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Penisola coreana 2014: «ombre» all’interno e «luci» all’esterno

  1. Premessa

Il 2014, che avrebbe dovuto rappresentare la definitiva consacrazione della presidente sudcoreana Park Geun-hye, si è invece rivelato come uno spartiacque in negativo per la sua presidenza, complici alcuni disastri nazionali, fra cui la tragedia del traghetto Sewol. In seguito a questi disastri emergevano in maniera ancora più clamorosa radicate pratiche negative: corruzione, collusione tra privati e funzionari pubblici, scarso funzionamento di alcuni meccanismi di controllo. Nel complesso, questi avvenimenti hanno messo in evidenza le difficoltà di Park sia nella gestione delle emergenze e sia nella lotta contro la corruzione sommersa, con conseguente calo dei consensi nell’opinione pubblica.

In Corea del nord, uno degli eventi chiave era invece rappresentato dalle elezioni per l’assemblea suprema del popolo (ASP), le prime dopo la successione fra Kim Jong-il e Kim Jong-un, utili per valutare gli assetti di potere del regime nordcoreano. Inoltre, poiché sulle schede era presente un solo candidato, tale appuntamento veniva utilizzato come una sorta di «censimento» politico della popolazione, utile per verificarne l’ubicazione esatta, ma soprattutto per testarne il livello di fedeltà al regime. Dal punto di vista delle dinamiche di potere, si trattava del primo evento in cui si sarebbe concretizzata la guida del nuovo leader, dopo le epurazioni degli anni precedenti. In realtà, non avevano luogo grossi cambiamenti nella composizione del parlamento. L’anziano Kim Yong-nam veniva confermato alla presidenza del Presidium – l’organo ristretto che fa le veci dell’assemblea quando essa non è in seduta – mentre Park Pong-ju manteneva la carica di primo ministro. Alla guida del ministero degli Esteri veniva invece nominato Ri Su-yong, ex ambasciatore in Svizzera durante gli anni in cui il nuovo leader vi si trovava per motivi di studio. Ri, nel corso dell’anno, assumeva un rilievo sempre maggiore, grazie al grande attivismo diplomatico che contrassegnava la politica estera del paese. Altrettanto interessante, per quanto attiene alla ripartizione del potere a Pyongyang, era l’avanzamento di altri due personaggi sotto la guida di Kim Jong-un, ovvero Choe Ryong-hae e Hwang Pyong-so.

Relativamente alle relazioni intercoreane, dopo un parziale disgelo contrassegnato dai ricongiungimenti familiari all’inizio dell’anno, esse si assestavano, come di consueto, su un’altalena di alti e bassi, di aperture clamorose (come la visita all’«ultimo minuto» di una delegazione composta dai più alti dignitari del regime nordcoreano a sud, in occasione della cerimonia di chiusura degli Asian Games a Incheon) e rapidi irrigidimenti delle rispettive posizioni.

Sotto il profilo delle relazioni internazionali, a sud si consolidava una linea di tendenza già avviata durante il primo anno di mandato di Park, che vedeva una diplomazia molto attiva compensare in buona parte i rovesci sul fronte interno. Tra le varie visite ufficiali che vedevano impegnata la presidente sudcoreana, tutte più o meno guidate da una matrice economica, di particolare rilevanza appariva quella effettuata in Asia centrale, che contribuiva a rafforzare l’«iniziativa euroasiatica». Quest’ultima era stata proposta dalla presidente nell’ottobre del 2013, nel discorso di apertura alla conferenza internazionale sulla cooperazione globale nell’era dell’Eurasia, tenutasi a Seoul. Nel frattempo, continuava, e anzi sembrava rafforzarsi, il sodalizio con Pechino, contrassegnato dalla «storica» visita di Xi Jinping a Seoul, la quale, per la verità, contribuiva a fare emergere anche alcuni limiti dell’alleanza; i rapporti con il Giappone, invece, per quanto sempre molto tesi, vedevano qualche piccolo segnale di disgelo, con grande sollievo di Washington, che alla fine dell’anno incassava una grande «vittoria». Il 29 dicembre 2014, infatti, veniva siglato un accordo per lo scambio di informazioni militari tra gli Stati Uniti e i suoi due principali alleati asiatici: Giappone e Corea del sud. La firma giungeva in un particolare momento di rinnovata tensione con la Corea del nord, accusata dall’FBI di aver orchestrato gli attacchi hacker ai sistemi informatici della Sony Pictures, nel tentativo (inizialmente riuscito) di bloccare l’uscita della commedia satirica sul leader nordcoreano, The Interview. Nel corso dell’anno in esame, anche il Nord registrava un insolito attivismo diplomatico che vedeva tra i suoi protagonisti, oltre al nuovo ministro degli Esteri Ri Su-yong, anche il segretario per gli affari internazionali del Partito dei lavoratori coreano (PLC), Kang Song-ju, e il presidente del Presidium del parlamento, Kim Yong-nam. Ri, a settembre, effettuava una visita di 10 giorni in Europa, recandosi in Belgio, Svizzera, Germania e Italia, mentre Kim, a fine ottobre, partiva per una missione in Africa, visitando Etiopia, Sudan e Congo. Le motivazioni che contribuivano a spiegare quella che alcuni osservatori hanno battezzato «offensiva dello charm» o «offensiva della pace» erano sostanzialmente due: da un lato, aprire una breccia nell’isolamento internazionale del paese, soprattutto in un momento in cui si trovava nel mirino della comunità internazionale a causa di un rapporto pubblicato nel mese di febbraio da una commissione di inchiesta dell’ONU che accusava il regime nordcoreano di gravi violazioni dei diritti umani; dall’altro, rafforzare alleanze vecchie e nuove al fine di controbilanciare l’inarrestabile deterioramento dei rapporti con Pechino, che, nel corso del 2014, apparivano ridotti ai minimi termini. Gli sforzi diplomatici di Pyongyang erano rivolti soprattutto verso il Sud-est asiatico, la Russia e il Giappone.

