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Un paese fortemente euroasiatico: il Kazakistan di Nursultan Nazarbayev

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1. Premessa

Pochi paesi al mondo come il Kazakistan sembrano, almeno a prima vista, rispondere meno alla massima napoleonica per cui la politica di un paese sarebbe nella sua geografia. Ancora pochi anni fa, infatti, nulla sembrava predisporre questo immenso territorio così scarsamente antropizzato, la cui popolazione totale si aggira sui 16 milioni, a diventare un soggetto politico internazionale di notevole importanza, come è invece accaduto in questo inizio di secolo.

Repubblica dell’URSS diventata, per iniziativa altrui e sostanzialmente controvoglia, indipendente nel 1991, il Kazakistan è quel che si dice un «paese transcontinentale», che condivide con la sola Russia la caratteristica di avere una considerevole parte del proprio territorio nell’Europa geografica e al tempo stesso di confinare con la Cina. Cosa che sfugge spesso a coloro che lo considerano erroneamente un paese dell’Asia Centrale, il 13,63 % della sua superficie – 370.373 chilometri quadrati (1,2 volte l’Italia) – fa geograficamente parte dell’Europa, su un totale complessivo di 2.717.300 chilometri quadrati (nove volte l’Italia). Il resto fa parte dell’Asia, dove vive circa il 90 % della sua popolazione.

La popolazione ha carattere culturale ed etnico misto, euro-asiatico. Anche se dopo il periodo sovietico, in cui i kazaki – di etnia turco-mongola – erano ridotti a minoranza nel loro paese, la componente etnica europea non è più predominante (circa due milioni di russi, ucraini e tedeschi hanno abbandonato il paese e i kazaki sono tornati, dopo molti decenni, ad essere in maggioranza), il forte imprint linguistico, culturale e politico russo-sovietico rimane fortissimo.

All’inizio di gennaio del 2008, i kazaki etnici costituivano il 59% del totale, ed i russi (circa 4 milioni) il 25%. Ma va aggiunto che del restante 16%, quasi la metà (il 7%) appartiene a nazionalità che sono presenti anch’esse nella federazione russa. Il resto è composto di minoranze, come gli uiguri, condivise con la Cina e/o con le repubbliche ex sovietiche dell’Asia Centrale.

I settant’anni del regime sovietico hanno lasciato un’eredità incancellabile, sia nell’economia del Kazakistan che in una élite dalla doppia identità sovietico-kazaka, che non ha rinunciato all’idea della modernizzazione e del progresso sociale ed economico.

Il sistema sovietico aveva fatto nascere e crescere, in molte personalità non russe, che avevano fatto carriera nei ranghi del partito e della società, e che spesso avevano fatto studi tecnici ed esperienze nel mondo produttivo, il senso di una doppia appartenenza. Da un lato l’appartenenza alla superpotenza imperiale, quale mai avrebbe potuto essere la loro piccola patria, e dall’altro quella alla causa della modernizzazione e del progresso dell’etnia di appartenenza.

Dopo i cambiamenti del ventennio successivo all’indipendenza, l’eredità culturale sovietica rimane un importante collante nazionale, anche se la situazione demografico-culturale non appare ancora stabilizzata. Così, il fatto che al censimento del 2009 i kazaki – secondo l’agenzia statale delle statistiche – fossero passati al 63,1% e i russi al 23,7% (cui va aggiunto un altro 2,1% di ucraini, che agli occhi dei kazaki appaiono molto simili ai russi) starebbe a significare in una certa misura la maggiore dinamica demografica naturale degli autoctoni, spiegabile col fatto che, dopo l’esodo che ha fatto seguito alla rottura dell’URSS, una quota non trascurabile dei russi rimasti è costituita da anziani. Ma questa riduzione della percentuale degli slavi nella popolazione è dovuta anche ad un ulteriore significativo esodo, verificatosi nei due anni immediatamente precedenti il censimento, in cui il processo di crescita dell’economia kazaka – negli anni precedenti assai favorevole – ha conosciuto una brusca battuta d’arresto, a causa dell’andamento del mercato degli idrocarburi, che costituiscono la principale esportazione del paese.

Sulla base dei dati emersi nel censimento del 2009 e delle tendenze osservate, si calcola che la popolazione del Kazakistan ha raggiunto 16.372.000 di anime il 1° ottobre 2010. Di questi, 8.662.400 vivevano in centri urbani e 7.347.200 in aree rurali: rispettivamente 54,1% e 45,9%. È interessante notare che, rispetto al 1999, la popolazione rurale è aumentata del 12,6% e quella urbana solo del 2,4% [GoK 2019].

2. Una natura più forte dell’uomo

Paese continentale come pochi altri, il Kazakistan ha accesso ad acque non interne solo sul Mar Caspio, che a sua volta è un mare chiuso, totalmente appropriato dai paesi rivieraschi, e oggetto di non poche dispute. Il territorio kazako si trova insomma al cuore dell’area continentale euroasiatica, è estremamente arido ed è coperto dalla steppa in tutta la sua parte centrale, per un’ampiezza, in direzione est ovest, di più di 2.200 km. Si tratta della più grande regione di steppa arida esistente sul pianeta, con una superficie di circa 805.000 chilometri quadrati. Dall’estremità meridionale dei monti Urali, che sono la tradizionale linea di demarcazione tra l’Europa e l’Asia, dalla zona orientale della depressione del Mar Caspio e dal nord di quel che resta del lago d’Aral, la steppa del Kazakistan si stende fino ai monti Altai. A causa della lontananza dal mare, le precipitazioni sono molto scarse, la steppa ha pochi alberi, è costituita da grandi praterie eternamente spazzate dal vento e da vaste aree sabbiose.

L’ambiente naturale appare quasi dappertutto totalmente ostile e, soprattutto nella parte occidentale della steppa, il Kazakistan è pochissimo popolato, con una media di due-tre persone per chilometro quadrato. Spostandosi verso est attraverso interminabili pianure, la densità di popolazione aumenta molto relativamente, a quattro e poi a sette persone per chilometro quadrato.

La steppa riceve mediamente da 200 mm a 400 mm di precipitazioni all’anno soprattutto nelle zone settentrionali, dove le basse ondulazioni falciformi del terreno sono spesso orlate di galaverna. Gran parte della steppa ha perciò caratteristiche semi-desertiche, che diventano deserto vero e proprio man mano che si va più a sud. Solo andando verso i confini nord e nord-est si incontra un’eco-regione di pinete, intervallate da praterie, che annuncia le foreste della Siberia Occidentale russa. La vita, insomma, è possibile solo sui margini del territorio nazionale.

I sistemi fluviali che toccano il territorio del Kazakistan accentuano questo carattere «centrifugo», perché si trovano anch’essi tutti ai suoi confini. Attraversando la zona più Nord-occidentale del paese, il fiume Ural – che tradizionalmente segna la frontiera tra Europa ed Asia – si getta nel Mar Caspio in territorio kazako. Nel Sud del Kazakistan, il Sir-Daria – il fiume Oxus che nell’antichità segnava il limes nord dell’impero di Alessandro Magno -, ormai quasi a secco per le derivazioni destinate ad alimentare la coltura del cotone in Kazakistan e nel confinante Uzbekistan, si versa nel Piccolo Aral, poco più che una pozzanghera, un frammento settentrionale di quello che un tempo fu il Lago d’Aral. Ma il fiume nasce nell’estremo Oriente dell’Uzbekistan, e entra in Kazakistan solo al termine del suo corso, e solo dopo aver attraversato paesi in cui i fabbisogni idrici non fanno che aumentare. Nel Sud-est, il fiume Ili ed altri corsi d’acqua provenienti dal Xinjiang cinese alimentano il Lago Balkash, una specie di pantano immenso ma pochissimo profondo, e la vecchia capitale, Almaty. A Nord-est, infine, il fiume Irtysh, che viene dalla Mongolia, riceve le acque dell’Ishim e del Tobol, prima di rientrare in Russia e gettarsi nell’Ob, e quindi nel Mar Glaciale Artico.

Le zone utili del paese gravitano insomma naturalmente, e quindi anche economicamente, verso i paesi confinanti, in primo luogo la Russia. Da un punto di vista geografico, nulla – come dicevamo – predestinava il territorio dell’attuale Kazakistan a formare un’entità statale [Olcott 1987]. Inospitale e disabitato al centro, la parte economicamente e demograficamente più valida si trova alle estreme periferie di un paese, che tende a separarle, più che a saldarle tra loro, e che gravita, anche da un punto di vista economico e politico, sui paesi circostanti. Molto più razionale appariva invece l’organizzazione del territorio e la valorizzazione delle sue risorse come marca sud-orientale del sistema imperiale russo-centrico, che per oltre un secolo – prima del 1991 – ha effettivamente determinato sia lo sviluppo dell’economia, la modernizzazione culturale della popolazione, sia un notevole progresso sociale. Il sistema dei forti russi e delle città di guarnigione a nord e sud delle zone desertiche consentiva, infatti, all’impero sia di controllare la minaccia dei nomadi delle steppe dell’Asia Centrale vera e propria e della Mongolia, sia di interporre un deserto «russo» tra l’impero degli zar e la spinta militare degli inglesi che risaliva verso Nord dal subcontinente indiano.

3. La debolezza dell’individuo

Anche la società kazaka appariva in passato poco adatta alla formazione di uno stato moderno. Con il 26% del territorio totalmente desertico, il 44% sub-desertico, il 6% coperto di foreste, caratterizzate nel Sud e nell’Est da paesaggi di montagna estremamente selvaggi, e il 24% che consiste di steppa battuta dal vento, con scarsissime precipitazioni, escursione termica talora superiore ai settanta gradi tra minime invernali e massime estive, ed in generale un clima estremamente sfavorevole, non può sorprendere che, sulla sua immensa superficie, il Kazakistan abbia – all’inizio del XXI secolo – una popolazione così scarsa. Né può sorprendere che il sistema sociale tradizionale del paese fosse quello di un popolo che si era adattato a questo ambiente, che vi svolgeva l’unica attività economica che esso consentiva, e che è rimasta preponderante sino alle grandi trasformazioni introdotte dal regime sovietico: la pastorizia transumante, su terre estremamente povere, e quindi incapaci di sostentare il bestiame per l’intero arco dell’anno.

