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Indonesia 2014: Joko Widodo e la sfida all’élite del “new order”

  1. Premessa

In un’era di crescenti tensioni geopolitiche a livello internazionale, nel 2014 l’Indonesia affrontava un vasto processo elettorale che, non senza ostacoli, si concludeva in aprile con l’elezione democratica del nuovo presidente della repubblica, Joko Widodo (Jokowi). Per la prima volta, dalla fine del regime di Suharto, acquisiva la carica più importante dello stato una persona le cui origini erano estranee all’élite politica ereditata dal regime. Per questo motivo, l’elezione di Joko Widodo rappresentava sia un cambiamento radicale nella politica indonesiana post Suharto[1] e sia il consolidamento delle forme di rappresentanza democratica. Il presente capitolo è pertanto focalizzato sull’analisi della campagna elettorale e delle dinamiche che hanno portato alla vittoria di Jokowi. Alla trattazione di questi temi farà seguito l’analisi delle conseguenze politiche ed economiche delle elezioni.

  1. Le elezioni legislative del 2014

Il 2014 si apriva con la preparazione del quarto appuntamento elettorale dell’Indonesia democratica dalla caduta del regime di Suharto. Il 6 aprile erano previste le elezioni legislative e, dopo, tre mesi, a luglio, le elezioni presidenziali.

Nei quindici anni di democratizzazione, due caratteristiche avevano accompagnato l’evoluzione politica indonesiana: l’assenza di dibattito ideologico tra i partiti e l’estrema personalizzazione della politica. Questi due fenomeni, alimentati dai mezzi di comunicazione di massa, che esaltavano le caratteristiche personali dei candidati, avevano contribuito a porre l’elezione legislativa in secondo piano rispetto all’elezione presidenziale. Di conseguenza, la campagna elettorale del 2014 si è incentrata sulle elezioni presidenziali e sulla personalità dei candidati, mentre poca attenzione veniva data ai partiti che avrebbero concorso nell’elezione legislativa.

Il 6 aprile, circa 185 milioni di indonesiani sono stati chiamati alle urne per votare i nuovi 692 rappresentanti nel parlamento nazionale, il Majelis Permusyawaratan Rakyat (MPR). L’MPR, infatti, è composto da 560 membri della Dewan Perwakilan Rakyat (DPR), la camera dei rappresentanti del popolo, e da 132 membri della Dewan Perwakilan Daerah (DPD), la camera dei rappresentanti regionali. Oltre ai rappresentanti del governo centrale, lo stesso giorno, l’elettorato indonesiano è stato chiamato a scegliere i propri rappresentanti a livello locale. In totale dovevano essere eletti 2.112 rappresentanti delle assemblee provinciali, le Dewan Perwakilan Rakyat Daerah-I (DPRD-I), e 16.895 rappresentanti delle assemblee legislative distrettuali, le Dewan Perwakilan Rakyat Daerah-II (DPRD-II).

La legge elettorale indonesiana applicata a partire dal 2004 favorisce il mantenimento del potere da parte dell’élite politica esistente e rende difficile l’ingresso di nuove forze politiche attraverso due meccanismi. Il primo prevede che solo i partiti che ottengono almeno il 3,5% dei voti possano avere seggi nell’MPR. Questa soglia era stata incrementata dal 2,5% al 3,5% con un emendamento approvato nel 2012[2]. Il secondo meccanismo, invece, limitava la possibilità che i partiti minori potessero presentare autonomamente un candidato alla presidenza della repubblica. Infatti, tra i partiti presenti nel MPR, solo quelli che avevano ottenuto almeno il 20% dei seggi della DPR e/o il 25% dei voti totali potevano presentare un candidato per l’elezione presidenziale. Questo secondo vincolo, anche se implicitamente, limitava a due o al massimo a tre il numero di potenziali candidati alla carica di presidente. Anche considerando la possibilità dei partiti politici di raggrupparsi in coalizioni per raggiungere il quorum per la presentazione di un candidato, erano comunque i maggiori partiti all’interno di ciascuna coalizione quelli in grado di determinare la scelta del candidato. Non a caso, gli unici tre grandi partiti in grado di ambire al raggiungimento della soglia necessaria a designare un candidato alla presidenza rappresentavano le tre grandi famiglie che dominavano la scena politica indonesiana nell’era democratica[3]. Questi erano il PD (Partai Demokrat) dell’uscente presidente Susilo Bambang Yudhoyono, il PDI-P (Partai Demokrasi Indonesia Perjuangan) della ex presidentessa Megawati e il Golkar guidato dalla famiglia Bakrie, il partito dei gruppi funzionali fondato nel 1964 in opposizione al Partai Komunis Indonesia (PKI), vero veicolo elettorale del regime di Suharto.

