvata la legge finanziaria per il 2010-11, la più alta di sempre, a 92.299 miliardi di yen (pari a poco più di 816 miliardi di euro). Per la prima volta dal dopoguerra, le entrate derivanti dall’emissione di buoni del tesoro, per un importo di 44.303 miliardi di yen, superavano quelle delle entrate fiscali, stimate a 37.390 miliardi di yen, sulle linee della bozza elaborata dal governo alla fine del 2009 [AM 2009, pp. 287-88]. Nonostante l’ampiezza della finanziaria, il governo era costretto a intervenire nel mese di ottobre con una manovra correttiva, approvata in parlamento il 26 novembre, di 509 miliardi di yen.

Il crescente ricorso all’emissione di buoni del tesoro per finanziare la spesa pubblica era estremamente allarmante per un paese in cui la percentuale del debito sul PIL aveva superato il 190%, divenendo il primo al mondo, tanto da paventare un «rischio argentina». Uno dei dati strutturali più preoccupanti era la diminuzione della popolazione attiva, riflesso della diminuzione e dell’invecchiamento complessivo del paese. Una dinamica che aveva effetti negativi sui consumi, alimentando la spirale deflattiva e la scarsa propensione all’investimento delle imprese le quali, per evitare il rischio di un eccesso di produzione in una fase di contrazione della domanda, aumentavano la propria propensione al risparmio. Il tasso di risparmio delle aziende, secondo stime di analisti privati, era già vicino al 10% e, in uno dei possibili scenari, esso poteva aumentare, in risposta non solo al calo demografico ma anche alla sopravvalutazione dello yen e a incerte prospettive di crescita [W/TE 8 aprile 2010, «Sleep-walking towards disaster» e W/TE 18 novembre 2010, «On the down escalator»].

Il 15 settembre il governo doveva intervenire, per la prima volta in oltre sei anni, per contrastare l’apprezzamento dello yen, arrivato a un controvalore di 83 per un dollaro. Venivano immessi sul mercato, in varie trance, circa 1.500 miliardi di yen, che avevano l’effetto di riportare il cambio a 85 yen per dollaro. Il mondo imprenditoriale giapponese applaudiva alla manovra, auspicando interventi per produrre un ulteriore deprezzamento dello yen, fino, almeno, a 95 yen per dollaro [W/NKS 15 settembre 2010, «Yen Tumbles As Tokyo Steps In»]. Il 5 ottobre interveniva anche la Banca del Giappone, che tagliava il tasso di sconto praticamente a zero, nel tentativo di dare un sostegno all’economia del paese. Una mossa assai apprezzata dal governo, ma di cui era difficile valutare l’efficacia reale. Il precedente tasso di interesse, lo 0,1%, era già il livello minimo per poter continuare a praticare una politica monetaria, per cui la decisione della Banca centrale del Giappone aveva una valenza prevalentemente simbolica [W/FT 5 ottobre 2010, «BoJ praised for ‘decisive’ economic plan»].

Il 16 dicembre il governo approvava un «pacchetto» di riforme fiscali, per il 2011, teso a aumentare le entrate, una volta a regime, di circa 500 miliardi di yen annui. Tra le misure contenute nel pacchetto, il taglio del 5% alle imposte d’impresa, l’aumento della tassazione sui redditi individuali elevati e l’introduzione di una «carbon tax» sulle emissioni di gas serra [W/JT 17 dicembre 2010, «Cabinet OKs corporate tax cut, carbon levy»]. Il 24 dicembre il consiglio dei ministri approvava la bozza della legge finanziaria per l’anno fiscale 2011, per un importo complessivo di 92.410 miliardi di yen. Le emissioni di buoni del tesoro venivano «contenute» a 44.298 miliardi di yen, cinque in meno della precedente finanziaria. Le entrate fiscali erano previste in crescita rispetto al 2010, a 40.930 miliardi, valore comunque inferiore alle emissioni di buoni di stato [W/JT 25 dicembre 2010, «Record ¥92.4 trillion budget OK’d»]. Una bozza di finanziaria in contraddizione con la proclamata volontà del primo ministro Kan di mettere sotto controllo il debito pubblico.