Politicamente, i kazaki erano dunque nomadi tradizionalmente divisi in tre grandi gruppi, detti Orde (o zhuz): la Grande Orda, la Media Orda e la Piccola Orda.

Ogni Orda è a sua volta una struttura complessa e ampiamente ramificata, organizzata con una duplice serie di categorie sociali parallele, e – per influenza dei turchi – parzialmente islamizzata. Ma si tratta di un’islamizzazione molto superficiale, che copre appena le superstizioni dello sciamanesimo originario. La popolazione kazaka si suddivide dal punto di vista religioso, in un 57% islamico ed un 40% cristiano. Ma la superficialità dell’islamizzazione e il relegamento della religione sullo sfondo della vita sociale durante il periodo sovietico hanno fatto sì che superstizioni tradizionali siano però molto diffuse, anche in ambienti kazaki «modernizzati» e «declanizzati», come e più di quanto ciò non accada presso i cinesi [Akiner 1995].

Di fatto, né l’islàm, una religione universale, né – come vedremo – la sovietizzazione potevano dare ai kazaki un forte senso di comune identità. E infatti l’Orda aveva un ruolo solo di fronte ad un pericolo esterno: solo la difesa da altri popoli che possono ad ogni istante invadere le praterie prive di difese naturali è compito dell’Orda. Solo sotto un profilo sentimentale le Orde e i clan percepiscono se stessi come parte di un insieme etnico-culturale kazako più vasto.

Ciascuna Orda è divisa in tribù che sono, a loro volta, divise in piccoli clan, famiglie allargate che, con i loro cavalli ed animali da latte e da carne, costituiscono l’unità socio-economica di base. Una unità di base importantissima, dal ruolo assolutamente cruciale, perché in assenza di essa è impossibile tenere in vita il sistema della pastorizia transumante, e non è quindi possibile estrarre dall’ambiente alcuna risorsa alimentare. Insomma, perché al di fuori del gruppo nessun individuo potrebbe sopravvivere [Kerven 2003].

Ciascun kazako può perciò concepire la propria vita e il proprio destino solo nel quadro della famiglia allargata e del clan. Pena la vita, non possono nella società kazaka esistere devianze, anticonformismi, primati dell’individuo sulla società. Il gruppo, cellula dell’economia di pastorizia transumante, è invece pressoché auto-sufficiente. E i suoi membri avvertono fieramente di godere collettivamente di una grande e selvaggia libertà. E la «cultura» kazaka è interprete fedele tanto di quella totale ed interiorizzata dipendenza dell’individuo, quanto di questa totale e orgogliosa indipendenza del gruppo, la cui forza sta nel fatto che gli individui che lo compongono sono stretti l’un l’altro come le dita in un pugno, e considerano sacri i vincoli familiari (incomprensibili per chi viene dai paesi occidentali: i paesi della «famiglia nucleare»). Secondo le norme del diritto consuetudinario, infatti, ogni kazako dovrebbe conoscere i suoi antenati risalendo per quaranta generazioni.

Il gruppo si rafforza con l’esogamia, cioè arricchendosi di sangue diverso attraverso il matrimonio di donne provenienti dall’esterno e – in un ambiente in cui i rischi per la vita sono continui – attuando forme di protezione sociale degli orfani e delle vedove con il cosiddetto «leviratico», (una norma secondo la quale una vedova viene sposata da un fratello del marito defunto, e che quindi prevede la possibilità della poligamia). Non si può, ovviamente, né scegliere, né cambiare il proprio zhuz. Nessuna visione individualistica è mai stata possibile e l’appartenenza all’Orda e il rispetto delle sue ancestrali gerarchie è sempre stata vista come la forma naturale della vita. La legge ferrea della natura non consente nessun dissenso nel gruppo, pena la distruzione di tutto l’insieme. Tutto ciò rimane ben presente e saldamente ancorato nella mentalità kazaka, anche dopo i violenti sconvolgimenti determinati da circa un secolo di contatti con la Russia, con il suo espansionismo verso est, e soprattutto con la modernizzazione sovietica.

L’appartenenza agli zhuz, in Kazakistan, è quindi un modo di relazionarsi al mondo esterno e alle regole che esso impone; ma anche un modo di pensare, un modo di interpretare i processi in corso attraverso il prisma della tradizione, incarnata nella genealogia della persona o del gruppo. In epoca sovietica, questo principio tradizionale di interpretare i fenomeni sociali è stato trasformato in un criterio di interpretazione di tutti processi politici. I kazaki della Grande Orda avevano, per esempio, mitizzato la figura del primo segretario del Partito Comunista Kazako (PCK) Dinmukhamed Kunaev. Dato che era un membro della tribù sty del Grande zhuz, lo vedevano come uno dei «loro». I kazaki delle altre zhuz, invece, lo vedevano come un estraneo, appartenente a un gruppo anche un po’ rivale.

La dislocazione della tradizionale società kazaka incominciò all’inizio dell’Ottocento, quando il controllo militare russo sottrasse ai kazaki una parte del territorio in cui questi allevatori nomadi avevano nei secoli organizzato i loro percorsi di transumanza. Ma il colpo più duro inferto alla società kazaka tradizionale venne nel decennio a cavallo tra i due secoli, quando l’espansione russa verso oriente assunse caratteri che rassomigliano – ma molto alla lontana – a quelli della contemporanea «conquista del West» da parte degli yankees. A partire dal 1880, infatti, e soprattutto dopo la fallita rivoluzione del 1905 – quando il governo di Petr Stolypin tentò di salvare il regime zarista con una tardiva riforma agraria – più di mezzo milione di contadini russi vennero spostati verso il Kazakistan Settentrionale e Nord-orientale.

Se gli indiani d’America non ebbero scampo, la sorte delle tribù delle praterie kazake fu meno tragica. Scacciati dalle loro terre, e in parte, specie a partire dal 1914, arruolati di forza nell’esercito russo, molti kazaki si ritirarono combattendo verso la Cina e la Mongolia. La resistenza si accentuò, ovviamente, con il crollo militare della Russia e del regime zarista. Nel 1917, si formarono così un esercito kazako e un’embrionale entità politica indipendente, l’Orda Alash (dal nome del mitico capostipite dei kazaki), che fino al 1920 combatté con gli eserciti anti bolscevici nella guerra civile che aveva fatto seguito alla rivoluzione d’ottobre.

I kazaki hanno avuto estrema difficoltà culturale ad adattarsi alle trasformazioni introdotte dai russi sulle loro terre. Oggi la gran parte dei kazaki sono filo-russi ed ammirano i loro ex colonizzatori come un popolo capace di sfidare e dominare l’ambiente naturale e come una grande forza di modernizzazione e di occidentalizzazione. Ma al momento del loro incontro con i nuovo venuti, e sino a tutti gli anni Settanta del secolo scorso, non è stato così, perché l’arrivo dei russi ha portato ad un drammatico restringimento di quelle che i kazaki vedevano come le loro libertà.

La colonizzazione agricola delle steppe euroasiatiche, infatti, era – e rimane tuttora – possibile solo se preceduta dalla costruzione, e poi accompagnata dalla ininterrotta manutenzione, di grandi sistemi di irrigazione, così grandi e complessi che essi debbono essere gestiti in maniera centralizzata da una burocrazia tecnica. Né il singolo colono, né il gruppo familiare allargato ha alcuna autonomia. Essi – funzionali ad un progetto collettivo da cui dipendono totalmente – non sono più che «numeri», per usare l’espressione con cui Lee Kwan Yew, leader paternalista e costruttore della ricchezza di Singapore, nonché teorizzatore dei «valori asiatici», chiama gli abitanti della sua linda e disciplinatissima città-stato. La selvaggia indipendenza di cui godevano i clan kazaki sottomessi alle sole leggi della natura è andata così perduta una volta che la natura stessa del loro paese è stata sottomessa alla volontà di un soggetto politico che si vantava della propria capacità di trasformare il pianeta [Demko 1969].

Questo conflitto culturale raggiunse ovviamente il suo massimo nella fase sovietica della colonizzazione del Kazakistan, una fase di derussificazione del territorio che coincise con la creazione delle fattorie collettive in tutta l’URSS e con la lotta – voluta da Stalin – contro il modo di vita nomadico-pastorale. Due grandiosi progetti, a Sud la deviazione del Sir-Darya (e dell’Amu-Darya nel confinante Uzbekistan) per sviluppare la coltura del cotone, e a Nord lo sviluppo delle terre vergini hanno confermato questa logica sino a tempi molto recenti. Ma i kazaki, cui all’epoca di Stalin era stato imposto di entrare con i loro animali nelle fattorie collettive, preferirono sgozzare le bestie e lasciarsi morire di fame o, ancora, tentare di fuggire verso il Xinjiang cinese. Si giunse così, nel 1936, alla proclamazione di una Repubblica Sovietica del Kazakistan, con capitale Alma Ata (l’attuale Almaty), una città di guarnigione russa posta ai confini con la Cina. Il numero di morti si valuta in due milioni, circa un quarto della popolazione etnicamente kazaka.

Il secolare contatto con i russi ha peraltro avuto un ulteriore effetto di frammentazione sociale, perché ha sortito esiti diversi sulle varie componenti del popolo kazako, a seconda della loro collocazione geografica. Dato che la Piccola Orda controllava il Kazakistan Occidentale e la Media Orda aveva i suoi percorsi di transumanza in quello che oggi è il Kazakistan Settentrionale e Orientale, questi gruppi hanno subìto l’influenza russa prima della Grande Orda, nel periodo pre-sovietico, quando la politica coloniale di San Pietroburgo tendeva a stabilire una sorta di indirect rule, analoga a quella inglese in India. I nobili tradizionali di queste due Orde sono perciò riusciti a mantenere molti dei loro privilegi e a mandare i loro figli in scuole russe. Da questa «seconda generazione» di kazaki russificati sono nati i primi nazionalisti del Kazakistan; su di essa si è perciò abbattuta, durante le purghe degli anni Trenta, tutta la violenza repressiva di Stalin, deciso a sradicare l’intellighenzia conservatrice.