Il 9 aprile 2014, 139,5 milioni di elettori, rappresnentanti l’82,9% dell’elettorato, si recavano alle urne in tutto l’arcipelago indonesiano[4]. Le votazioni si svolgevano nel rispetto dei regolamenti e, esattamente un mese dopo, il 9 maggio, la Komisi Pemilihan Umum (KPU), la commissione generale delle elezioni, rendeva noti i risultati ufficiali[5]. Dei 12 partiti che avevano partecipato alle elezioni, due non avevano raggiunto il quorum per l’accesso al parlamento, mentre nessuno aveva ottenuto il quorum per presentare, in autonomia, un candidato alle elezioni presidenziali del 7 luglio. Il PDI-P di Megawati conquistava una debole maggioranza (18,95%) al di sotto dei pronostici[6]. La scelta di voler presentare Joko Widodo come candidato del partito alle presidenziali era stata confermata troppo tardi per sortire un risultato decisivo sul voto.

Il Golkar dimostrava di essere ancora la seconda forza politica, conquistando il 14,75% dei voti[7]. Si trattava dell’evidente dimostrazione della persistenza delle forze conservatrici legate al «New Order» di Suharto. [8]

Altre forze conservatrici, legate all’apparato militare, erano quelle che avevano fatto guadagnare voti al Partai Gerakan Indonesia Raya (Gerindra) dell’ex comandante delle forze speciali Kopassus, Prabowo Subianto. Il partito di Prabowo, infatti, otteneva l’11,81% dei voti, un risultato quasi tre volte maggiore rispetto alle precedenti elezioni del 2009, che lo portava al terzo posto tra i partiti più votati nel 2014. Questo risultato dimostrava il sostegno alla candidatura di Prabowo da parte dei partiti che volevano bloccare il processo democratico e che intendevano restaurare un regime militare.

L’evidente impopolarità nella quale era sprofondata la figura di Yudhoyono provocava invece la secca sconfitta del PD, che riceveva appena il 10,19% dei voti, meno della metà del risultato ottenuto nel 2009 (quando aveva ottenuto il 20,85% dei voti). Anche due nuovi partiti nati dalla scissione del GolkarHanura e Partai NasDem riuscivano ad ottenere seggi in parlamento. Infine quattro partiti islamici – il Partai Keadilan Sejahtera (PKS), e i più piccoli Partai Amanat Nasional (PAN), Partai Kebangkitan Bangsa (PKB) e Partai Persatuan Pembangunan (PPP) -, pur conquistando una rappresentanza in parlamento ottenevano consensi minori che nel 2009.[9]

Risultati delle elezioni legislative del 2014 e del 2009

Partiti Percentuale del voto popolare nel 2014 Seggi nel 2014
PDI-P 18,95% 109
Golkar 14,75% 91
Gerindra 11,81% 73
PD 10,19% 61
PAN 7,59% 49
PKB 9,04% 47
PKS 6,79% 40
PPP 6,53% 39
Partai Nasdem 6,72% 35
Hanura 5,26% 16
Partai Bulan Bintang, PBB 1,46% 0
Partai Keadilan dan Persatuan Indonesia, PKPI 0,91% 0
TOTALE 75,11% 560

Fonti: Keputusan Komisi Pemilihan Umum, Nomor: 411/Kpts/Kpu/Tahun 2014, Tentang; Keputusan Komisi Pemilihan Umum, Nomor: 412/Kpts/Kpu/Tahun 2014, Tentang; http://www.kpu.go.id/

  1. Elezioni Presidenziali: l’inizio di una nuova era?

Come già accennato, il sistema elettorale indonesiano prevedeva che solo i partiti o le coalizioni che avessero ottenuto almeno il 25% del totale dei voti o il 20% dei seggi in parlamento potessero presentare un candidato per l’elezione presidenziale. Dal momento che, dopo le elezioni del 6 aprile, nessun singolo partito rispondeva ai requisiti richiesti per presentare un candidato alle presidenziali, all’indomani dell’ufficializzazione dei risultati delle legislative, le forze politiche si sono mosse per formare delle coalizioni.

Le forze conservatrici puntavano sull’ex comandante Prabowo Subianto, che, dopo aver ottenuto l’appoggio del Golkar e dei partiti islamici PAN, PKS e PPP, riusciva a portare dalla sua parte anche il PD. Ultimo a schierarsi, il partito del presidente uscente, Yudhoyono dichiarava solo a giugno di condividere l’agenda politica di Prabowo e, di conseguenza, ufficializzava la candidatura della coppia Prabowo Subianto – Hatta Rajasa per la presidenza e la vice presidenza della repubblica[10].