5. Una diplomazia sospesa fra Cina e Stati Uniti

Il fallimento della politica estera di Hatoyama pesava anche sulla attività del suo successore. Nel 2010 la diplomazia giapponese faticava a trovare una sua precisa fisionomia, stretta tra impegni e pressioni internazionali, e tensioni all’interno del paese. Nakasone Yasujirō, ex premier e vecchio «falco» della politica nipponica, interveniva nel dibattito con un editoriale in cui criticava il governo a guida democratica per la «mancanza di chiari principi» all’azione diplomatica e lo accusava di ingenuità, per avere «mischiato la politica interna con quella estera» [W/AJISS 26 ottobre 2010, «The Future Direction of Japanese Diplomacy»]. Per quanto pretestuosa possa apparire la pretesa che sia possibile tenere separati questi due aspetti della politica, la critica di Nakasone andava al cuore delle contraddizioni della linea seguita dal PD. I democratici si erano messi in un vicolo cieco, promettendo al proprio elettorato una sostanziale riduzione della presenza militare statunitense in Giappone, senza essere in grado di formulare una politica estera che prescindesse dall’alleanza e dal mantenimento degli accordi in essere con gli USA. Apparivano quindi destinati al fallimento i tentativi del ministro degli Esteri Okada, che già il 12 gennaio incontrava il segretario di Stato Hillary Clinton alle Hawaii, con lo scopo di rilanciare il dialogo USA-Giappone. Nell’anno del cinquantennale dell’attuale trattato di sicurezza fra Stati Uniti e Giappone, l’alleanza era messa a dura prova non da una discussione di ampio respiro sul futuro delle basi militari statunitensi a Okinawa, ma dal futile tentativo di trovare una collocazione geografica alternativa alla base di Futenma [Terashima 2010].

Su questo autogol si consumava la crisi del governo Hatoyama, stretto tra il pressing della amministrazione Obama, decisa a non cedere minimamente rispetto agli accordi già siglati nel 2006 e le aspettative dei cittadini giapponesi, in primis quelli di Okinawa, che chiedevano un rapido ridimensionamento della presenza americana. Dopo mesi di stallo e la caduta di un governo, il 31 agosto l’esecutivo giapponese rendeva pubblico un rapporto congiunto redatto da un gruppo di esperti giapponesi e americani. Nel rapporto, lo sgombero di Futenma, situata nel cuore dell’area urbana della città di Ginowan, una delle principali città della provincia di Okinawa, era legato alla creazione di una nuova struttura nel Nord dell’isola, nell’area di Henoko, la meno densamente popolata. Nel rapporto erano previste due opzioni, una doppia pista di decollo a «V», proposta dagli USA e una pista singola a «I», proposta dal Giappone per tentare di ridurre l’impatto sul fragile ecosistema di Henoko. Oggettivamente un esito del tutto modesto, rispetto all’ampiezza del dibattito avviato a seguito della vittoria del PD alle elezioni politiche del 2009. Neppure i colloqui che si tenevano a New York il 23 settembre fra il primo ministro Kan e il presidente statunitense Barack Obama, e il parallelo incontro fra il segretario di stato Hillary Clinton e il ministro degli Esteri Maehara sortivano particolari effetti sul nodo di Okinawa, ma solo generiche dichiarazioni sulla volontà di rafforzare la collaborazione bilaterale nei settori dell’economia e della sicurezza [W/BN 24 settembre 2010, «Obama Calls Alliance With Japan…»].

I rapporti con gli Stati Uniti non erano, tuttavia, l’unico asse su cui si svolgeva l’azione diplomatica dei governi Hatoyama e Kan, impegnati nel cercare un nuovo ruolo, più attivo, nello scacchiere dell’Asia Orientale (e non solo). Il 29 e 30 maggio il primo ministro Hatoyama prendeva parte a un summit trilaterale con i leader di Cina e Corea nell’isola coreana di Jeju. I colloqui fra Hatoyama e Wen Jiabao proseguivano il 31 maggio a Tokyo, in occasione di una visita di lavoro del premier cinese. Tra gli argomenti in discussione, lo sfruttamento dei giacimenti di gas naturale nel Mar Cinese Orientale.