Sul fronte dell’economia, il 2014 non presentava cambiamenti significativi rispetto all’anno precedente, a sud come a nord. Le previsioni di crescita della Corea del sud, fissate dalla Banca di Corea nel corso del 2013 al 3,8%, risultavano perfettamente rispettate,[1] confermando il paese nella rosa delle economie asiatiche più solide. Per quanto concerne la Corea del nord, la maggior parte delle analisi confermavano l’esistenza di una linea di tendenza positiva, in corso negli ultimi anni, sebbene l’inesorabile deterioramento dei rapporti con Pechino portasse alcuni analisti a domandarsi se, e per quanto tempo, Pyongyang sarebbe riuscita a sopravvivere. Il dubbio nasceva in relazione ai dati forniti da un gruppo di esperti della penisola coreana del Peterson Institute for International Economics e poi assemblati dalla CNBC, secondo cui il 90% degli interscambi commerciali di Pyongyang avveniva con soli tre paesi – Cina popolare, Corea del sud e Russia – e dove la parte del leone era giocata naturalmente da Pechino.[2]

  1. Politica interna

2.1. La politica interna sudcoreana: l’anno delle tragedie nazionali

Come si è visto nel precedente volume di Asia Maior, nel corso del 2013 i buoni risultati nel comparto economico e la gestione attiva ed intraprendente della politica estera da parte della presidente Park avevano contribuito a garantirle un tasso di approvazione molto elevato presso l’opinione pubblica. Dopo un inizio di mandato difficile, a causa di alcune controverse nomine ministeriali, nel corso dell’estate del 2013 il tasso di approvazione aveva superato il 60%, per poi assestarsi ad oltre il 50% durante tutto l’autunno, fino agli ultimi giorni dell’anno.[3] Anche la gestione delle tensioni con la Corea del nord, che avevano caratterizzato tutta la prima parte del 2013, aveva avuto l’approvazione dell’opinione pubblica sudcoreana. Seppure considerate all’inizio deboli e reattive, le iniziative messe in campo dalla presidenza per la riapertura del parco industriale di Kaesong e per i nuovi ricongiungimenti familiari avevano fatto salire la popolarità della presidente Park fino a risultati quasi mai raggiunti dai suoi predecessori.

Il 2014 si apriva, dunque, sotto i migliori auspici da questo punto di vista. In occasione del primo anniversario dall’inizio del mandato ufficiale, il 25 febbraio, un sondaggio realizzato da «Gallup Korea» stabiliva, infatti, il tasso di approvazione per la presidente Park al 56%, mentre un’analoga ricerca, commissionata dal quotidiano «Hankook Ilbo», portava addirittura il dato al 61,6%.[4]Anche in questo caso le principali motivazioni date dagli intervistati per spiegare la propria approvazione facevano riferimento alla buona gestione dell’economia e della politica estera, in particolare nel caso dei rapporti con Pyongyang e di quelli con Tokyo (in quest’ultimo caso, veniva approvata la fermezza dimostrata verso le velleità revisioniste del Giappone di Abe Shinzō. A questa valutazione positiva dell’operato di Park aveva anche contribuito, con ogni probabilità, l’incapacità, dimostrata dai principali partiti di opposizione durante tutto l’arco del 2013, di creare una vera alternativa politica, ciò che aveva contribuito al rafforzamento della posizione del governo in carica.[5]

In realtà, il 2014 è destinato, con ogni probabilità, ad essere ricordato in Corea del sud come l’anno delle tragedie nazionali. Infatti, nel corso dell’anno si è susseguita una serie di incidenti e di sciagure che hanno messo a dura prova la capacità di resistenza della popolazione sudcoreana e hanno minato in maniera cruciale il cammino, fino a quel momento coronato da successo, della presidente Park.

Sebbene la tragedia più grave e significativa, sia per quanto riguarda il numero di vittime sia per le conseguenza che ha avuto sulla vita politica e sociale della nazione, fosse costituita dal naufragio e dal successivo affondamento del traghetto Sewol, quest’ultimo non era però stato il primo incidente a colpire il paese nell’anno sotto esame. Il 17 febbraio, infatti, il tetto di un auditorium, che ospitava un evento di orientamento per le matricole della Busan University of Foreign Studies, a Gyeongju, crollava, uccidendo dieci persone e ferendone oltre un centinaio.[6] La causa principale veniva, in seguito, identificata nelle forti nevicate che avevano sottoposto la struttura a un carico straordinario nei giorni precedenti. Ciò nonostante, le indagini successive mostravano come, oltre alle cause naturali, avessero giocato un ruolo l’errore umano, in particolare, l’indifferenza e il mancato rispetto delle norme di sicurezza. Il tetto dell’auditorium non era stato ripulito dall’abbondante neve caduta in precedenza; vi era una sola uscita di sicurezza, presa d’assalto dagli studenti in fuga subito dopo il crollo; inoltre non erano stati effettuati controlli di sicurezza sulla struttura dal 2009.[7] Questa miscela di eventi naturali, incuria e mancato rispetto delle regole era alla base del crollo e della morte di nove studenti e di un dipendente della struttura. La stessa concomitanza di cause doveva poi essere alla base del più grave incidente avvenuto nel paese negli ultimi 44 anni: l’affondamento del Sewol.