Tra le forze progressiste, il PDI-P di Megawati ufficializzava, soltanto poco prima delle elezioni legislative, la sua scelta per Joko Widodo.[11] Questo ritardo smorzava l’effetto «volano» sui voti che la nomina di Jokowi avrebbe probabilmente potuto avere.[12] In ogni caso, il PDI-P, osteggiato dalle forze conservatrici, trovava l’alleanza con i nuovi partiti nati dalla scissione del GolkarPartai NasDem e Hanura, oltre che del partito tradizionalista islamico PKB. Per la prima volta dopo le votazioni del 2004 e del 2009, quindi, lo schieramento politico si polarizzava solo su due candidati. Da un lato Jokowi, persona ritenuta incorruttibile e vicina al popolo, dall’altra Prabowo, figlio dell’oligarchia al potere durante l’era di Suharto, personaggio poco attento al rispetto dei diritti umani, nazionalista e legato a doppia mandata all’esercito.

Prabowo, sostenuto dalle forze conservatrici, riusciva a formare una coalizione fra partiti che avevano raccolto la maggioranza del voto popolare (59,12%). Questa coalizione prendeva il nome di Koalisi Merah Putih, coalizione rosso-bianca, dai colori della bandiera indonesiana. La speranza del candidato conservatore era quella che la maggioranza del voto popolare andata ai partiti che lo candidavano si traducesse in una maggioranza del voto popolare per la propria candidatura, nonostante la popolarità di Jokowi. La campagna elettorale di Prabowo, oltre ad esaltare le sue qualità di leader e a mettere in evidenza la componente islamica della sua coalizione, era mirata a minare la popolarità di Jokowi. Nonostante ciò e nonostante una campagna elettorale del PDI-P molto meno strutturata di quella degli avversari, la popolarità del giovane riformatore Jokowi è riuscita ad attrarre voti anche tra gli elettori dei partiti della coalizione che sosteneva Prabowo. Il 22 luglio 2014 la KPU annunciava la vittoria della coppia Joko Widodo e Jusuf Kalla con oltre il 53% dei voti contro il 46,8% della coppia Prabowo Subianto e Hatta Rajasa[13]. L’annuncio ufficiale non fermava però Prabowo, che iniziava una campagna di disinformazione, affermando che gli esiti delle votazioni erano state falsati da pesanti brogli elettorali, cosa che rendeva la vittoria di Jokowi del tutto illegittima.[14] Nonostante l’accanimento dalla campagna diffamatoria del candidato sconfitto, la corte costituzionale indonesiana vi poneva termine in modo decisivo, confermando con una votazione unanime la legittimità della vittoria di Joko Widodo[15]

Il 20 ottobre 2014 Joko Widodo assumeva infine la carica di presidente della repubblica. La sua vittoria rappresentava un netto segnale di cambiamento nella politica indonesiana. L’elettorato, stanco di essere rappresentato dai soliti nomi, aveva dimostrato di preferire una persona nuova, che, come Joko Widodo, non avesse legami né con il passato regime, né con l’esercito. La sua vittoria, inoltre, dimostrava il consolidamento di due processi politici: il primo era il carattere fortemente personale della politica indonesiana, ovvero il legame fortissimo tra l’elettorato e i personaggi politici, indipendentemente dal partito di appartenenza;[16] il secondo dimostrava la lungimiranza di una parte dell’élite politica che aveva visto nella popolarità di Jokowi l’elemento vincente per le elezioni del 2014.

Joko Widodo doveva la sua popolarità innanzi tutto alle umili origini della sua famiglia. Figlio di un venditore di legno nella città di Solo, in Giava centrale, era poi riuscito ad entrare in politica con il PDI-P, fino ad essere eletto, nel 2005, sindaco di Solo[17]. Da allora la sua popolarità era cresciuta grazie alle politiche riformiste da lui attuate nella propria città. Il sostegno ai poveri ed alle piccole imprese gli aveva dato un enorme consenso popolare che gli aveva permesso di vincere il secondo mandato di sindaco di Solo con oltre il 90% dei voti[18]. Compreso il carisma di Jokowi, il PDI-P lo aveva presentato come candidato alle elezioni governative di Giacarta, dove la sua fama si era già diffusa. Governatore della capitale dal 2012, Jokowi aveva continuato a portare avanti la sua politica a favore dei poveri. Questo particolare atteggiamento, unito alle sue origini popolari, l’aveva reso tanto famoso a livello nazionale da renderlo, appunto, un ottimo candidato per le elezioni presidenziali.