La mentalità e il modo di vedere dei kazaki (soprattutto di quelli della Piccola e della Media Orda) poté sopravvivere abbastanza facilmente al dominio zarista, formalizzato con la legge del 1731, e sostanziato di un forte flusso migratorio di popolazione slava che, pur avendo rotto l’unità etnica del paese, diede vita ad un’economia a due settori – uno moderno, russo, e uno tradizionale, kazako – tra loro scarsamente comunicanti. Quella che ha causato drammatici cambiamenti è stata invece la rivoluzione del 1917, poco dopo la quale prese il via non solo un processo di industrializzazione e di urbanizzazione, ma anche di sedentarizzazione dei kazaki, coinvolti nella creazione dei kolkoz, le fattorie collettive, e poi nell’industrializzazione del Nord-est del paese.

La Grande Orda, dominante nel lontanissimo Sud e Sud-ovest dell’attuale Kazakistan, non è infatti entrata che molto più tardi sotto l’influenza russa, quando già si era nel periodo sovietico. Ma a questo punto, il colonialismo di Mosca aveva cambiato natura, diventando più simile a quello francese post rivoluzionario. Nel 1830, infatti, Parigi – che aveva perduto tutto il suo impero americano durante l’avventura napoleonica – iniziò con l’occupazione dell’Algeria una fase di acquisizione di territori oltremare che non poteva essere presentata se non come una mission civilisatrice, eversiva delle società tradizionali ed esportatrice dei diritti dell’uomo [Hussey, Thompson 2008].

Analogamente, il regime sovietico mise da parte le élite della società tradizionale, che stavano esprimendo una generazione di nazionalisti, e assunse in pieno il proprio congeniale compito di esportare in Asia i principi egalitari del socialismo. Fu per questo che, tra i kazaki della Grande Orda, che prima del contatto con i sovietici non avevano ancora idea di cosa fossero la politica e le ideologie moderne, pochissimi reagirono al contatto con i russi, diventando nazionalisti, mentre quelli che si lasciarono implicare nella politica sono diventati socialisti anziché nazionalisti. A sua volta, ciò ha fatto sì che la Grande Orda diventasse politicamente dominante e fedele alleata di Mosca nel periodo sovietico, e ciò spiega anche perché, quando il Kazakistan è diventata una delle 15 repubbliche dell’URSS, la capitale sia stata trasferita dalla città di Orenburg (che si trovava nel territorio della Piccola Orda, e che ora è addirittura rimasta nella Federazione Russa) ad Almaty, dove i clan della Grande Orda portavano le loro bestie a passare l’inverno.

E spiega anche perché sia stata la Grande Orda a trovarsi ad ereditare il potere quando l’URSS si è dissolta. Sia Kunaev, il corrotto e riluttante segretario del PC kazako destituito da Gorbaciov, sia Nazarbayev – il primo e sinora unico presidente del Kazakistan indipendente – appartengono ai clan della Grande Orda.

Ovviamente, questi aspetti «politici» della cultura tradizionale kazaka, gli aspetti legati alla solidarietà di clan, sono usciti rafforzati dalla perdita di forza, se non dal crollo, del comunismo come ideologia e, come vedremo, sono andati crescendo di rilevanza dopo l’indipendenza.

4. Il melting pot dell’«homo sovieticus»

La composizione della popolazione kazaka ha continuato a mutare per tutto il corso dell’era sovietica, con flussi migratori successivi che hanno finito per far assomigliare il Kazakistan sempre più ad una «piccola» URSS, con un mix etnico, culturale e religioso sempre più corrispondente a quello da cui avrebbe dovuto nascere l’uomo nuovo, l’«homo sovieticus», e rendendo quindi sempre più di difficile realizzazione il progetto di uno stato nazionale kazako. Queste trasformazioni demografiche sono state particolarmente intense durante la seconda guerra mondiale, quando molte famiglie di operai slavi e gran parte delle fabbriche della Russia Occidentale vennero trasferite in Kazakistan, per paura che le armate naziste se ne impadronissero, bloccando l’enorme sforzo di guerra dell’Unione Sovietica. Obbligati a trasferirsi verso il Nord e il Nord-est del Kazakistan furono soprattutto i tedeschi del Volga, che si temeva potessero collaborare col nemico, i tartari della Crimea, i georgiani – che dopo la rivoluzione si erano costituiti in uno stato indipendente e avevano combattuto contro l’Armata Rossa – e i musulmani dalla regione del Nord del Caucaso.

Una logica analoga portò poi al trasferimento verso il Kazakistan di un gran numero di coreani tra il 1945 e la morte di Stalin. Dopo la guerra civile cinese, in cui i partigiani coreani di Kim Il-sung avevano svolto un ruolo non trascurabile anche in Manciuria – cioè fuori dal territorio dell’attuale Corea del Nord – e durante e dopo la guerra di Corea, Mosca ritenne opportuno effettuare una forte «pulizia etnica» nelle zone dell’estremo oriente russo, dove vivevano significative minoranze coreane.

Un’altra ondata di arrivi di non kazaki si ebbe durante gli anni 1953-65, come conseguenza della campagna lanciata da Nikita Khrushchev per la colonizzazione delle «terre vergini». Si trattava di terreni indubbiamente fertili e potenzialmente utilizzabili, ma la cui messa in valore non era nella possibilità delle famiglie che venivano spostate in una strategia di colonizzazione da popolamento, come quella di cui era stato fatto oggetto il Kazakistan sotto lo zar. La messa in valore delle terre del Kazakistan richiedeva, quindi, un’agricoltura fortemente capitalistica, come quella resa possibile dal sistema dei kolkoz. Nel quadro di quel programma, un’enorme quota delle praterie del Kazakistan venne dissodata per la coltura del frumento e di altri cereali. Infine, un numero ancora più grande di coloni, principalmente ucraini e russi, è arrivato negli anni Sessanta e Settanta, con gli incentivi offerti dallo stato sovietico agli operai che partecipavano al programma per avvicinare l’industria pesante sovietica ai giacimenti di carbone, gas e petrolio dell’Asia Centrale. Così, tra sterminio della popolazione nomade autoctona e ondate migratorie successive di non kazaki, già negli anni Settanta il Kazakistan era l’unica repubblica sovietica in cui la nazionalità che dava il nome alla repubblica federata era una minoranza nel proprio paese [Kolsto 2006].

L’arrivo in Kazakistan di un gran numero di russi, ucraini, tedeschi, coreani ha naturalmente portato ad una società costretta dalla sua stessa frammentazione ad accettare l’idea della diversità e, in una certa misura, del multiculturalismo, solo in parte mascherato dalla omogeneizzazione «sovietica». I matrimoni misti, che coinvolgono il 20% circa delle coppie, erano ancora nel 2002 – cioè più di dieci anni dopo la fine del progetto di creare un unico «popolo sovietico» -, l’80% nel caso degli ucraini, il 40% in quello dei russi, ma solo il 4% in quello dei kazaki. Due gruppi, quello asiatico e quello degli europei (che però non coinvolgeva pienamente i tedeschi), si sono quindi formati, con un’evidente tendenza a percepire i propri interessi in termini comunitari. Alla vigilia del collasso dell’Unione Sovietica, il gruppo kazako si trovava perciò non solo ad essere una minoranza etnico-nazionale nel paese che porta il suo nome, ma era politicamente diviso lungo linee di Orda, cioè lungo linee sub-etniche e di clan. E in ogni società multiculturale come il Kazakistan, le une e le altre sono linee praticamente invalicabili per i singoli individui; linee che – dovunque esse si manifestino, in Asia, in America o in Europa – creano viziosi meccanismi di ethnic politics; e linee che ostacolano la nascita di ogni vera dialettica politica.

5. Dopo l’URSS

Gli anni Ottanta hanno segnato una svolta imprevista. Man mano che il controllo di Mosca si indeboliva, andava progressivamente configurandosi come possibile l’ipotesi – sino ad allora ritenuta impensabile – dell’indipendenza politica del Kazakistan. E, di conseguenza, si acutizzavano i conflitti interni.

Nel dicembre 1986, Mikhail Gorbaciov, nella sua opera di eliminazione dei quadri di partito contrari alla sua politica, costrinse alle dimissioni il segretario del PCK (Partito Comunista Kazako) Dinmukhamed Kunaev, un kazako etnico che era da più parti accusato di corruzione, favoritismi, e prevaricazione. Ma la sua sostituzione con Gennadiy Kolbin fu un errore gravissimo, che ebbe conseguenze decisive per il futuro dell’indipendenza kazaka.

In realtà, la nomina di Kolbin fa parte di un tentativo di Gorbaciov di cambiare tattica, sposando la posizione dei «conservatori» sulla questione delle nazionalità, per cercare di contenere le tendenze centrifughe del suo «liberalismo». Questo era arrivato troppo tardi, quando non appariva più come una generosa concessione, ma come il segno di una sconfitta e, di conseguenza, invece di soddisfasfare e acquietare, aveva reso più estreme tali spinte centrifughe.

Kolbin era un entusiasta sostenitore delle riforme economiche ed amministrative di Gorbaciov, ma era un russo etnico senza nessun precedente in Kazakistan. L’annuncio della sua nomina provocò una vera e propria sollevazione della popolazione kazaka, non si sa in che misura pilotata dall’interno stesso del PCK, ma che trovò nelle tensioni etniche un combustibile estremamente infiammabile.