Il 10 agosto Kan, in una dichiarazione sostenuta da tutto il consiglio dei ministri, offriva le scuse del Giappone alla Repubblica di Corea, nell’imminenza del centenario dell’annessione della Corea all’impero del Giappone. Come ulteriore mossa distensiva, il governo giapponese si impegnava alla restituzione di alcuni documenti storici coreani conservati in Giappone presso l’agenzia per la casa imperiale. Cinque giorni dopo, in occasione della commemorazione del sessantacinquesimo anniversario della fine della seconda guerra mondiale, il pemier Kan esprimeva rimorso per le sofferenze causate dal Giappone ai paesi vicini. I membri del governo si astenevano dall’effettuare qualsiasi visita, anche a titolo privato, al controverso santuario shintoista di Yasukuni. Quasi a chiudere il cerchio di questo tentativo di riappacificazione con il passato, il 12 settembre il governo giapponese accoglieva una delegazione composta di 14 ex prigionieri di guerra statunitensi, accompagnati dalle famiglie. Nell’occasione il ministro degli Esteri Okada si scusava con i membri della delegazione, per i maltrattamenti a cui erano stati sottoposti, da parte dell’esercito imperiale del Giappone, nel corso della prigionia.

Tuttavia, l’evento che dominava la diplomazia giapponese nella seconda metà del 2010, portando le relazioni nippo-cinesi a un livello di preoccupante tensione, aveva luogo il 7 settembre. Il fatto riguardava la collisione tra un peschereccio battente bandiera cinese e una nave della guardia costiera giapponese, al largo delle isole Senkaku (Diaoyu in cinese). Secondo la ricostruzione giapponese, il battello cinese, entrato illegalmente in acque territoriali giapponesi, interferiva con le attività istituzionali di pattugliamento marittimo della guardia costiera. Il capitano del battello cinese, di proprietà statale, rifiutava di lasciare le acque territoriali giapponesi e, anzi, tentava deliberatamente, per due volte, di speronare la nave della guardia costiera giapponese. Per questo motivo il peschereccio veniva posto sotto sequestro cui seguiva l’arresto del capitano con l’accusa di violazione delle acque territoriali e intralcio alla sicurezza in operazioni marittime. Di tutt’altro tenore la ricostruzione cinese, che non riconosce la sovranità giapponese sulle isole, annesse dal Giappone nel 1895 e restituite all’amministrazione giapponese nel 1972, dopo quasi tre decenni di occupazione americana. Per il governo di Pechino le azioni della guardia costiera erano del tutto illegali perché commesse in acque territoriali cinesi. Per inciso anche Taiwan reclama la sovranità su questo arcipelago di isolotti disabitato. Immediatamente dopo l’incidente il governo di Tokyo ribadiva come non vi siano dubbi che le «isole sono parte integrante del territorio giapponese» [McCormak 2011].

La tensione aumentava quando si diffondeva la notizia che quattro giapponesi, dipendenti della società Fujita, erano stati arrestati con l’accusa di spionaggio per essere penetrati, il 20 settembre, in una zona militare a Shijiazhuang, nella regione cinese dello Hebei. I quattro giapponesi stavano ispezionando un sito dismesso per la fabbricazione di armi chimiche. La connessione tra i due casi appariva evidente e, a seguito del rilascio del comandate cinese del peschereccio, il 24 settembre, anche i quattro giapponesi venivano liberati, tra il 30 settembre e il 10 ottobre. Come ulteriore forma di pressione, il governo cinese limitava le esportazioni di metalli alcalino terrosi, fondamentali per la costruzione di vetture ibride e utilizzati in molte apparecchiature ad alta tecnologia, causando non pochi problemi alle industrie giapponesi, dato che la Cina controlla gran parte del mercato di tali metalli. Il 25 settembre il governo giapponese rigettava la richiesta di scuse da parte del governo cinese e del pagamento dei danni subìti dai cittadini cinesi. La vicenda aveva uno strascico il 4 novembre, quando su YouTube veniva pubblicato un video della collisione (girato da un membro della guardia costiera giapponese) che il 10 novembre 2010 ammetteva le sue responsabilità. Data la scarsa importanza delle immagini, le accuse venivano poi lasciate cadere, creando nuove agitazioni tra l’opinione pubblica giapponese.