Tuttavia, la presidenza di Jokowi si avviava con evidenti debolezze, prima fra tutte, la minoranza parlamentare della coalizione che lo appoggiava. La coalizione avversa, capeggiata da Prabowo, deteneva infatti il 63% dei seggi, ciò che la metteva in condizione di bloccare il programma politico di Jokowi. Dal canto suo, Jokowi, nella sua condizione di “presidente di opposizione”, non poteva neppure bloccare coi soli parlamentari della sua coalizione il programma politico della coalizione rosso-bianca. In passato, in seguito alle elezioni del 2004, una simile situazione si era risolta col pragmatico passaggio del Golkar alla coalizione di Yudhoyono, permettendo così alla coalizione del PD di poter governare stabilmente il paese. Nel 2014, tuttavia, la coalizione rosso-bianca non dava segnali di voler aiutare Jokowi. Al contrario, le forze conservatrici sfruttavano la maggioranza parlamentare per varare in tutta fretta alcune riforme a garanzia del mantenimento dello status quo. Nel settembre 2014, per esempio, la maggioranza riusciva a far passare una legge per l’abolizione dell’elezione diretta dei rappresentanti amministrativia livello locale.[19] Con questa riforma la coalizione di Subianto toglieva alla popolazione il potere di eleggere direttamente i propri rappresentanti locali restituendo tale potere alle legislature regionali come avveniva prima del 2005. Dal 2005 infatti, il cosiddetto Pilkada system consentiva che i rappresentanti amministrativi a livello locale venissero eletti direttamente dall’elettorato. Era proprio questo sistema che aveva permesso a Jokowi di percorrere una carriera politica che lo aveva portato dal municipio di Solo alla presidenza della Repubblica. Se da una parte il Pilkada system comportava maggiori costi ed una proliferazione delle autorità locali, dall’altra aveva portato notevoli benefici alla democratizzazione del sistema politico a livello locale, costringendo i candidati a rivolgersi all’elettorato locale.[20]

Oltre a dover fare i conti con la maggioranza della coalizione rosso-bianca, Jokowi doveva anche difendersi dalle influenze conservatrici provenienti dalla sua stessa coalizione, a partire dal PDI-P, il suo maggiore supporto politico. La nomina dei ministri, per esempio, avveniva con indubbie tensioni tra Jokowi e la coppia Megawati – Jusuf Kalla.[21] La figlia di Megawati, Puan Maharani, infatti, veniva nominata ministro della Cultura e dello Sviluppo umano,[22] pur avendo accettato a fatica la scelta di Jokowi come candidato del PDI-P per la presidenza. L’ambiziosa figlia di Megawati, infatti, considerava il partito una proprietà della famiglia.

Oltre al PDI-P, altre forze all’interno della coalizione di Jokowi avevano forti legami con l’élite politica del regime e non vedevano di buon occhio i programmi riformisti del neo presidente. I fondatori dei partiti Hanura e NasDem, infatti – rispettivamente l’ex comandante delle forze armate Wiranto e Surya Paloh -, facevano parte dell’élite politica del regime di Suharto.[23] Inoltre, per compensare la campagna di Prabowo, che lo dipingeva come cristiano, Jokowi aveva stretto alleanza col PKB, in modo da ottenere i voti dell’elettorato musulmano. Vale la pena ricordare che il PKB era un partito islamico tradizionalista che, nelle precedenti legislature, aveva partecipato alle coalizioni conservatrici.

Infine, Jokowi aveva coinvolto sia nella sua squadra di consiglieri nel periodo di transizione,[24] sia nel suo governo, alte figure della gerarchia militare che incarnavano l’eredità del regime. Abdullah Mahmud Hendropriyono, ex comandante dei servizi segreti, veniva incluso nella squadra di transizione nell’agosto 2014, mentre l’ex gerarca militare Ryamizard Ryacudu veniva nominato ministro della Difesa. Queste scelte sollevavano preoccupazioni in certi ambienti della società civile. Harris Azhar, direttore esecutivo della Komisi untuk Orang Hilang dan Korban Tindak Kekerasan (Kontras), Commissione per le persone scomparse e le vittime di violenza, una delle ONG più importanti dell’Indonesia, metteva in guardia Jokowi, richiamandolo alla necessità di mantenere il proprio profilo di riformista incorruttibile, al fine di non perdere l’unico vero alleato che aveva: l’elettorato indonesiano.[25]

  1. La sfida economica del nuovo presidente

Il nuovo presidente entrava in carica dopo un lungo stallo nelle scelte di politica economica da parte del suo predecessore, Yudhoyono. L’ex presidente, infatti, nonostante che nelle sue due campagne elettorali avesse promesso programmi di riforme per snellire la struttura economica e farla decollare, non aveva fatto nulla durante l’ultimo mandato per sviluppare una strategia di crescita.