La mattina di mercoledì 16 aprile 2014, il traghetto MV Sewol, di proprietà della compagnia di navigazione Chonghaejin Marine, naufragava e affondava, dopo essersi capovolto, a largo dell’isola sudcoreana di Byeongpungdo. Il traghetto, operante la tratta fra il porto di Incheon e l’isola di Jeju, trasportava a bordo 476 persone, la maggioranza delle quali studenti della scuola superiore Danwon della città di Ansan, situata nell’immediata periferia della capitale Seoul. Nell’incidente morivano 304 persone, fra cui moltissimi studenti in gita scolastica.

La causa principale del naufragio, secondo il rapporto della guardia costiera sudcoreana, rilasciato il giorno successivo, andava ricercata in una manovra ordinata fra le 8,48 e le 8,49 dal terzo ufficiale in comando, la giovane Park Han-gyeol. Il rapido cambio di direzione aveva reso ingovernabile il traghetto soprattutto a causa dell’eccessivo carico a bordo e dell’incuria con cui era stato sistemato. Il Sewol trasportava, infatti, 3.608 tonnellate di carico, a fronte del limite di 987.[8]

Fin da subito appariva chiaro come questa tragedia avrebbe segnato in maniera indelebile il panorama politico e sociale del paese. La presenza a bordo di un gran numero di giovani studenti, e la loro preponderanza fra le vittime, aveva reso ancora più tragico il bilancio finale dell’incidente. Infatti, in una società con crescenti problemi demografici, caratterizzata da nuclei familiari con un unico figlio e in cui tutte le risorse e le energie della famiglia venivano indirizzate verso la massima realizzazione delle nuove generazioni, l’impatto di tale evento aveva un carattere dirompente. A rendere la situazione ancora più tragica e tesa contribuiva l’enorme quantità di messaggi che i passeggeri, in particolare gli studenti a bordo del traghetto, erano riusciti ad inviare alle proprie famiglie durante quasi tutto il naufragio. Alcuni struggenti messaggi venivano ampiamente ripresi tanto dalla stampa sudcoreana quanto da quella internazionale, contribuendo così ad aumentare l’empatia per le vittime e lo sdegno per i responsabili, oltre che a gettare nuova luce sulle discutibili procedure di emergenza a bordo dell’imbarcazione.[9]

Il primo esempio arrivava solo due giorni dopo la tragedia, quando il vicepreside della scuola Danwon, uno degli accompagnatori salvato dai soccorritori, si suicidava a pochi passi dalla palestra di Jindo, la città portuale presso cui erano stati portati i superstiti e si erano raccolti i parenti delle vittime e dei dispersi.[10]

Le gravi e diffuse responsabilità umane nell’accaduto venivano riscontrate fin da subito e scatenavano la rabbia e l’indignazione non solo dei parenti delle vittime, ma anche di larga parte dell’opinione pubblica del paese. Il comportamento del capitano del traghetto Lee Jun-seok, assente dalla plancia di comando nel momento dell’incidente e fra i primi a mettersi in salvo, veniva considerato criminale. La situazione si aggravava ancor di più non appena appariva chiaro come l’equipaggio del Sewol avesse comunicato ai passeggeri di non agitarsi e rimanere fermi ai propri posti. Secondo molti superstiti, infatti, ci sarebbe stato tempo sufficiente per evacuare la nave in maniera più rapida e completa, se fossero tempestivamente state date le informazioni corrette e se la situazione critica fosse stata gestita in maniera più responsabile dai membri dell’equipaggio.

Un’ulteriore fonte di durissime critiche era costituita dalla gestione dei soccorsi in mare e dal ruolo del governo e delle sue diverse emanazioni. Durante il rovesciamento della nave e nei momenti seguenti, gli annunci del governo sembravano testimoniare la mancanza di capacità di gestione della crisi, con resoconti inaccurati che cambiavano di minuto in minuto, tanto che, durante la mattinata, veniva diffusa la notizia, rapidamente smentita dai fatti, che tutti gli studenti erano stati tratti in salvo.[11] Inoltre, l’intervento della guardia costiera sudcoreana, così come il suo ruolo nelle comunicazioni radio durante i minuti immediatamente successivi al naufragio, ne dimostravano in maniera chiara l’inadeguatezza nella gestione di situazione di così grave emergenza.[12]

Infine, con il passare dei giorni appariva evidente il ruolo svolto nella tragedia dalla compagnia di navigazione proprietaria del traghetto, la Chonghaejin Marine, e dalle pratiche di collusione e di corruzione esistenti fra tali società private e gli organi statali deputati al controllo delle regole. Come detto in precedenza, infatti, nonostante che il carico sopportato dal traghetto fosse di oltre tre volte superiore il massimo di sicurezza previsto e nonostante che fossero state apportate modifiche strutturali alla nave – quali ad esempio l’aggiunta di ulteriori cabine – il certificato di sicurezza era stato comunque rilasciato dall’autorità competente.[13] Il disastro portava sotto i riflettori le mancanze del sistema sudcoreano di regolamentazione dell’attività marittima, lasciato al controllo della Korean Shipping Association e del Korean Register of Shipping, entrambi supervisionati dalla guardia costiera. La mancata o imperfetta comunicazione fra questa molteplicità di enti aveva fatto sì che non venissero effettuati i dovuti controlli sui traghetti della Chonghaejin Marine, fra i quali il Sewol, che viaggiavano regolarmente con carichi eccessivi e stivati in maniera approssimativa.[14]