Nei due giorni di disordini, che costarono la vita ad un numero imprecisato di persone (tra 200 e 1.000), la popolazione si spaccò lungo linee etniche anomale: la minoranza tedesca si schierò con i kazaki contro russi e ucraini, mentre i coreani parteggiarono – anche se meno apertamente – per gli slavi. Assunta la carica in queste condizioni, Kolbin rimase al suo posto per tre anni, ma senza riuscire a pacificare gli animi. Anche la campagna anti corruzione non migliorò la situazione dato che i favoritismi che venivano colpiti erano quelli degli amici di Kunaev, quasi tutti kazaki della Grande Orda [Lemercier-Quelquejay 1991].

Né Kolbin riuscì a risolvere la grave situazione economica. Al contrario, già l’anno successivo alla sua nomina la produttività del lavoro era scesa del 12% e il reddito pro capite del 24%. Mancavano all’appello un milione di tonnellate di acciao e una gran parte della produzione agricola. La produzione agricola era crollata al punto che, poco prima di essere scacciato dal suo posto di comando, nel 1989, Kolbin tentò addirittura di raggiungere la quantità di produzione di carne prevista dal piano, facendo abbattere i milioni di anatre selvatiche migranti che ogni anni passano sul Kazakistan.

I tempi erano ormai maturi per l’avvento dell’uomo che avrebbe portato il paese, controvoglia, all’indipendenza, un leader di etnia kazaka, della Grande Orda.

6. Nazarbayev: una carriera fondata sul merito

Da figlio di un umile pastore che non sapeva né leggere né scrivere, a «Padre della Patria» di uno degli stati più ricchi e più estesi del mondo, grande quanto un continente, anche se assai poco popolato, la vita di Nursultan Nazarbayev si è identificata – in maniera crescente nel tempo – con quella del Kazakistan indipendente: una vicenda politica che merita di essere presa in considerazione con un occhio più attento, e forse meno convenzionalmente critico, di quello che caratterizza la maggioranza degli osservatori occidentali, e l’opinione pubblica da essi influenzata.

Le caratteristiche di Nazarbayev sono – per i primi cinquant’anni della sua vita – quelle di un «homo sovieticus» post staliniano. Nato nel 1940 nella regione dei monti Alataw, tra Alma Ata e il confine cinese, egli è etnicamente appartenente alla Grande Orda, e culturalmente e politicamente forgiato dal sistema sovietico.

Non bisogna però dimenticare che il sistema sovietico aveva fatto nascere e crescere, in molte personalità non russe – che spesso avevano fatto studi tecnici ed esperienze nel mondo produttivo, per poi fare carriera nei ranghi del partito e della società – il senso di una doppia appartenenza: quella alla superpotenza imperiale, quale mai avrebbe potuto essere la loro piccola patria, e quella alla causa della modernizzazione e del progresso dell’etnia di appartenenza.

Le sue umili e non russe origini consentiranno a Nursultan Nazerbayev solo un’istruzione professionale, come operaio dell’industria siderurgica, prima in Kazakistan e poi in Ucraina. Ma dopo l’adesione al Partito Comunista, all’epoca di Krushev egli si era già fatto notare per le sue capacità di leadership. Nel Komsomol (l’organizzazione giovanile del PCUS) non solo ebbe presto un incarico – che avrebbe potuto anche essere solo burocratico – nell’acciaieria dove lavorava, a Temirtau, ma mostrò di essere in grado di fare di più. Anche se l’epoca dello «stakanovismo» era finita, egli riusciva però a convincere altri giovani come lui a diventare subbotnik, cioé a sacrificare il sabato per svolgere insieme lavori di utilità sociale.

Dotato di naturali capacità di leadership, Nazarbayev riusciva a trascinare i compagni di lavoro all’acciaieria con orgogliosi discorsi da comunista associati a humor e «distanza zero» con la base, facendo così rapidamente carriera da segretario dei Giovani Comunisti dell’acciaieria fino a membro della segreteria del PCK, una carriera che mostra bene come una dimensione meritocratica fosse ancora presente in URSS negli anni in cui si affermava la «nomenklatura». Ma si tratta di una carriera che nasce da scelte politiche tempestive e coraggiose, oltre che da sapienti rinunce.

All’inizio della sua carriera nel partito, Nazarbayev, scelto come segretario del Komsomol di Temirtau, dov’era la sua acciaieria, rifiutò di lasciare il suo lavoro da operaio per far politica a tempo pieno. In realtà, egli era popolare tra gli operai, come pochi comunisti di professione. Ed essere un intermediario capace di tenere buoni rapporti con la base, che certamente lo percepiva come uno dei suoi, in una fase in cui il prestigio del partito era a pezzi, finiva per renderlo utile agli occhi di un vertice sempre più burocratico e «nomenklaturista». In altri termini, era un giovane leader che piaceva ai suoi colleghi e quindi un elemento utile ai burocrati sempre in difetto di consenso. E ciò, per uno come Nazarbayev, senza connessioni familiari importanti poteva essere il solo modo di avere un ruolo.

Il suo rifiuto di passare a pieno tempo nella burocrazia di partito irritò molto i capi del partito. E gli costò un richiamo formale. Ma Nazarbayev aveva metodo anche nelle sue rinunce. Più tardi, fece ancora un sorprendente rifiuto. Nazarbayev, infatti a partire dal 1979, era diventato uno degli uomini su cui puntava l’ala «riformista» del PCUS. Sintomaticamente Gorbaciov gli offrì di diventare il numero due di un’URSS che minacciava il disfacimento, ma che non vi era ancora giunta, o di porsi alla testa dell’unione rinnovata che avrebbe dovuto prendere il posto dell’URSS. Poltrone, queste, che la capacità di giudizio di Nazarbayev considerò troppo traballante per sedercisi sopra [Nazarbayev 2008].

Già dal 1984, peraltro, Nazarbayev occupava la più modesta, ma più solida, posizione di presidente del consiglio dei ministri del Kazakistan ed era considerato da tutti come il probabile successore del segretario del PC kazako, Dinmukhamed Kunaev. I rapporti tra i due si guastarono – come accade di norma – al momento della transizione; ma sino al momento in cui Kunaev si oppose alla sua nomina, suggerendo a Gorbaciov il nome di Kolbin, le innegabili qualità di Nazarbayev spinsero lo stesso vecchio burocrate sovietico a presentarlo come un suo protetto ed erede designato.

Quando Mikhail Gorbaciov, nel 1986, decise di allontanare Kunaev dal potere, tutti furono sorpresi che il successore non fosse Nazarbyaev. La sua ora venne invece del tutto naturalmente nel 1989, dopo una nuova serie di disordini etnici e di morti che accompagnarono in Kazakistan i primi segni del crollo dell’URSS.

Nell’aprile dell’anno successivo, nel 1990, il soviet supremo kazako lo aveva eletto alla carica, appena creata, di presidente del Kazakistan, posizione che egli si fece confermare da un plebiscito popolare alla fine del 1991, giusto prima del disfacimento dell’URSS. E si era trovato così a capo di una repubblica indipendente che non era mai esistita come stato moderno, i cui confini erano stati tracciati negli anni 1920 e 1930 dalla burocrazia sovietica, e che poneva enormi problemi in tema di nation building.

7. La quarta potenza nucleare mondiale

Il primo e più angoscioso problema che si è posto all’indomani di un’indipendenza cascata dall’alto è stato quello dell’enorme arsenale nucleare che il Kazakistan indipendente si è trovato ad avere sul proprio territorio: circa 1.400 testate nucleari montate su missili strategici terra-terra a gettata intercontinentale – gli SS-18 -, che facevano della neonata repubblica euroasiatica la quarta potenza atomica mondiale.

Il Kazakistan aveva inoltre ereditato 40 bombardieri a lunga autonomia Tu-95M equipaggiati con 320 missili cruise. Anche se altre due repubbliche ex sovietiche – l’Ucraina e la Bielorussia – erano nella stessa situazione dopo il disfacimento dell’URSS, il fatto che degli «asiatici» fossero in possesso di armi nucleari, apparve immediatamente come un preoccupante problema internazionale e suscitò voci – risultate poi totalmente infondate – di vendita di testate nucleari all’Iran. In realtà, come successivamente accertato, il controllo operativo di queste armi era sempre rimasto nelle mani delle forze strategiche russe.

Su questo fronte, Nazarbayev, si mosse con estrema rapidità, dichiarando, all’inizio suo primo mandato presidenziale il Kazakistan nuclear-free e facendone il primo paese al mondo a rinunciare totalmente ad un armamento atomico già in suo possesso. Così, in meno di quattro anni, nel maggio del 1995, una vasta opera di disarmo aveva portato alla restituzione alla Russia di tutte le testate nucleari strategiche, dei missili intercontinentali e di tutto il materiale di supporto. Venivano demolite le installazioni sotterranee di lancio e di controllo, così come i silos situati in quattro località strategiche (Zhangiz-Tobe, a Derzhavinsk, a Semipalatinsk e a Leninsk), disseminate sul territorio kazako. Venivano poi chiusi e sigillati 178 tunnel e 13 pozzi di sperimentazione delle armi nucleari situati in zone montuose e smantellati sette bombardieri pesanti.

Vittima per quarant’anni di drammatiche attività di sperimentazione, il Kazakistan ereditava inoltre i più importanti poligoni di tiro nucleare e missilistici per l’addestramento al bombardamento, le prove di volo dei missili balistici e per i test dei sistemi di difesa aerea. Per alcune di queste installazioni non è bastata la chiusura. Alla poco gradita eredità del poligono per le bombe atomiche e all’idrogeno di Semipalatinsk, il più importante dell’Unione Sovietica, dove in quarant’anni c’erano state non meno di 466 esplosioni nucleari, si dovette infatti far fronte, con misure di gestione del danno [OSCE 2009].