L’instaurazione del nuovo governo, il 20 ottobre 2014, portava così una ventata positiva nell’economia indonesiana. Nonostante che, dopo la crisi del 1998, si sia registrata una progressiva crescita del prodotto interno lordo (PIL), la mancanza di riforme del secondo mandato del governo di Yudhoyono aveva portato ad un graduale rallentamento dell’espansione economica. Le previsioni di crescita del PIL per il 2014 venivano ulteriormente riviste verso il basso, dal 5,2% al 5,1%, a fine anno .[26] Questo ribasso era particolarmente significativo, se comparato ai tassi di crescita registrati gli anni precedenti: +6,5% nel 2011; +6,3% nel 2012; +5,8% nel 2013.[27]

L’assenza di riforme strutturali durante il governo di Yudhoyono era però stata compensata principalmente da due fattori che avevano mantenuto, per inerzia, un buon tasso di crescita del PIL. Questi erano, da un lato, le dimensioni del mercato interno, con oltre 252 milioni di abitanti, capace di garantire una costante domanda di beni di consumo; dall’altro, un costo molto competitivo della forza lavoro rispetto alla media dei paesi dell’area del Sud-est asiatico. Quest’ultimo fattore aveva favorito un notevole flusso di investimenti esteri diretti nel paese.[28]

Con l’obiettivo di aiutare gli strati poveri e la classe media, stimolando di conseguenza la crescita del mercato interno, il governo Yudhoyono aveva mantenuto una politica di sussidio sui carburanti. La politica di sussidio ai carburanti era iniziata in Indonesia a seguito della prima crisi petrolifera degli anni Settanta. Con questa politica il governo aveva fissato e mantenuto il prezzo dei carburanti ad un livello molto più basso del prezzo di mercato. Una quota del bilancio statale veniva quindi spesa per coprire la differenza tra il prezzo amministrativo e quello di mercato. Nel 2012 il prezzo di mercato della benzina era in media di 1,01 dollari al litro, mentre quello amministrativo era di circa 0,47 dollari per litro.[29] In totale la spesa per il sussidio dei carburanti, solo nel 2012, ammontava a circa 21 miliardi di dollari, ovvero il 21% del bilancio del governo centrale indonesiano.[30] Nel corso degli anni, il rapido sviluppo del mercato interno e il conseguente aumento della domanda di carburante aveva portato ad un incremento insostenibile della spesa pubblica. Sul lungo termine, la politica del sussidio ai carburanti, unita all’assenza di riforme in grado di reperire fondi per le opere infrastrutturali necessarie al paese per trasformarsi da un’economia di esportazione di risorse naturali ad un’economia di esportazione di prodotti lavorati, aveva portato a effetti negativi.

Di conseguenza, il 18 novembre 2014, Jokowi annunciava il taglio dei sussidi ai carburanti. Nei giorni successivi i prezzi della benzina e del gasolio aumentavano di oltre il 30%,[31] con un aumento di 2.000 rupie, pari a 0,16 dollari al litro.[32] Il taglio nei sussidi del carburante non era una sorpresa, in quanto parte integrante dell’agenda di politica economica di Jokowi.[33]Nonostante ciò, la popolazione reagiva con proteste e scioperi, mentre i mercati finanziari davano invece segnali positivi. In effetti, secondo stime ufficiali, il taglio ai sussidi avrebbe comportato, nel solo 2015, un risparmio di circa 120 mila miliardi di rupie (US$ 9,8 miliardi), che sarebbero stati reinvestiti nei settori produttivi.

Sulla base delle manovre decise dal nuovo governo, nel dicembre 2014 la Banca Mondiale rivedeva verso l’alto le sue stime sull’andamento macroeconomico dell’Indonesia, dal 5.1% nel 2014 al 5,6% nel 2015.[34]