Anche in questo caso, quindi, come già accaduto con il crollo del tetto dell’auditorium di Gyeongju, la scarsa capacità di controllo delle agenzie governative, unita all’incuria dimostrata dai proprietari delle strutture, era stata la causa della tragedia. L’incidente del Sewol, però, a causa della portata del disastro, non poteva non avere conseguenze politiche importanti.

La rabbia dei familiari delle vittime si era scagliata fin da subito sia contro i diretti responsabili – il comandante e gli ufficiali al comando del traghetto e i proprietari della compagnia di navigazione – sia contro il governo, considerato corresponsabile per la mancata opera di controllo e per la lentezza nei soccorsi. Il 27 aprile il primo ministro Chung Hong-won, aspramente criticato durante una sua precedente visita al centro di accoglienza e soccorso di Jindo,[15] si assumeva la responsabilità dei fallimenti del governo e presentava le proprie dimissioni alla presidente Park.[16] La stessa presidente, però, non era stata risparmiata dalla dura contestazione dei familiari delle vittime. In particolare, veniva attaccata la mancata presenza di Park Geun-hye nei momenti più acuti della crisi, così come la sua mancanza di leadership e di guida del governo del paese. Park, in definitiva, riceveva le medesime critiche che le erano state rivolte durante i passaggi più spinosi della crisi con la Corea del nord nel corso della primavera del 2013.[17] Soltanto il 29 aprile 2014 la Park offriva le proprie scuse al popolo coreano per il disastro del Sewol. Si trattava di un atto formale considerato di grande rilevanza per l’opinione pubblica sudcoreana, che, però, era fatto dalla presidente in maniera indiretta, parlando dell’«avidità» come una delle cause del disastro e promettendo cambiamenti radicali, per evitare il verificarsi di tragedie simili in futuro.[18] A distanza di pochi giorni, però, un reportage della KBS – Korean Broadcasting System, la piattaforma televisiva pubblica sudcoreana con una forte influenza governativa – in cui si definiva il numero di vittime del naufragio come: «non molte, rispetto al numero di persone uccise dagli incidenti stradali ogni anno» – scatenava nuove proteste contro la sede della televisione nazionale e il palazzo presidenziale.[19] Per cercare di porre nuovamente un freno alla tensione sociale, la presidente Park decideva quindi di offrire nuovamente le sue scuse ufficiali, questa volta in maniera diretta alla popolazione, assumendosi la responsabilità finale del disastro e promettendo nuove misure, fra cui lo smantellamento della guardia costiera, così come era esistita fino a quel momento.[20]

Il naufragio del Sewol rappresentava la prima vera sfida affrontata da Park Geun-hye dal punto di vista della politica interna, dato che la presidente non era stata direttamente toccata dai vari scandali che, nel corso del 2013, avevano coinvolto i servizi segreti nazionali (NIS – National Intelligence Service). Da questa ardua prova la presidente uscita decisamente indebolita. I ritardi, gli errori e le responsabilità governative avevano intaccato fortemente la sua popolarità, facendo crollare l’indice di approvazione presso l’opinione pubblica.[21] Anche i tentativi di recuperare il terreno perduto, compiuti durante i mesi di maggio e di giugno, non arrivavano ad ottenere i risultati sperati. Il piano per sciogliere il corpo della guardia costiera si bloccava all’assemblea nazionale, mentre la nomina del nuovo primo ministro incontrava numerosi ostacoli. Il candidato individuato da Park Geun-hye, l’ex procuratore e giudice della corte suprema Ahn Dae-hee, veniva attaccato a causa degli elevatissimi guadagni ottenuti dal suo studio legale in un lasso di tempo estremamente breve. Sebbene non vi fosse alcuna prova di corruzione, le indiscrezioni sulla possibilità che Ahn avesse violato norme etiche – se non legali – si facevano sempre più insistenti. All’indomani dell’incidente del Sewol, in cui la connivenza e la corruzione di organi governativi era stata individuata come una delle concause, e con un primo ministro dimissionario proprio in ragione di tale tragedia, un candidato attorno al quale si stessero addensando ombre di questo genere non poteva più essere preso in considerazione. Per questi motivi, il 28 maggio 2014 Ahn decideva di ritirare la propria candidatura, infliggendo un duro colpo alla credibilità sia del governo sia, in particolare, della presidente, la quale aveva personalmente scelto e difeso l’ex giudice della corte suprema.[22] In questa situazione, dopo quasi un mese di stallo, veniva deciso di non accettare le dimissioni di Chung, riconfermandolo nella carica di primo ministro.