L’11 ottobre il ministro della Difesa giapponese Kitazawa Toshimi, incontrava a Hanoi il suo omologo cinese Liang Guanglie, interrompendo il gelo diplomatico tra i due paesi, nato a seguito della collisione del 7 settembre. L’incontro, definito informale, avveniva in un corridoio dell’albergo che ospitava l’incontro dei ministri della difesa dell’ASEAN. Kitazawa definiva l’incontro «un passo avanti», pur ritenendo che i tempi per la completa normalizzazione dei rapporti potessero non essere brevi [W/AS 13 ottobre 2010, «Japan-China exchanges getting back to normal»]. Per contro Liang affermava che il suo governo dava grande importanza allo «sviluppo di buone relazioni sino-giapponesi», pur ribadendo che le isole Diaoyu erano «parte inalienabile del territorio cinese» [W/CD 11 ottobre 2010, «Japan urged to properly handle sensitive issues»].

Un altro fronte caldo si apriva il 1° novembre, quando il presidente russo Dmitry Medvedev visitava le isole Kunashiri (Kunashir in russo), occupate dall’URSS nel 1945 e tutt’ora sotto amministrazione russa, ma parte dei cosiddetti «territori settentrionali» su cui il Giappone reclama la sovranità [W/JT 2 novembre 2010, «Medvedev’s Kunashiri trip spurs protest»]. La situazione, tuttavia, non degenerava come nel caso della disputa con la Cina e veniva presto dimenticata anche dall’opinione pubblica.

Il 13 e il 14 novembre a Yokohama aveva luogo il 22° summit dei ministri economici dei paesi dell’APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation), sotto la presidenza del primo ministro Kan. Nei documenti giapponesi veniva auspicata una sempre maggiore integrazione, normativo-istituzionale ma anche nei modelli di corporate governance delle economie dell’APEC. Per Kan il summit era anche l’occasione per incontrare i ministri di Cina, Russia e Stati Uniti. Pochi giorni dopo, il 19 novembre, il premier Kan incontrava a Tokyo il presidente della Mongolia Tsakhia Elbegdorj. I due firmavano un accordo di cooperazione economica secondo il quale il governo giapponese apriva una linea di credito di 5 miliardi di yen verso la Mongolia, per progetti di cooperazione nello sfruttamento dei giacimenti di metalli alcalino-terrosi in Mongolia. Una chiara risposta al boicottaggio messo in atto dalla Cina nel corso della crisi delle isole Senkaku.

L’anno si concludeva con la promulgazione, il 17 dicembre, delle nuove linee guida per la difesa nazionale, alla luce della rapida ascesa della Cina a potenza dominante in Asia Orientale. Le nuove linee guida prevedevano una riduzione delle FdA (Forze di Autodifesa) terrestri e il potenziamento di quelle marittime, tra cui le unità sommergibili e quelle mobili di intervento rapido. È stata, inoltre, auspicata una più stretta collaborazione e integrazione, oltre che con il tradizionale alleato statunitense, con i paesi democratici dell’area, fra cui Corea del sud, Australia e India [W/NYT 16 dicembre 2010, «Japan Announces Defense Policy to Counter China»]. Queste nuove linee guida, abbastanza prevedibilmente, provocavano la reazione cinese. Il portavoce del ministero degli Esteri, Jiang Yu, dichiarava che nessuno può ergersi a «interprete degli interessi della comunità internazionale» e muovere «accuse irresponsabili» sulla crescita della Cina [W/PD 16 dicembre 2010, «China responds to Japan’new defense guidelines»].

6. Le tendenze sociali e culturali

Il 2010 era, per molti versi, un anno caldo per il Giappone. Anche dal punto di vista climatico, dato che l’agenzia per la meteorologia dichiarava il 2010 l’anno più caldo da quando, nel 1898, avevano avuto inizio le moderne rilevazioni. In diverse aree del Giappone la temperatura aveva superato 35 gradi per 41 giorni, e anche Tokyo era stata investita dall’ondata di caldo. Un problema non trascurabile per un paese sempre più «anziano» e in cui la popolazione si concentra nelle aree urbane congestionate. Probabilmente anche l’epidemia di febbre bovina e suina che, tra maggio e agosto, ha colpito la provincia di Miyazaki, una delle più importanti zone di produzione di ovini e suini del Giappone, è da collegare al clima caldo. Per sradicare l’epidemia era necessario procedere all’abbattimento di quasi 290.000 capi di circa 1.300 allevamenti. Il governatore di Miyzaki, Higashikokubaru Hideo dichiarava conclusa l’emergenza il 27 agosto, tre mesi dopo la segnalazione dei primi casi.