  1. I movimenti radicali islamici nella nuova Indonesia di Jokowi.

Nonostante che, dopo il 2002, non ci fossero più stati attentati terroristici di matrice islamica, il fondamentalismo islamico non era del tutto scomparso dall’arcipelago. Esistevano, infatti, ancora gruppi paramilitari che potevano vantare consensi e complicità nei livelli più alti delle istituzioni governative e che, grazie a queste complicità, potevano attaccare impunemente, in nome della legge islamica, i gruppi religiosi minoritari, come i cristiani e gli Ahmadiyya.[35] Nell’anno sotto esame, mentre le tensioni provocate dall’estremismo islamico tornavano a farsi sentire a livello globale, il nuovo governo indonesiano si trovava a fronteggiare le violenze, giustificate nel nome della ferrea applicazione della shari‘a, da parte di uno dei più noti gruppi radicali islamici del paese, formatosi durante la caduta del regime nel 1998, il Front Pembela Islam (FPI, “Fronte di difesa dell’islàm”).[36]

L’FPI si era costituito inizialmente a Giacarta e nella parte occidentale dell’isola di Giava, per poi diffondersi nel corso degli anni, affiancando, accorpando o sostituendosi a gruppi radicali islamici esistenti nelle varie regioni dell’arcipelago indonesiano. Strutturato come forza paramilitare, l’FPI, agendo in nome del rispetto della shari‘a, da un lato faceva oggetto di veri e propri attentati terroristici i membri delle minoranze religiose e, dall’altro, intimidiva con azioni violente anche la maggioranza musulmana. Durante le ore del giorno, nel mese del ramadan, anche i venditori di strada di cibo e di bevande erano diventati un bersaglio dell’FPI.[37] Nonostante che queste azioni fossero contro la legge e in fondamentale contrasto con quella libertà di espressione religiosa che era uno dei pilastri della Pancasila (la fondazione filosofica ufficiale dello stato indonesiano), né le due maggiori organizzazioni musulmane dell’Indonesia, la Nahdlatul Ulama (NU) e la Muhammadiyah, né la polizia e l’esercito, né, tanto meno, il governo avevano mai preso posizione contro l’operato dell’FPI. Tale silenzio non poteva che dimostrare il tacito assenso sia delle istituzioni musulmane sia di quelle pubbliche per l’operato dell’FPI. Se da una parte la NU non accompagnava le violenze di strada dei membri dell’FPI, dall’altra i suoi vertici non ne criticavano le violenze. Questo confermava anche le tesi basate su documenti pubblicati da WikiLeaks, dai quali si evinceva l’appoggio istituzionale della polizia agli atti di violenza dei paramilitari del FPI.[38] Nonostante che fosse risaputo che l’FPI si autofinanziava con atti di estorsione ai danni di nightclub e dei bar di Giacarta, questa non era di certo l’unica fonte di finanziamento dell’organizzazione.[39]Ancora una volta, dunque, come all’epoca dei massacri dei membri del partito comunista indonesiano tra il 1965 e il 1966, le forze islamiche radicali venivano usate come mano d’opera da parte delle forze militari e di polizia con l’appoggio o il mandato dell’élite politica conservatrice indonesiana.

Il fatto che l’FPI si fosse particolarmente sviluppato e diffuso a partire dal 2004 dimostrava il tacito consenso della presidenza Yudhoyono all’operato di tale organizzazione. L’ex presidente, infatti, spinto dal timore di perdere l’appoggio dell’elettorato musulmano, aveva evitato di condannare o di dichiarare fuori legge l’organizzazione. In questa situazione, l’influenza dell’FPI si era dimostrata particolarmente forte perfino nella capitale, come dimostrato dal fatto che, nel maggio 2012, tale organizzazione era riuscita a vietare lo svolgimento di un concerto della cantante pop statunitense Lady Gaga a Giacarta.[40] Il fatto aveva avuto una notevole risonanza nei media di tutto il mondo ed era stato giustificato dalla polizia indonesiana in base alla necessità di «preservare la cultura della nazione», come dichiarato dall’ispettore capo della polizia di Giacarta, il Generale Untung S. Rajab.[41]

Una possibile svolta per quanto riguarda la capacità di intimidazione dell’FPI è stata rappresentata dall’elezione di Basuki Tjahaja Purnama, il 14 novembre 2014, come nuovo governatore di Giacarta, succeduto a Joko Widodo. Il neo governatore, nato in una famiglia di origini cinesi di fede cristiana, veniva subito criticato da parte dell’FPI per il fatto di non essere musulmano. In risposta, Ahok, come veniva soprannominato il neo governatore, dichiarava la necessità di porre fine all’esistenza di tale organizzazione, chiedendone lo scioglimento al governo centrale.[42]