Sfortunatamente per la presidente Park, e per tutto il paese, il crollo del tetto dell’auditorium di Gyeongju e il naufragio del Sewol non erano destinati a rimanere gli unici gravi incidenti per il paese nell’anno sotto esame. All’inizio di maggio, infatti, due treni della metropolitana di Seoul si scontravano, causando diversi feriti; a metà luglio un elicottero, impegnato nelle operazioni di recupero dei corpi all’interno del traghetto affondato, precipitava nella città di Kwangju, causando cinque morti; durante l’estate diversi casi di omicidio coinvolgevano l’esercito (un soldato uccideva cinque suoi commilitoni sul confine con la Corea del nord; un militare di leva subiva un pestaggio mortale da parte di commilitoni più anziani; due soldati perdevano la vita durante un’esercitazione); infine, il 18 ottobre, 16 persone rimanevano uccise durante un concerto pop a causa del crollo di una grata di ventilazione. L’eco di questi eventi veniva sicuramente amplificata dal trauma collettivo nazionale causato dalla morte delle oltre 300 persone vittime del naufragio del Sewol; ma non vi è dubbio che molti di questi casi dimostrassero come settori deviati (come nel caso dell’esercito) o corrotti dell’apparato governativo condividessero parte della responsabilità per la morte di propri concittadini. L’etichetta per la Corea del sud di «Repubblica dei disastri» o «Repubblica degli incidenti» iniziava a diffondersi su internet, in un misto di rabbia e d’indignazione verso un apparato statale che non veniva considerato all’altezza nella difesa dei propri cittadini e indegno di fiducia.[23]

La corruzione delle strutture statali, ma ancor di più la collusione fra pubblico e privato, rappresentavano un problema di lunga data nel paese. Il processo di industrializzazione dall’alto, concepito dal regime autoritario di Park Chung-hee negli anni Sessanta, comportava, infatti, un legame a doppio filo fra stato, imprese private e banche. La crescita esponenziale delle dimensioni dei conglomerati industriali (chaebol) aveva però creato una situazione in cui, anche dopo l’avvento della democrazia nel 1987, il potere di influenza del privato sulle istituzioni pubbliche risultava ancora fortissimo. Diversi presidenti – a partire da Kim Young-sam, con la cosiddetta «legge sul nome reale»,[24] per giungere alle riforme di Kim Dae-jung e di Roh Moo-hyun – avevano cercato di regolamentare le relazioni fra questi due mondi, tentando di rendere più credibili e più affidabili soprattutto le agenzie pubbliche di controllo. In realtà, come dimostrato dalle tragedie nazionali del 2014, i risultati pratici erano ancora scarsi e la questione era ancora molto sentita dall’opinione pubblica nazionale, tanto da diventare uno dei cavalli di battaglia del movimento di opposizione formato nel 2012 da Ahn Cheol-soo.

Dal punto di vista socio-politico, nelle ultime settimane del 2014 aveva luogo un ulteriore episodio, emblematico delle difficoltà vissute dal paese. Dopo che il leader del PPU (Partito Progressista Unificato,un partito di sinistra), il parlamentare Lee Seok-ki, era stato condannato per tradimento e rimosso dal suo incarico il 18 febbraio, nelle ultime settimane di dicembre la corte costituzionale sudcoreana si pronunciava a favore della definitiva dissoluzione del partito e della rimozione dei cinque parlamentari rimasti all’assemblea nazionale.[25] Come riportato nel precedente volume di Asia Maior, il PPU era stato accusato di complotto contro la sicurezza dello Stato e di attività di sostegno alla Corea del nord.[26] Le condanne definitive del leader e del partito, entrambe emesse sulla base della legge di sicurezza nazionale, retaggio del periodo autoritario, suscitavano scalpore, soprattutto all’estero, e gettavano un’ombra sul consolidamento democratico del paese.

2.2. La politica interna nordcoreana: i nuovi assetti di potere nell’era di Kim Jong-un

Se il 2013 aveva rappresentato l’anno del cambiamento ai vertici delle strutture di potere del regime nordcoreano, il 2014 vedeva i personaggi appartenenti alla cerchia più ristretta del nuovo leader imporsi a capo dei principali organi decisionali. Dopo l’affermazione alla guida del paese, Kim Jong-un aveva avuto la necessità di consolidare il proprio potere, tanto dal punto di vista interno quanto da quello internazionale. L’epurazione pubblica e plateale dello zio Chang Song-thaek, considerato da molti come il numero due del regime, ed eminenza grigia del giovane leader, avvenuta nel dicembre 2013, aveva concluso un periodo, durato quasi due anni, in cui molti personaggi legati alla leadership precedente erano stati esautorati.[27]

Il primo evento chiave del 2014, per valutare gli assetti di potere del regime di Pyongyang, era rappresentato dalle elezioni per l’assemblea suprema del popolo, il parlamento nordcoreano, tenutesi il 9 marzo, le prime dopo l’ascesa al potere di Kim Jong-un. Vista la presenza di un solo candidato nelle schede elettorali, tale appuntamento aveva essenzialmente due valenze. La prima era data dal fatto che esso rappresentava una sorta di «censimento» politico della popolazione, utile a stabilirne l’ubicazione esatta, oltre che il livello di fedeltà al regime.[28] La seconda, riconducibile al fatto che è la leadership a decidere chi viene nominato in ogni collegio, era che l’appuntamento elettorale avrebbe dato un’indicazione sul modo in cui, dopo le epurazioni degli anni precedenti, si sarebbe mosso Kim Jong-un.