Un’altra importantissima installazione sovietica a carattere tecnologico-militare in territorio kazako era il centro spaziale di Baikonur, la base del programma sovietico di esplorazione spaziale e, fino al 1994, la base di lancio di tutti i satelliti militari di spionaggio e di comunicazione. Dopo un lungo negoziato, mentre l’impianto si degradava molto rapidamente, sia per il clima che per i furti, la Russia riconobbe al Kazakistan la proprietà dell’impianto e ne ottenne in cambio l’affitto per 20 anni.

Anche per la sua posizione molto lontana dalle linee di confronto con l’Occidente, il Kazakistan era stato il principale centro dell’industria bellica dell’Unione Sovietica con circa 75.000 operai, in gran parte slavi, che vivevano soprattutto nelle parti settentrionali del paese. Ma in pochi anni molte produzioni militari sono scomparse, e quelle che sono rimaste non sono molto sofisticate, anche perché la maggioranza degli operai qualificati ha potuto abbastanza facilmente trovare lavoro nella Federazione Russa, ed emigrare.

D’altra parte, le forze armate del Kazakistan indipendente sono molto ridotte ed in parte riconvertite a metodi e materiali occidentali. Il Kazakistan, infatti, ha ormai una partnership ufficiale con la NATO e un accordo di cooperazione strategica con le forze armate turche.

8. Vent’anni di costruzione nazionale

Il primissimo problema che si è posto all’indomani di un’indipendenza cascata dall’alto è stato infatti quello di mantenere l’unità del paese, compito non facile con i kazaki etnici ridotti a meno della metà della popolazione e con una forte minoranza nella quale erano diffuse idee separatiste e di ricongiungimento alla federazione.

Va detto, peraltro, che tra i kazaki è forte la convinzione di avere un destino in comune con i popoli slavi. Infatti, quando i kazaki presero parte al referendum sul futuro dell’URSS, che si tenne in nove repubbliche sovietiche, ben l’88,2% si recò a votare, ed il 94,1% si pronunciò a favore dell’opzione di mantenere una «unione di stati sovrani dotati di pari diritti». E più tardi, nel dicembre 1991, quando lo scioglimento dell’URSS apparve inevitabile, il Kazakistan fu l’ultimo a dichiarare un’indipendenza che ormai era nei fatti, dato che tutte le altre repubbliche l’avevano dichiarata. Un’indipendenza «subìta» più che voluta che aiutò ad evitare ogni clima di esaltazione nazionalistica, a mantenere provvisoriamente inalterato il delicato equilibrio inter etnico e, infine, ad evitare discussioni sui confini, in particolare con la federazione russa.

Una transizione verificatasi in modo così passivo fu senza dubbio un successo per Nazarbayev che, nel 1994, solo tre anni dopo l’indipendenza, poté dichiararsi convinto che era ormai possibile «parlare di una percezione della propria identità comune a tutti i cittadini del nostro paese». E si tratta di un’affermazione in cui c’é certamente una parte di verità. La cultura dei kazaki di oggi, in particolare, ma non solo, di quelli che vivono nelle città è profondamente impregnata di elementi russi, infinitamente di più di quanto ciò non accada nei paesi confinanti dell’Est e del Sud, cioè nei paesi dell’Asia Centrale. Ma si tratta comunque di un’affermazione che era forse più vera allora che non quindici anni dopo. Lo scambio e l’incrocio culturale tra i principali gruppi etnici del Kazakistan avrà forse anche influenzato il modello in cui ciascuno di essi si riconosce, ma non ha veramente prodotto la definitiva eliminazione delle loro differenze.

A merito di Nazarbayev va riconosciuto di aver saputo preservare nel ventennio successivo – e in una situazione a tratti assai difficile, anche se con l’aiuto della ricchezza petrolifera – il delicato equilibrio interetnico del neonato e fragile Kazakistan indipendente, pur favorendo una graduale riaffermazione dell’identità kazaka come tratto destinato a caratterizzare la nuova nazione. Centinaia di migliaia di russi abbandonarono il Kazakistan negli anni Novanta, sia per obiettive ragioni economiche, sia come conseguenza delle discriminazioni subite o temute da parte dei kazaki, che solo in parte avevano buone memorie del periodo russo-sovietico. Da 6.227.549 nel 1989, la presenza russa si era ridotta nel 1999 a 4.479.618 di persone, pari a circa il 30% della popolazione totale [Alexandrov 2009].

Il Kazakistan, però, è stato teatro anche di fenomeni più complessi. Come abbiamo visto, il censimento del 1999 mostrava un aumento demografico. E ciò non è dovuto solo alla fertilità tradizionalmente alta della componente kazaka della popolazione, ma anche a movimenti migratori in entrata, dalla composizione etnica complessa, e che confermano il carattere euroasiatico del paese. La repubblica kazaka – soprattutto la sua nuova capitale, Astana, che viene considerata come una città totalmente europea – è infatti diventata, dopo il collasso dell’URSS, anche una delle destinazioni preferite dei russi che abbandonavano – e continuano ad abbandonare – le repubbliche ex sovietiche dell’Asia Centrale, in particolare dall’Uzbekistan, che il Kazakistan separa geograficamente dall’Europa.

I russi, infatti, sono ormai degli sradicati, nei loro ex possedimenti in Asia Centrale. E le condizioni che ad essi sono offerte per rientrare nella federazione russa non sono molto favorevoli, sia perché le minoranze russe rimaste nelle altre repubbliche costituiscono una massa assai notevole che non sarebbe facile assorbire – e soprattutto non lo sarebbe stato del primo disperato decennio, sotto Yeltsin -, sia perché le autorità russe, soprattutto dopo il 2000, ma in maniera meno coordinata anche prima, non vedono di buon occhio un eventuale azzeramento della presenza russa in paesi – in particolare nei più «russificati» tra essi – che, come l’Ucraina, la Bielorussia e il Kazakistan, hanno storicamente fatto parte dell’impero. Si tratta di paesi che non si può, e non si vuole, escludere che possano in futuro trovare qualche forma di unità con una Russia ridotta alla più piccola dimensione territoriale ed umana (come proporzione sulla popolazione del pianeta) della sua millenaria storia.

Nella sola parte orientale del paese, quella tradizionalmente da essi preferita, i russi ammontavano nel 2005 a circa il 45% una percentuale superata di poco da quella dei kazaki etnici, che sono attorno al 50%. Tali percentuali si sono mantenute stabili nel tempo, dato che il numero dei russi che abbandonano il Kazakistan per la federazione russa si è mantenuto dello stesso ordine di grandezza dell’immigrazione russa dalle repubbliche centro asiatiche dell’ex URSS.

9. Un’economia di successo

Questi flussi migratori verso il Kazakistan si spiegano anche, e forse soprattutto, con i fattori economici, dato che il Kazakistan è il solo paese membro della CIS (Commonwealth of Independent States: l’unione doganale ed economica che riunisce il cuore euroasiatico dell’ex URSS) in cui economia e il tasso di occupazione siano tornati già nel 2003 al livello del 1991, cioé dell’ultimo anno prima di quella che Putin ha chiamato «la più grande tragedia» del ventesimo secolo.

Dopo una fase negativa, legata alla lacerazione del legame con la Russia, all’avvento a Mosca del regime di Yeltsin e degli oligarchi, e alla successiva bancarotta dello stato russo, il Kazakistan ha registrato nel nuovo secolo una crescita molto sostenuta, con il PIL in aumento percentuale a due cifre nel 2000-2001, attestatosi poi all’8% o poco più dopo il 2002 [Peck 2004]. Ciò è dovuto soprattutto alla forte espansione del suo settore energetico, ma anche ad alcune annate agricole favorevoli, e alla riforma economica, che ha consentito maggiori investimenti provenienti dall’estero. A partire dal 2007, con la crisi finanziaria globale, e soprattutto a seguito del declino e del petrolio e dei metalli di cui il Kazakistan è esportatore, nel 2008, la crescita è rallentata al 3,3% l’anno, e addirittura all’1,2% nel 2009. Nel 2010, però, il petrolio è tornato ad un prezzo superiore agli 80 dollari il barile e tutte le materie prime, trascinate dalla domanda cinese, hanno conosciuto prezzi record. Gli effetti si sono fatti immediatamente sentire. Secondo l’agenzia di statistica kazaka il PIL nei primi sei mesi del 2010 (pari a 59,4 miliardi di dollari) sarebbe cresciuto dell’8% rispetto allo stesso semestre dell’anno precedente, e l’export (29,6 miliardi di dollari) del 72,2%, mentre l’import (13 miliardi di dollari) sarebbe diminuito dell’1,8% [Kalyuzhnova 2009].

Nel settore dell’energia, l’apertura del Caspian Pipeline Consortium, nel 2001, dal giacimento di Tengiz nel Kazakistan Occidentale al Mar Nero, ha sostanzialmente aumentato la capacità di esportazione. Nel 2006, il Kazakistan ha completato la parte Atasu-Alashankou, e, sulla base dei progetti, nel 2009 ha portato a termine la parte Kenkiyak-Kumkol di un oleodotto che si estende dalla costa del Mar Caspio verso l’Est del paese, al confine cinese. Il paese ha anche intrapreso una politica industriale che mira a diversificare l’economia dalla dipendenza eccessiva dal settore petrolifero, sviluppando il suo potenziale di produzione manifatturiera, in particolare in campo automobilistico, settore in cui il Kazakistan ha ereditato dall’URSS un grande impianto, oggi passato nelle mani della General Motors.

È stata cambiata la normativa fiscale delle imprese per favorire l’industria nazionale come mezzo per ridurre l’influenza degli investimenti esteri e di personale straniero. Il governo si è impegnato in numerose controversie con le compagnie petrolifere straniere sui termini degli accordi di produzione, da ultimo, con riguardo al progetto di Kashagan nel 2007-2008 e al progetto Karachaganak nel 2009. Dal 2007, Astana ha fornito sostegno finanziario al settore bancario, che è stato alle prese con la scarsa qualità degli asset e grandi prestiti stranieri – problemi che sono stati amplificati dalla crisi finanziaria globale del 2009.