Con l’acuirsi del pericolo di attentati a sfondo religioso, il nuovo governo doveva dunque prendere una posizione chiara sull’annosa questione della libertà di religione, un pilastro che – come si è già accennato – è, da sempre, alla base dell’ideologia della pancasila, sulla quale si fonda l’idea di nazione indonesiana. In questo contesto bisogna anche sottolineare che, come rivelato dalla Badan Nasional Penanggulangan Terorisme (BNPT), l’agenzia nazionale indonesiana del contro terrorismo, negli ultimi mesi del 2014 veniva registrato un allarmante aumento nel supporto all’IS, il sedicente stato islamico capeggiato dall’autonominato califfo al-Baghdadi, con un forte aumento di cittadini indonesiani imbarcatisi per raggiungere la Siria o l’Iraq.[43]

Sebbene Jokowi avesse portato una ventata positiva nel processo di rafforzamento delle istituzioni democratiche, tuttavia la maggioranza delle strutture del governo centrale era rimasta nelle mani dei poteri conservatori, legati ai militari ed alle forze di polizia. Anche sul tema del radicalismo islamico la lotta doveva essere giocata tra Jokowi, il nuovo presidente riformatore, popolare e democratico, e la nuova maggioranza conservatrice del parlamento indonesiano.

L’anno si concludeva con il nuovo governo in carica da appena due mesi, un lasso di tempo troppo breve perché fosse possibile esprimere un giudizio sulla capacità o meno di Jokowi di rompere le resistenze del vecchio regime. Solo il futuro avrebbe potuto rivelare la capacità d’incidenza del nuovo presidente sui temi caldi della politica economica, della politica estera, dei diritti umani, della libertà di stampa e del trattamento delle minoranze etnico-religiose. In questa prospettiva, particolarmente importante rimaneva la questione dello status delle province periferiche del Papua Occidentale, a cui i governi indonesiani dell’era democratica avevano negato libertà civili.

2014 was election year in Indonesia, the world’s largest Muslim country and the most populated in South East Asia. More than 250 million people were called to vote for more than 235.000 candidates in the national, regional and local elections across the archipelago. The 2014 elections were the fourth since Suharto’s fall in 1999, a period of democratic transition which, however, has hitherto been dominated by political forces strictly linked with Suharto’s old “new order” regime. In 2014, however, for the very first time, the front runner for the presidential elections, Joko Widodo, was a politician without any personal connections with the Suharto era. The ensuing electoral campaign was dominated by the presidential election, seen both as the most important among the many electoral races and a decisive contest between the old Suharto-related political élites and the representatives of a completely new pro-democratic political front.

After a long and harshly contested electoral campaign, the pro-democratic forces won the presidential election thanks to Joko Widodo’s popularity. Nevertheless the conservative forces, headed by former army general Prabowo Subianto, conquered a parliamentary majority, potentially able to halt the reformist presidential agenda. While Widodo’s victory represents a break with Suharto’s “new order” legacy, the fact remains that the conservative political forces seemed to have become stronger than during the mandates of Widodo’s predecessor and, accordingly, fully ready to face Widodo’s challenge. Hence, Indonesia’s political future cannot but be the result of a harshly contested political struggle which, at the end of the year under review, appeared to be in the offing.

 

[1] David Adam Scott, Indonesia’s Elections of 2014: Democratic Consolidation or Reversal?, in ‘The Asia-Pacific Journal’, Vol. 12, Issue 10, No. 2, 10 marzo 2014. [2] Marco Vallino, Indonesia 2013: rallentamento economico e tensioni politiche, in ‘Asia Maior’ 2013, p. 268.

[3] Derwin Pereira, Indonesia’s narrow road of dynastic politics, in ‘The Straits Times’, 12 aprile 2013.

[4] International Institute for Democracy and Electoral Assistance (International IDEA) (http://www.idea.int).

[5] Deytri Robekka Aritonang, PDI-P Pemenang Pemilu Legislatif 2014, in ‘Kompas’, 10 maggio 2014.

[6] Joe Cochrane, Early Count in Indonesia Favors Largest Opposition Party, in ‘The New York Times’, 9 aprile 2014.

[7] Ibid.

[8] «New Order» è la traduzione dal Bahasa Indonesia, la lingua ufficiale indonesiana, di «Orde Baru». Questa definizione era stata coniato da Suharto per indicare la distinzione tra il sistema politico da lui creato e quello del suo predecessore Sukarno, che veniva indicato appunto come «Orde Lama», ovvero «Vecchio Ordine».

[9] Ibid.

[10] Syarief Hasan, Indonesia ruling Democrat Party supports Prabowo-Hatta pair, in ‘Antara news’, 30 giugno 2014.

[11] Yohanes Sulaiman, No thanks to PDI-P: Jokowi wins despite poor campaign, in ‘The conversation’, 11 luglio 2014.

[12] Ibid.