In realtà, non avevano luogo grossi cambiamenti nella composizione dell’assemblea nordcoreana. L’anziano Kim Yong-nam manteneva la presidenza del presidium – l’organo ristretto che fa le veci dell’assemblea quando essa non è in seduta – mentre Park Pong-ju manteneva la carica di primo ministro. Fra le poche novità degne di nota vi era la nomina di Ri Su-yong alla guida del ministero degli Esteri. Nel corso dell’anno, come diremo più avanti, Ri Su-yong, ex ambasciatore in Svizzera durante gli anni in cui il nuovo leader vi si trovava per motivi di studio, avrebbe giocato un ruolo di sempre maggior rilievo nei rapporti internazionali.[29]

La questione sicuramente più spinosa, per ciò che concerne la ripartizione del potere a Pyongyang, era costituita dalle traiettorie politiche in ascesa di due favoriti di Kim Jong-un: Choe Ryong-hae e Hwang Pyong-so. Al termine della prima sessione dell’assemblea, tenutasi ad aprile, Choe era emerso come nuovo vice presidente della potente commissione di difesa nazionale. Poche settimane dopo Choe perdeva però l’importantissima carica di direttore dell’ufficio politico generale dell’esercito (Korean People’s Army), a favore del nuovo «astro nascente» dell’organigramma di potere nordcoreano, Hwang Pyong-so.[30] Dopo l’epurazione di Chang, si era pensato dapprima che il suo ruolo come numero due del regime sarebbe stato ricoperto da Choe, salvo poi riconsiderare la valutazione a causa della rapidissima ascesa di Hwang. Durante i primi mesi del 2014, infatti, quest’ultimo era stato visto sempre più di frequente fra gli accompagnatori del leader nelle sue diverse apparizioni pubbliche. Questo era un segnale importante, in base alla teoria secondo cui, in Corea del nord, più si è vicini al leader e più si stanno scalando posizioni nella gerarchia. Durante il mese di aprile, Hwang veniva nominato prima vice-maresciallo dell’esercito – un’altissima carica, superiore a quella di generale a quattro stelle – e, poco dopo, capo dell’ufficio politico dell’esercito. L’ascesa di Hwang era quindi rapidissima, se si considera che la sua carica precedente era quella di vice direttore del dipartimento per l’organizzazione e per la guida del partito e che era stato nominato generale a quattro stelle solo nel mese di marzo. Al termine della seconda sessione dell’assemblea, tenutasi a settembre, Hwang veniva nominato vice presidente della potentissima commissione nazionale di difesa, completando così il suo percorso in sostituzione di Choe.[31]

Nonostante che l’ascesa di Hwang sia da considerare rapidissima e apparentemente inarrestabile, la sua peculiarità sta nel fatto che essa sia stata accompagnata dal mantenimento di un ruolo di rilievo per Choe. La caduta dai piani alti in Corea del nord risulta solitamente molto dolorosa e con scarsissime possibilità di reinserimento. In realtà, però, Choe, per quanto non più il numero due del regime, manteneva alcune cariche ufficiali, seppur di minor rilevanza, quali quella di presidente della commissione statale per l’educazione fisica e per lo sport e quella di membro del politburo del partito. Inoltre, agli inizi di ottobre, Choe veniva incluso nella delegazione inviata alla cerimonia di chiusura degli Asian Games in Corea del sud e, successivamente, veniva inviato in Russia come rappresentante di Kim Jong-un.[32]

Tutti questi movimenti all’interno delle gerarchie del potere nordcoreano assumevano ancora maggior rilievo quando, subito dopo l’estate, iniziavano a girare voci insistenti su presunti problemi di salute di Kim Jong-un o, addirittura, sulla possibilità che fosse stato messo da parte da alcuni alti esponenti delle gerarchie politico-militare. Il giovane leader, infatti, aveva fin da subito deciso di costruire un rapporto più diretto con la popolazione – a differenza di quanto fatto dal padre, ma in linea con la personalità politica del nonno – attraverso frequenti apparizioni e discorsi pubblici. Durante il mese di settembre, però, non era stato visto a nessun evento pubblico per diverse settimane, alimentando così le speculazioni riguardo al suo stato di salute e alla sua presa sull’establishment nordcoreano. In realtà, tali voci si rivelavano esagerate ed erano presto smentite prima dall’ammissione ufficiale di lievi problemi di salute del leader, attraverso una televisione di stato, e in seguito dal suo ritorno alla partecipazione agli eventi pubblici, seppur all’inizio con l’aiuto di un bastone.[33]

Un’ulteriore figura emergente nel panorama di potere nordcoreano, potenzialmente di grande rilevanza grazie alla sua appartenenza familiare, era costituita dalla sorella di Kim Jong-un, Kim Yo-jong. La giovane figlia di Kim Jong-il aveva iniziato ad apparire a fianco del fratello nelle occasioni ufficiali già negli anni precedenti; nel marzo del 2014 veniva per la prima volta menzionata ufficialmente dalla televisione di stato, durante le operazioni di voto per l’assemblea del popolo, e identificata come alto funzionario del partito. Durante il periodo di degenza del fratello, nel mese di settembre, si intensificavano le voci, non confermate, di una sua possibile presa in carico di alcune funzioni centrali fino al ritorno di Kim Jong-un. La sua più recente investitura risaliva alla fine di novembre, quando veniva indicata dai media di stato come il vice direttore del dipartimento della propaganda del partito[34]. Al di là delle possibili speculazioni sul ruolo della giovane Kim Yo-jong nella gerarchia nordcoreana, resta il fatto che l’appartenenza alla famiglia Kim rappresenta una caratteristica di fondamentale importanza per un regime che può essere definito etno-nazionalista come quello di Pyongyang.[35]