Nel complesso le prospettive future sono incoraggianti. Il Kazakistan, la più estesa delle repubbliche ex sovietiche (dopo la federazione russa) ha ereditato dalla lunga opera russa e sovietica di colonizzazione un settore agricolo assai ricco, con produzione di cotone e di cereali, e grandi allevamenti di bestiame. Altrettanto copiose le ricchezze che la repubblica eurasiatica possiede – e in parte ancora nasconde – nel proprio sottosuolo; ricchezze minerali enormi. Sia nel campo degli idrocarburi e del carbone, che di altri minerali e metalli ferrosi e non ferrosi, uranio, berillio, tantalio, terre rare, rame, piombo, stagno, zinco, argento, caolino, calcare per cemento; tutte risorse il cui valore futuro non può che aumentare, e in tempi abbastanza rapidi.

Il settore manifatturiero del Kazakistan e, dunque, soprattutto nell’industria pesante, è fondato soprattutto sull’estrazione e il trattamento di queste risorse. Ma anche sull’industria dei prefabbricati e del ferrocemento in generale. Di materiali cioè essenziali per la costruzione delle gigantesche infrastrutture richieste dalla valorizzazione degli spazi asiatici, materiali utilizzabili da una forza lavoro locale troppo poco qualificata per poter lavorare altrimenti che con parti da assemblare.

Dopo l’indipendenza, il settore estrattivo ha assunto la posizione centrale nell’economia del paese [Croissant, Aras 1999]. È stata un’evoluzione che, a parte la capacita di produrre flussi di danaro, può anche essere letta come un passo indietro. Essa ha fatto si che, come abbiamo già ricordato, il tasso di crescita del PIL, dopo una crescita annuale a due cifre percentuali nel 2000-2001 e dell’8% o più nel periodo 2002-2007 (anche in virtu di un forte flusso di investimenti esteri, alla privatizzazione di interi settori dell’economia e a buone annate agrarie), sia poi crollato, per due anni consecutivi, riducendodosi al 3,3% nel 2008 e all’1,2% nel 2009 [Lynch, Kalyuzhnova 2008].

Ma i grandi investimenti realizzati rimangono: la condotta che collega il Mar Caspio al Mar Nero; quella che dalle sponde europee porta fino al confine cinese. E nel frattempo, una politica economica fortemente nazionalista, ha portato ad una non sempre corretta riappropriazione di risorse scoperte e messe in valore da società estere, in particolare con la revisione unilaterale delle regole del gioco a proposito del Progetto Kashagan nel 2007-2008 e di quello del Karachaganak nel 2009. Ma resta il fatto che oggi il kazakistan dispone dell’unico giacimento di petrolio della categoria cosiddetta «gigante» fuori dal Medio Oriente, e dell’unico di questa taglia scoperto negli ultimi vent’anni (e forse l’ultimo in assoluto).

10. Gli sradicati

La ricchezza presente e il potenziale ancora più promettente per il futuro hanno certamente avuto un ruolo ad attrarre verso il Kazakistan flussi di immigrati di origine sia europea che asiatica. Ma a spingere molti ex sovietici etnicamente europei ad emigrare verso il Kazakistan ha giocato anche il fatto che nelle repubbliche dell’Asia Centrale i russi non sono che sparute minoranze, in un ambiente in cui i caratteri centro-asiatici ed islamici stanno gradualmente tornando a prevalere. In Uzbekistan, per esempio, c’é un milione di russi, ma essi costituiscono solo il 4% della popolazione, una percentuale molto minore di quella dei russi in Kazakistan [Nazpary 2007].

L’evoluzione del Kazakistan mostra dunque la preservazione del suo carattere euroasiatico. I dati disponibili mostrano che nel primo e più difficile decennio d’indipendenza – tra il 1989 e il 1998 – il Kazakistan aveva concesso la cittadinanza a 13.133 russi, in maggioranza provenienti dalle repubbliche non russe dell’ex URSS, e si calcolava in almeno il doppio il numero degli immigrati russi venuti in maniera più o meno irregolare dall’Asia Centrale e che non avevano ancora ottenuto la cittadinanza. Successivamente il fenomeno è andato ampliandosi e il saldo netto tra emigrazione ed immigrazione ha portato ad un aumento di residenti russi pari a 26.668 persone nel 2003 e di 32.228 nel 2004. Si tratta certo di numeri non enormi, ma abbastanza significativi per far percepire un fenomeno che testimonia delle favorevoli condizioni che il governo kazako è riuscito a creare già nel primo periodo di indipendenza. Per i russi etnici, ottenere la cittadinanza kazaka non è semplicissimo, ma neanche eccessivamente difficile. Il Kazakistan, pur in un periodo di recupero dell’identità kazaka, applica infatti lo jus soli, per cui è sufficiente aver vissuto nel paese cinque anni e avere in banca almeno l’equivalente di 6.000 euro per ottenere la cittadinanza kazaka.

I russi non sono peraltro i soli a ripiegare dall’Asia Centrale verso il Kazakistan, ci sono anche molti uzbeki, coreani e tatari. Del resto, la comunità definita «russa» attualmente presente in Kazakistan non è una comunità etnica bensì una comunità di lingua russa, che include la grande maggioranza degli ucraini, dei tedeschi del Volga, dei tatari, degli ebrei (che nel mondo post sovietico vengono percepiti come una nazionalità in base alla vecchia classificazione staliniana) e persino i kazaki russofoni, istruiti nelle scuole di lingua russa in Kazakistan o nelle altre repubbliche sovietiche. Tutte queste nazionalità formano ancora un gruppo socio-economico importante nella vita pubblica, culturale, politica ed economica. Nella burocrazia, in particolare, il numero dei russi è pari a quello dei kazaki.

Naturalmente non tutto è pacifico nella comunità russa in Kazakistan. La memoria lasciata dai sanguinosi scontri a carattere altrettanto etnico quanto politico del 1986 era stata ravvivata tre anni dopo, nel giugno del 1989, quando i disordini e i morti di Novy Uzen, una cittadina del Sud-ovest del paese, avevano spinto Gorbaciov a nominare Nazarbayev alla testa del PCK. E lo stesso Nazarbayev aveva fatto subito dopo approvare (settembre 1989) dal soviet supremo kazako la legge che riduceva ufficialmente la lingua russa a un rango leggermente inferiore a quello del kazako: solo ufficialmente però, sia perché tutti kazaki conoscono il russo (mentre pochi nelle altre comunità conoscono abbastanza il kazako da poterlo usare nel sistema educativo, nell’amministrazione e negli affari) sia perché la lingua kazaka non è mai diventato uno strumento linguistico moderno.

La nuova legislazione in campo linguistico aveva incontrato, ovviamente, l’opposizione di molti cittadini di origine non kazaka, tanto che, negli anni immediatamente successivi all’indipendenza, è stata attiva una sezione kazaka dell’organizzazione nazionalista russa Yedinstvo, che aveva svolto una campagna per l’annessione delle regioni settentrionali del Kazakistan al vicino del Nord, ma con scarso successo. Del resto, già nel settembre del 1990 – quindi prima che l’URSS entrasse in fase di dissoluzione – una proposta di Solzhenitsyn di ridisegnare i confini interni e di trasferire parti di territorio kazako alla Russia aveva provocato ferme dimostrazioni di protesta.

L’emigrazione di molti russi e il terribile crollo economico della federazione avevano a lungo fatto apparire la questione come sopita. Ma ancora dieci anni dopo, nel 2000, 22 persone sono state arrestate ad Oskemen (nel Kazakistan Nord-orientale) con l’accusa di sovversione e di far parte di un complotto separatista filo-russo. E poi, nel 2005, il governo ha dichiarato persona non grata l’uomo politico russo Vladimir Zhirinovsky, che in Kazakistan è nato, e che aveva messo in discussione – in un discorso pubblico – il tracciato dei confini russo-kazaki e la stessa legittimità storica della repubblica nata dal crollo dell’URSS.

Con il miglioramento delle condizioni economiche in Russia, e con la rinascita dell’orgoglio russo dopo la profonda umiliazione degli anni di Yeltsin è indubbio che il separatismo russo in Kazakistan sarebbe rinato. A impedirlo sono stati la grande abilità con cui la situazione politica ed economica è stata gestita da Nazarbayev (che non nasconde di essere un kazako fortemente europeizzato) e il discredito del politico russo Vladimir Zhirinovsky, sino a poco tempo fa il principale «nostalgico» dell’impero russo-sovietico. Zhirinovsky, infatti, non è solo il protagonista della campagna per l’annessione del Kazakistan nord-orientale alla Russia, ma ancora nel 2009, in occasione dell’uscita del film «Taras Bulba», ha dichiarato che «chiunque abbia visto questo film capisce che russi ed ucraini sono un solo popolo, e che il loro nemico è l’Occidente». Nel febbraio dell’anno successivo Zhirinovsky ha fatto la previsione che l’Ucraina sarà parte della Russia «nel giro di cinque anni». Così, anche l’Ucraina lo ha dichiarato nel 2006, subito dopo il Kazakistan, persona non grata. Ma mentre la situazione politica ucraina ha fatto sì che la dichiarazione sia stata revocata un anno dopo, perché molti ucraini sono d’accordo con lui, nel caso del Kazakistan la condanna è tuttora in vigore.

Nel complesso, bisogna tenere conto del fatto che le aspirazioni separatiste dei russi rimasti nelle ex repubbliche sovietiche non hanno mai trovato vero sostegno in Russia. Questo è dovuto a due fattori. Da un lato – nel periodo di Yeltsin – per il totale disfacimento ed asservimento del governo russo agli oligarchi e agli interessi stranieri [Nazpary 2007]. Dall’altro, nel periodo di Putin e di Medvedev, per il timore – comprensibile, data la composizione della federazione russa – che, per favorire l’idea del separatismo presso le minoranze russe in altri paesi, si potesse finire per legittimare il separatismo delle minoranze nazionali della stessa Russia. Ciò avrebbe provocato una catastrofe ulteriore e ancora più terribile della dissoluzione dell’Unione Sovietica.