Un altro tipo di strage, quella perpetrata ai danni dei delfini nella baia di Taji, nel Nord del Giappone, era portata all’attenzione della distratta opinione pubblica giapponese con la programmata proiezione, il 3 giugno, del documentario The Cove. La prima, prevista in un cinema di Tokyo il 3 giugno, era cancellata a causa delle proteste di gruppi di destra, che godono di un minuscolo séguito ma di una inversamente proporzionale visibilità mediatica [W/NYT 18 giugno 2010, «Japan’s Far Right Blocks Screenings of ‘The Cove’»]. Il documentario veniva proiettato, anche in altre sale del Giappone, nel mese di luglio, anche se non otteneva un grande eco tra il pubblico. Ben più elettrizzata la risposta alla notizia, diffusa il 13 giugno, che la sonda spaziale giapponese Hayabusa, lanciata nel 2003, stava facendo ritorno sulla terra dopo avere raccolto campioni del suolo dell’asteroide Itokawa. In questo caso una vampata di orgoglio nazionale si diffondeva nelle case dei giapponesi, cavalcata dei media. Lo «Yomiuri shinbun» arrivava a citare la notizia come uno dei pochi eventi di cui gioire in tutto il 2010.

C’era poco di cui essere orgogliosi, nello scandalo di scommesse illegali che, il 14 giugno, coinvolgeva il campione di sumō Kotomitsuki. L’ennesima vicenda torbida che contribuiva ad allontanare il pubblico dal tradizionale sport nazionale, vissuto come una sorta di celebrazione delle virtù tradizionali della nazione. La metafora del paese in declino e quasi pronto per la pensione, usata dall’«Asahi Shinbun», era ribadita dai dati sull’andamento demografico pubblicati alla fine di luglio. Il 26 giugno il ministero della Salute, del la- voro e del welfare rendeva noti i dati sulla aspettativa media di vita dei giapponesi, che nel 2009 aveva raggiunto 79,59 anni per gli uomini e 86,44 anni per le donne. Queste ultime erano, per il venticinquesimo anno consecutivo, le più longeve al mondo. La presidenza del consiglio, inoltre, 30 giugno 2010 ha annunciato che la popolazione del Giappone, al 31 marzo 2010, era di 127.057.860 persone, in diminuzione rispetto all’anno precedente. Un dato che, poche settimane dopo, era forse necessario mettere in discussione, poiché il ministero della Giustizia, a termine di un’indagine sollecitata da una serie di casi di anziani scomparsi o deceduti ma conteggiati come vivi, comunicava che l’esistenza in vita di ben 234.354 ultracentenari non poteva essere confermata. Tra questi oltre 77.000 erano le persone di più di 120 anni e addirittura 884 «matusalemme» con un’età superiore ai 150 anni. In alcuni casi la miracolosa longevità era dovuta alla fraudolenta mancata comunicazione del decesso da parte delle famiglie, che così potevano continuare a percepire la pensione del congiunto. Secondo il Ministero, tuttavia, la maggior parte dei casi era da ricondursi a decessi nella fase conclusiva del secondo conflitto mondiale che, nella confusione dei tempi, non erano stati registrati [W/JT 11 settembre 2010, «234,000 centenarians listed in registries missing»].

Scossa da notizie che, certamente, confliggevano con il supposto rispetto confuciano per gli anziani e gli antenati, vi era chi si consolava festeggiando, il 6 ottobre, il premio Nobel per la chimica, assegnato a Negishi Ei’ichi, Suzuki Akira e all’americano Richard F. Heck. Il 1° dicembre l’editore Jiyū Kokuminsha pubblicava la lista delle dieci parole più usate nel corso dell’anno. Fra queste, ikumen, a indicare i padri che, anche in Giappone, tendono a avere un ruolo attivo nella crescita e l’educazione dei figli; muen shakai (società alienata) a indicare i fenomeni che scaturiscono dalla dissoluzione dei legami familiari e umani nelle megalopoli giapponesi abitate sempre più dai single; «AKB48», dal nome del gruppo musicale, tutto femminile, di 48 adolescenti, continuamente rinnovato, che dal 2005 domina le classifiche musicali del pop in Giappone, ma che ha un nutrito numero di appassionati anche all’estero [W/JK].

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The Founder of Asia Maior

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