  1. Le relazioni intercoreane

3.1. La consueta dinamica di apertura-chiusura

Se il 2013 si era caratterizzato, fin dall’inizio, per le forti tensioni fra le due Coree, tensioni poi proseguite per tutta la primavera, il 2014 si apriva invece sotto auspici decisamente migliori. Dopo aver risolto l’impasse sul parco industriale congiunto di Kaesong e dopo aver iniziato a discutere sulla possibilità di nuovi ricongiungimenti familiari, fin dai primi discorsi ufficiali dei leader dei due paesi appariva chiaro come vi fosse una volontà comune di dialogo e di passi avanti verso la riconciliazione. Il discorso del nuovo anno di Kim Jong-un faceva esplicito riferimento ad un miglioramento delle relazioni intercoreane,[36] così come veniva fatto dalla presidente Park nel discorso di apertura della conferenza stampa di inizio anno.[37]

La prima realizzazione concreta di questa predisposizione al dialogo avveniva alla fine di gennaio, quando il regime nordcoreano rispondeva positivamente alla proposta proveniente da Seoul di tenere nuovi ricongiungimenti familiari, congelati oramai dal 2010. La medesima richiesta era stata diverse volte lasciata cadere nel vuoto nel corso del 2013. Anche in questo caso, nonostante la disponibilità di entrambe le parti, si era rischiato di vanificare gli sforzi a causa della concomitanza fra i ricongiungimenti e l’inizio delle esercitazioni militari congiunte fra Stati Uniti e Corea del sud. I ricongiungimenti, infatti, dovevano avere luogo dal 20 al 25 febbraio, mentre le esercitazioni congiunte sarebbero dovute iniziare il 24. Nel corso di un incontro inter-governativo di alto livello, il 12 febbraio, la delegazione nordcoreana aveva chiesto di posticipare l’inizio delle esercitazioni, nel caso in cui la cancellazione non fosse stata possibile;[38]un atteggiamento caratterizzato da grande moderazione, se si pensa alla retorica utilizzata solitamente e all’intransigenza del regime nordcoreano nei confronti delle esercitazioni militari del vicino meridionale. Nonostante che la risposta da parte degli Stati Uniti fosse di segno negativo, con il rischio di far deragliare i ricongiungimenti, la Corea del nord decideva di rispettare l’impegno assunto e portare avanti i due round di incontri previsti per la fine di febbraio.[39]

Purtroppo, dopo una partenza incoraggiante, le relazioni fra i due paesi ricadevano ben presto nella solita dinamica per cui ad una fase di apertura faceva seguito un inasprimento dei toni e il venire in essere di una nuova fase di tensione. Nel 2014, quanto meno, non venivano raggiunti i livelli di guardia della primavera del 2013. Già il 27 febbraio 2014, in risposta all’inizio delle esercitazioni annuali Key Resolve/Foal Eagle fra USA e Corea del sud, Pyongyang ordinava un nuovo lancio di missili a corto e medio raggio. Tale test era l’inizio di uno stillicidio di test missilistici e di colpi di artiglieria verso il Mare dell’Est, durato fino all’autunno e calibrato in maniera strategica come risposta a prese di posizione di altri paesi e della comunità internazionale sui temi sensibili riguardanti la Corea del nord. Tra il 22 e il 26 marzo, ad esempio, in contemporanea con il summit sulla sicurezza nucleare svoltosi all’Aia, il regime nordcoreano decideva di testare nuovamente due missili a medio raggio ed oltre 30 a corto raggio. Significativamente, durante il summit dell’Aia, una delle questioni più calde era proprio il programma nucleare di Pyongyang, oggetto anche di un incontro a tre fra Barack Obama, Abe Shinzō e Park Geun-hye. Pochi giorni dopo si aveva uno scambio di colpi di artiglieria lungo il confine marittimo conteso fra le due Coree (la cosiddetta Northern Limit Line).

Ulteriori scambi di artiglieria e lanci di missili a corto raggio si verificavano a maggio, proprio quando si iniziava a parlare della possibilità di aprire un ufficio a Seoul per ospitare la commissione di indagine dell’ONU sulle violazioni dei diritti umani da parte della Corea del nord. Altri sporadici episodi si registravano in piena estate, in concomitanza con le nuove esercitazioni militari congiunte fra Seoul e Washington ed in prossimità della visita del papa in Corea del sud, in programma dal 13 al 18 agosto 2014.

3.2. Il discorso di Dresda

Un evento particolarmente rilevante per la luce che gettava sul futuro delle relazioni intercoreane aveva luogo alla fine di marzo. Il 28 marzo 2014, infatti, la presidente sudcoreana Park Geun-hye, in visita ufficiale in Germania, dopo aver presenziato al summit sulla sicurezza nucleare, pronunciava un importante discorso all’Università della Tecnologia di Dresda. Dato il carattere altamente simbolico del luogo, vi era una grande attesa per il contenuto del suo intervento. Dresda, infatti, era una delle principali città dell’ex Repubblica Democratica Tedesca e risultava quindi altamente probabile che in tale contesto venisse sollevata la questione dei benefici della riunificazione tedesca e, mutatis mutandis, quella delle ricadute negative della persistente divisione fra le due Coree. Inoltre, il discorso di un presidente sudcoreano in una università tedesca non poteva non far tornare alla mente, ed essere quindi foriero di comparazioni, con il discorso tenuto dal presidente Kim Dae-jung alla Freie Universität di Berlino il 9 marzo del 2000. In quell’occasione, durante il suo intervento il presidente Kim aveva proposto un’ampia e chiara argomentazione della propria politica intercoreana: erano stati diffusamente esplicati i principi e le pratiche del suo approccio di engagement verso la Corea del nord – la cosiddetta «Sunshine Policy» – ed era stata prefigurata la possibilità di uno storico incontro fra i leader dei due paesi, materializzatosi poi nel giugno dello stesso anno.[40]