D’altro canto, va anche notato che i russi e i russofoni della cosiddetta «diaspora» sono andati acquistando caratteristiche ed autoidentificazioni particolari, un po’ come i cinesi d’oltremare rispetto ai cinesi del continente. E ciò sia per influsso dell’ambiente culturale, sia per reazione a come essi sono percepiti dalle maggioranze etniche dei paesi in cui vivono, sia per le peculiari esperienze che hanno attraversato nell’ultimo ventennio. Pur non cessando, anzi essendo costretti a vedersi, come «slavi post sovietici», come accade per esempio in Lettonia, dove essi costituiscono il 48% della popolazione, ma non godono del diritto di voto.

11. L’evoluzione istituzionale del Kazakistan indipendente

La necessità di una politica di unificazione nazionale del Kazakistan, non si poneva però – all’indomani dell’indipendenza – solo in relazione ai russi. Si poneva in riferimento agli stessi kazaki, divisi tra Orde rivali e dalle esperienze storiche diverse nel rapporto con la civiltà e la politica della Russia. Ed è stata una necessità di cui si è tenuto attentamente conto nel corso del processo di costruzione istituzionale del nuovo stato, a partire dalla scelta della capitale.

La decisione di abbandonare Alma Ata e di stabilire la sede delle istituzioni di governo nel piccolo villaggio di Akmola è stata squisitamente una decisone politica, presa in una logica di nation building; una decisone tendente a cambiare il volto e gli equilibri dell’intero paese, perché finalizzata a garantire un migliore equilibrio tra i tre zhuz (o Orda) in cui si divide la popolazione kazaka, il Grande zhuz, il Medio zhuz e il Piccolo zhuz [Bradley 2009].

La popolazione della zona di Akmola, il piccolo villaggio dove è stata costruita di sana pianta una capitale moderna (Astana, in lingua kazaka, non è un nome proprio, ma un sostantivo generico che significa infatti «capitale») è enormemente cresciuta dopo lo spostamento della capitale, e quindi di oltre 700.000 abitanti, e continua a crescere. Immigrati – legali e illegali – sono stati attratti da tutto il Kazakistan e dagli stati confinanti come l’Uzbekistan e il Kirghizistan, e Astana è diventata una calamita per i giovani che hanno studiato e che cercano di costruirsi una carriera. Questo ha cambiato la demografia della zona, portando – come primo risultato – al fatto che oggi ci sono più kazaki etnici là dove un tempo c’era una maggioranza di slavi. La popolazione di etnia kazaka ad Astana ascende oggi a circa il 65%, mentre era solo il 17% nel 1989. Difficile diventa perciò ogni rivendicazione di secessione dal paese di un territorio dove la popolazione è fortemente kazaka e dove si trova la capitale, con la relativa burocrazia e tutti gli interessi legati all’attività di governo.

Da un punto di vista clanico, poi, Akmola si trovava nell’area pastorale della Media zhuz, l’Orda che è sempre stata, per le ragioni che abbiamo detto, più nazionalista che comunista e che, quindi, oggi politicamente meno forte e meno presente nelle sfere di governo [Cummings 2000].

Almaty è invece controllata dal clan Uly, facente parte della Grande Orda. E pur essendo egli stesso un membro del clan Uly, Nazarbayev, che è personalmente un detribalizzato, e che non a caso ha potuto fare una brillante carriera nell’epoca sovietica, avverte la necessità di spezzare, rimescolare e compensare l’influenza politica dei vari clan, sia per ridurre tale influenza nel suo complesso, sia per consolidare il nuovo stato, una volta scomparsa l’influenza modernizzatrice dell’URSS, sia per mantenere il proprio potere.

Con il trasferimento della capitale, per i kazaki della Media Orda è stata trovata una forma di compenso politico e psicologico. I kazaki hanno visto con piacere la trasformazione della componente europea, i russo-ucraini-tedeschi, sino ad allora localmente dominanti, in una minoranza, certamente numerosa, ma politicamente molto meno forte. E hanno poi trovato una concreta forma di interesse economico legato alla privatizzazione della proprietà immobiliare ad al fortissimo sviluppo urbano.

Si è così realizzato, almeno parzialmente, quello che molti sostengono essere il vero obiettivo che si voleva ottenere con la decisione di spostare la capitale, decisione che è stata ufficialmente giustificata con la mancanza di spazio per l’espansione della vecchia capitale, Almaty, e con la sua ubicazione in una zona sismica [Aitken 2009].

Con il trasferimento della capitale e delle istituzioni fisicamente sul luogo stesso in cui si manifestavano le tendenze separatiste, si è ottenuto l’effetto di sopprimere le nascenti tendenze separatiste diffuse tra una parte dei russi nella regione. Nazarbayev, inoltre, ha mostrato la sua capacità di affrontare alla radice la minaccia, e forse anche di convertirla in una carta a suo favore. Va notato, a questo proposito che, spostando la capitale da Almaty ad Akmola, Nazarbayev ha tenuto presente in primo luogo l’interesse del Kazakistan nel suo complesso, e non quello della propria Orda, anche se questa costituisce una personale base di potere. La Grande Orda ha infatti perso molto, in termini di importanza e di vantaggio economico con la perdita della capitale dal proprio territorio, mentre non avrebbe perso granché se le province economicamente e numericamente dominate dai russi – e tradizionalmente appartenenti alla Media Orda – del Nord-est del paese avessero portato a termine il progetto secessionista.

La politica di unità nazionale perseguita da Nazarbayev è peraltro visibile anche in altre decisioni. La stessa molteplicità religiosa della popolazione, nonostante che abbia perso molta importanza nella fase sovietica – con qualche segno non trascurabile di revival, però, dopo la fine dell’URSS – è stata presa in considerazione. Perciò ogni tre anni, un congresso delle religioni ha luogo ad Astana. Si tratta, in realtà, di un veicolo di politica estera e di immagine che ha l’intento, a lungo termine, di combattere le linee di frattura che attraversano la società kazaka.

Consapevole dell’insoddisfazione e della frustrazione della Media Orda, i cui membri sono più fortemente urbanizzati e più influenzati dal lungo e continuo contatto con i russi negli oblast (regioni) del Nord-est, Nazarbayev ha sempre favorito l’accesso di personalità di tale zhuz a posizioni importanti, come dimostrato dal conferimento della vice presidenza a Erik Asanbaev. Altro segno assai significativo è la nomina, nel 1996, alla carica di primo ministro, di Akezhan Kazhegeldin, un esponente della Media Orda, nonostante questa costituisse la base dell’opposizione guidata da Olzhas Suleymenov, ovviamente anche lui originario della Media Orda. La numerosa minoranza russa – in una fase in cui i discorsi sulla «decolonizzazione» tendevano, specie nei partiti di opposizione, che rappresentano soprattutto la Piccola e in parte la Media Orda, a diventare più frequenti – ha ovviamente soprattutto bisogno di essere rassicurata sulla certezza dei propri diritti. E non a caso a presiedere il principale organo di garanzia, il consiglio costituzionale del Kazakistan, è dal 2005 un russo etnico, Igor Ivanovich Rogov, ovviamente cittadino kazako, ma un russo «coloniale», perché nato e cresciuto in un’altra «provincia dell’impero russo-sovietico», l’Azerbaijan, e quindi fortemente sensibile ai problemi della diaspora russa post sovietica. A partire dal 2007, il primo ministro è Karim Masimov, appartenente etnicamente alla minoranza uigura, che ha studiato in Cina ed è noto per essere molto sensibile ai problemi della minoranze dell’altro lato della frontiera.

Da molti osservatori superficiali [Belgiojoso 2010], infatti, anche lo spostamento della capitale in una zona molto lontana dal confine cinese e più vicina al confine con la Russia, è stato interpretato come la scelta di un alleato e di un’accentuazione del carattere europeo del paese, a scapito di quello asiatico. Ma tale spostamento ha più che un valore semplicemente simbolico.

Che si tratti di una scelta chiave, è sancito nella stessa geografia economica, perché Astana si trova al centro di quella importante area del Kazakistan che fa parte del bacino fluviale della Siberia Occidentale. E non è lontana – per le dimensioni kazake – dall’importantissimo centro industriale e minerario di Oskemen, uno dei gioielli dell’espansione russa e poi sovietica in Asia. Dal punto di vista della geografia fisica, il sito in cui sorge Astana si trova infatti nell’alto corso del fiume Esil, che i Russi chiamano Ishim, un fiume lungo 2.450 chilometri, che si getta nell’Irtysh, che a sua volta confluisce nell’Ob.

Nel 2004, dopo l’indipendenza del Kazakistan, il fiume Ishim è di nuovo stato reso parzialmente navigabile, rendendo così pienamente utilizzabile una delle opere di ingegneria idraulica più straordinarie mai costruite – la chiusa di Ust-Kamenogorsk -, un’opera che consente di superare un dislivello di ben 40 metri, il più grande del mondo. Dopo l’apertura, in Cina, del complesso delle Tre Gole la chiusa superiore delle cinque presenti in questa nuova opera estremamente audace e rischiosa è in teoria comparabile con quella di Ust-Kamenogorsk, ma questa è sempre in funzione, mentre l’utilizzo di quella delle Tre Gole è previsto solo in circostanze eccezionali.

Dal punto di vista dello sviluppo delle istituzioni politiche all’indomani dell’indipendenza, il Kazakistan è stato spesso criticato sia per il fatto che un solo uomo, Nazarbayev, è stato al timone del nuovo stato per tutto il ventennio successivo al 1991, sia perché nella società kazaka non si è sviluppata una dialettica tra partiti politici.