[13] Official, final tally: Jokowi 53.15%, Prabowo 46.85%, in ‘The Jakarta Post’, 22 luglio 2014.

[14] Michael Bachelard, Prabowo Subianto ‘withdraws’ from Indonesian presidential election on day vote was to be declared, in ‘The Sydney Morning Herald’, 22 luglio 2014. Andreas Ufen, Jokowi’s Victory: The End of the New Order in Indonesia?, in ‘Bertelsmann Stiftung’, Asia policy Brief 2014/05, Agosto 2014, pp. 5-6.

[15] Gayatry Suroyo, Fransiska Nangoy, Indonesia court upholds Widodo’s presidential victory, in ‘Reuters’, 21 agosto 2014.

[16] Yoes C.Kenawas e Fitriani, Indonesia’s next parliament: celebrities, incumbents and dynastic members?, in ‘East Asia Forum’, 31 maggio 2013.

[17] Profile: Joko Widodo, in ‘BBC News’, 22 luglio 2014.

[18] Ibid. [19] Jonathan Chen e Adhi Priamarizki, Why abolishing direct local elections undermines Indonesia’s democracy, in ‘East Asia Forum’, 9 ottobre 2014.

[20] Ibid.

[21] Togi Pangaribuan, Welcoming Jokowi’s Working Cabinet, in ‘The Jakarta Post’, 31 ottobre 2014.

[22] Wahayudi Kumorotomo, Indonesia’s cabinet line-up: not all the president’s men, in ‘The Conversation’, 20 ottobre 2014.

[23] Ufen, Jokowi’s Victory: The End of the New Order in Indonesia?, cit.

[24] Il periodo di transizione si riferisce al lasso di tempo che intercorre tra le votazioni presidenziali e la formazione del nuovo governo: luglio-ottobre 2014.

[25] Hendropriyono’s appointment raises eyebrows, in ‘The Jakarta Post’, 10 agosto 2014. [26] The World Bank, Delivering Change, in ‘Indonesia Economic Quarterly’, dicembre 2014.

[27] The World Bank, East Asia and Pacific. Global Economic Prospects, January 2015 (http://www.worldbank.org/en/publication/global-economic-prospects/regional-outlooks/eap).

[28] Marco Vallino, Indonesia: la democrazia della Pancasila verso le elezioni del 2014, in ‘Asia Maior 2012’, pp. 321-324.

[29] Ndiame Diop, Why Is Reducing Energy Subsidies a Prudent, Fair, and Transformative Policy for Indonesia?, in ‘Poverty Reduction and Economic Management Network’, The World Bank, n. 136, March 2014.

[30] Ibid. [31] Michael Taylor e Kanupriya Kapoor, Indonesia hikes fuel prices, saving government $8 billion next year, in ‘Reuters’, 17 novembre 2014.

[32] Fuel’s errand, in ‘The Economist’, 22 novembre 2014.

[33] Dion Bisana, Muhammad Al Azhari, Jokowi Eyes Infrastructure Focus With Fuel Subsidy Cut, in ‘The Jakarta Globe’, 27 febbraio 2014.

[34] The World Bank, Delivering Change, in ‘Indonesia Economic Quarterly’, dicembre 2014 (http://www.worldbank.org/en/news/feature/2014/12/08/indonesia-economic-quarterly-december-2014).

[35] Scott, Indonesia’s Elections of 2014: Democratic Consolidation or Reversal? cit., pp. 5-6.

[36] Ibid., p. 6.

[37] Henky Widjaja, Convenient thugs, in ‘Inside Indonesia’, 109, luglio-settembre 2012.

[38] Bagus BT Saragih, WikiLeaks: National Police funded FPI hard-liners, in ‘The Jakarta Post’, 5 settembre 2011.

[39] Scott, Indonesia’s Elections of 2014: Democratic Consolidation or Reversal? cit., p. 6.

[40] Ali Kotarumalos, Indonesia bans Lady Gaga concert over fears she’ll corrupt kids, in ‘The Independent’, 15 maggio 2012.

[41] Iman Mahditama, Police say halting concert was to protect nation’s culture, in ‘The Jakarta Post’, 16 maggio 2012.

[42] Deti Mega Purnamasari, Soon-to-Be-Governor Ahok Wants Central Govt to Disband FPI, in ‘The Jakarta Globe’, 10 novembre 2014.

[43] Alarming rise in support for ISIS in Indonesia, says counter-terrorism chief, in ‘The Straits Times’, 8 dicembre 2014.

 

Giorgio Borsa

The Founder of Asia Maior

Università di Pavia

The "Cesare Bonacossa" Centre for the Study of Extra-European Peoples

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