Incapace di andare al di là degli aspetti formali ed istituzionali della dialettica tra comunismo reale e democrazia di massa, l’opinione pubblica occidentale immaginava che, una volta caduto il monopolio del potere da parte della burocrazia di partito, i paesi ex sovietici passassero rapidamente non solo dal comunismo al liberalismo economico, ma anche dai regimi politico fondati sulla «verticalità» del potere alla competizione continua tra gruppi di potere e d’opinione. Un convincimento, questo, in parte alimentato dal celebre libro di Francis Fukuyama su «la fine della storia», che presentava il sistema anglo-americano in economia e in politica come una specie di sbocco finale dell’evoluzione delle società umane. Come è noto, le cose sono andate diversamente, tanto in Russia quanto negli altri stati indipendenti nati dalla dissoluzione dell’URSS. E – ancora più significativamente – anche in Cina, senza che questo le impedisse di diventare una potenza fortissimamente emergente, e che si candida al ruolo di egemone mondiale.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, il Kazakistan, sotto la pressione sia di forze politiche fortemente ideologizzate dominanti in Occidente, sia delle organizzazioni internazionali da esse controllate, si è dato costituzione ed istituzioni formali a carattere liberal-democratico. Ma allo stesso tempo, si sono manifestati fenomeni politici caratterizzati da comportamenti e da rapporti tra istituzioni, gruppi e persone che chiaramente hanno le loro radici storiche e psicologiche nel periodo in cui il paese era fortemente integrato nell’URSS e nella società tradizionale, solo in parte cancellata dalla modernizzazione di stile sovietico.

Gli aspetti autoritari del regime politico del Kazakistan post sovietico sono oggetto quotidiano della demagogia e dello scandalismo dei media e delle opinioni pubbliche da essi influenzate. Ma ad essi sfugge quasi completamente il fattore cruciale della società kazaka, quello degli equilibri tribali all’interno della popolazione; un fattore che ha avuto un ruolo importante nel ventennio successivo all’indipendenza. Esso è infatti riemerso in maniera assai vivace nel primo decennio, gli anni Novanta, in coincidenza con il collasso economico. Ciò era dovuto dapprima alla rottura dei legami con la Russia, con cui la parte più moderna, soprattutto industriale, del sistema produttivo kazako era profondamente integrato, e poi al collasso dell’economia sia della Russia che del Kazakistan stesso e degli altri esportatori di petrolio. In particolare, questo collasso è stato indotto dalla manovra saudita (ispirata dagli Stati Uniti) di gettare sul mercato quantitativi così immensi di petrolio da far crollare il prezzo molto al di sotto di quello che la Russia e gli altri produttori euroasiatici potevano permettersi.

In Kazakistan, la necessità di ridefinire gli equilibri tra Orde e clan ha determinato, tra costituzione materiale e costituzione formale, un rapporto interattivo che mostra l’emergere di partiti politici come strumenti per la legittimazione di comportamento politici informali, per la strutturazione della lotta tra fazioni di origine tribale e per il consolidamento di un regime fortemente incentrato su un leader dal prestigio indiscusso e indiscutibile, in cui l’autorità centrale ha un ruolo determinante. Le teorie politiche occidentali non permettono di spiegare questo processo. Il gioco politico kazako, infatti, funziona soprattutto secondo le norme implicite di un clanismo e di fazioni politiche a base regionalista. Si tratta di un mo- do di gestione della società e del potere che, per essere compreso, richiederebbe un’analisi delle istituzioni informali. Tutte o quasi le fazioni politiche kazake consistono in una rete di individui legati da legami di relazioni parentali reali o fittizie, che funzionano secondo norme e codici non scritti. Una realtà tanto più difficile da penetrare in quanto, lungi dall’essere una realtà statica, questa forma moderna di clanismo è il frutto di una trasformazione e di un adattamento alle costrizioni imposte dalla colonizzazione russa e sovietica, che ha continuato ad evolversi anche dopo il 1991 [Olcott 2006].

Il sistema delle Orde e delle tribù è stato, come abbiamo visto, sconvolto – ma non cancellato – nel periodo sovietico. Il fattore strettamente etnico e di clan si è molto affievolito, come conseguenza degli spostamenti della popolazione e della priorità data all’industrializzazione e a grandi schemi collettivistici di agricoltura irrigata, in particolare quello del cotone. Ed anche perché uno dei naturali obiettivi sociali della rivoluzione era quello di frantumare la società tradizionale tribale per farne un insieme di individui autonomi, a partire dai quali generare l’«homo sovieticus». Ma i fattori legati alle Orde, ai clan e – di conseguenza – all’appartenenza regionale tendono a riemergere nel quadro dell’economia post sovietica, in cui il ruolo trainante è tenuto dalle risorse del sottosuolo e dalle rendita che esse producono.

12. La questione della cultura nazionale

L’europeizzazione della società kazaka, dapprima con la colonizzazione russa, e poi con le profonde trasformazioni del periodo sovietico, ha inoltre lasciato in eredità al Kazakistan indipendente un problema che appare quasi inestricabile: quello della lingua e, in generale, della cultura nazionale. Una questione più di principio e di orgoglio che altro, di quelle che diventano importanti quando sono risolti i problemi veri di un popolo, quelli dell’economia e del benessere. E a questi, in Kazakistan, la ricchezza generata dal settore minerario, ha dato soddisfazione come mai era accaduto in passato.

La questione linguistica sta così diventando, in Kazakistan, una delle più delicate e più controverse. Mentre molti paesi che hanno subito il colonialismo, e che si trovano oggi ad avere una popolazione composita – come l’India, o le ex colonie africane delle potenze europee – sono riusciti ad utilizzare la lingua della potenza coloniale come fattore di unificazione, il Kazakistan non sembra essere in grado di farlo. Il russo, che è parlato da tutti, o quasi, è l’unico strumento linguistico che consente all’amministrazione di funzionare, ed è il mezzo di comunicazione tra le componenti russa, kazaka, coreana, eccetera. Ma la lingua ufficiale dello stato è il kazako, una lingua turanica parlata solo dal 40% degli abitanti del paese.

La decisione di dar soddisfazione ai gruppi nazionalisti, introducendo l’uso del kazako come lingua ufficiale del nuovo stato, ha presentato due problemi principali. Il primo è dovuto al fatto che, durante l’epoca sovietica, quando il russo era l’unica lingua veramente presa in considerazione e l’unica usata nel settore «moderno» dell’economia, il kazako non è riuscito a tenere il passo con la modernizzazione del paese e, non si presenta come uno strumento comunicativo adatto al ventunesimo secolo. E non è, poi, neanche utilizzabile nelle relazioni con i paesi vicini. Nonostante la comune origine turanica, esso è comprensibile in maniera solo approssimativa dai turchi e dai popoli dell’Asia Centrale, e per niente in Tagikistan, la cui lingua è di matrice persiana.

Il russo, invece, è una lingua molto importante in tutta l’eurasia, la cui conoscenza permette di comunicare con le altre quattordici repubbliche ex sovietiche, e con parte dell’Europa. E soprattutto, essendo la sola lingua veramente conosciuta da tutte le minoranze presenti nel paese, consentirebbe di portare avanti il progetto del presidente Nazarbayev, di fare del Kazakistan un crogiuolo multi-culturale. Un obiettivo per perseguire il quale egli ha promosso la creazione di un’assemblea dei popoli del Kazakistan (APK), i cui membri provengono da tutti i vari gruppi etnici. Nel 2009 è stato affidato all’assemblea il compito di mettere a punto una vera e propria «dottrina dell’unità nazionale», destinata a «consolidare la stabilità politica, l’unità e la concordia nazionale» tra tutti i kazakistani. Con questo termine ci si riferisce a coloro che giuridicamente hanno la cittadinanza del paese, da non confondersi con i kazaki «sociologici», di nazionalità e cultura kazaka, cioè con coloro che ancestralmente si riconoscono in una delle tre Orde.

L’esperimento non ha però avuto successo. Al contrario. Il documento elaborato da questa assemblea, nell’ottobre 2009, ha dimostrato la profondità e la complessità delle linee di divisione che attraversano la società di questa repubblica. Tali divisioni spiegano perché essa sia diventata indipendente di malavoglia, staccandosi dal suo grande referente europeo, la Russia, solo come conseguenza delle rivalità e dell’incapacità del gruppo dirigente sovietico.

I leader dei principali movimenti nazionalisti kazaki – come Dos Kushim dell’Ult Tagdyry (Destino della Nazione) e Mukhtar Shakhanov di Memlekettik Til (Lingua di Stato) – si sono pronunciati in maniera assai vivace contro le proposte avanzate nel documento, interpretandole come un attacco all’identità etnica, alla lingua e alla cultura kazaka, minacciando di lasciarsi morire di fame, come affettivamente fatto da alcuni celebri nazionalisti irlandesi, se tali proposte fossero state adottate.

Sulla stessa linea si sono schierati i partiti di opposizione, come OSDP Azat e Ak Zhol, che alla stampa occidentale appaiono come partiti politici, ma sono in realtà a base tribale. Queste formazioni, insieme ai gruppi nazionalisti, hanno presentato nel mese di gennaio 2010 una «dottrina» radicalmente alternativa. Il principale assunto del nuovo documento da essi elaborato è che i kazaki etnici dovrebbero essere riconosciuti come gruppo di base di uno «stato nazionale» da chiamare Repubblica kazaka, facendo riferimento ad un’etnia turco-mongola, (e non più Repubblica del Kazakistan, il cui nome indica invece un territorio su cui convivono molte etnie europee ed asiatiche). Gli altri gruppi – quelli non kazaki – non avrebbero che da accettare uno status minoritario rispetto a coloro che possono vantare la titolarità culturale della nazionalità, e quindi il pieno diritto legale alla cittadinanza.

Con il diffondersi della tesi secondo la quale il Kazakistan è una terra etnicamente kazaka, la discussione sull’unità e la natura del paese ha così raggiunto un punto delicato e dolente. E le polemiche che ne sono seguite hanno rapidamente messo in luce tensioni latenti ed assai imbarazzanti per la politica promossa da Nazarbayev, tendente a fare del Kazakistan un modello di armonia etnica.

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THE RISE OF ASIA 2021 – CALL FOR PAPERS