In realtà, il discorso di Dresda smorzava gli entusiasmi e frenava le aspettative per un deciso cambio di passo verso una più attiva politica di Seoul nei confronti del regime nordcoreano. Se è vero che, nel discorso di Park, i riferimenti al caso della riunificazione tedesca e alla loro applicabilità o meno alla questione coreana erano numerosi,[41] è un dato di fatto che in esso non veniva presentata una chiara e credibile road map volta ad impegnare seriamente la Corea del nord in un percorso di dialogo.[42] La maggior parte delle proposte inserite nel discorso, infatti, risultava di marginale importanza.[43] Tra queste, si può citare la possibile apertura di un «parco della pace» all’interno della DMZ (la zona demilitarizzata che segna il confine fra le due Coree), la cui realizzazione appariva quantomeno improbabile. Altri esempi erano rappresentati dall’enfasi sulla denuclearizzazione dell’arsenale nordcoreano, come condizioni vincolante per la ripresa della cooperazione e dal richiamo al nebuloso progetto, lanciato nel 2013, denominato «Northeast Asia Peace and Cooperation Initiative».[44] Tali progetti non andavano però concretamente ad incidere sui principali nodi del contendere delle relazioni intercoreane, quali: la ripresa della cooperazione economica, l’ampliamento del parco industriale congiunto di Kaesŏng, l’agevolazione di scambi culturali e commerciali fra nord e sud, la concreta attuazione di Confidence Building Measures, volte a ridurre le tensioni militari sul confine.

Come era prevedibile, la risposta di Pyongyang non si faceva attendere. Il regime nordcoreano, infatti, attraverso un comunicato della commissione nazionale di difesa – l’organo più potente del paese – denunciava il discorso della presidente Park con una dichiarazione durissima, a tratti offensiva. Uno dei principali punti di polemica era costituito dai molteplici riferimenti alla riunificazione tedesca, dato che quest’ultima era interpretata da Pyongyang  non tanto come l’unificazione di una nazione divisa quanto come l’inglobamento e l’assorbimento della Repubblica Democratica Tedesca da parte della Repubblica Federale di Germania.[45]

La reazione della Corea del nord al discorso di Dresda mostrava, ancora una volta, come il processo di riavvicinamento e di (ri)costruzione della fiducia reciproca fra le due parti della penisola fosse ancora irto di ostacoli. La mancanza di chiarezza su alcuni punti chiave – primo fra tutti, la questione nucleare – così come la mancanza di costanza e di un atteggiamento propositivo da parte del governo sudcoreano rendeva difficile il consolidarsi di un atteggiamento costruttivo da parte di Pyongyang. In conclusione, nel 2014, anche sotto la presidenza di Park Geun-hye, l’usuale spirale di limitate aperture e subitanee chiusure, in risposta a comportamenti di Seoul, considerati ostili da Pyongyang, continuava a consolidarsi così come era già avvenuto un ventennio prima con il presidente Kim Young-sam.[46]

3.3. Qualche debole apertura

A dispetto del fallimento della proposta di Dresda e del venire in essere delle schermaglie militari estive, con l’inizio dell’autunno sembravano aprirsi nuovi spiragli per il riaffiorare di qualche speranza di dialogo fra le due Coree. Il 4 ottobre, infatti, alla cerimonia di chiusura degli AsianGames, svoltisi nella città sudcoreana di Incheon, partecipavano in maniera imprevista alcuni fra i più alti dignitari del regime nordcoreano. La delegazione era composta dal numero due del regime, considerato il nuovo braccio destro di Kim Jong-un, Hwang Pyong-soo, da Choe Ryong-hae, in qualità di presidente della commissione statale per l’educazione fisica e per lo sport, e da Kim Yang-gon, direttore del North Korea’s United Front Department, l’organo del regime incaricato di gestire le relazioni con la Corea del sud.[47] Prima di presenziare alla cerimonia, la delegazione si incontrava con alcuni membri del governo sudcoreano, fra cui il ministro della Riunificazione, Ryoo Kihl-jae, ed il responsabile della sicurezza nazionale, Kim Kwan-jin; successivamente i rappresentanti del regime di Pyongyang si incontravano anche con il primo ministro Chung Hong-won. L’incontro, annunciato con sole 24 ore di preavviso, si svolgeva in maniera costruttiva, in un clima di cordialità e con un atteggiamento conciliatorio da ambo le parti. I nordcoreani accettavano di riprendere al più presto i colloqui governativi ad alto livello, interrottisi a febbraio in concomitanza con i nuovi round di ricongiungimenti familiari, ipotizzando la fine di ottobre o i primi giorni di novembre come date possibili. La delegazione portava anche una lettera per la presidente Park, da parte del leader nordcoreano Kim Jong-un, oltre ai «cordiali saluti» di quest’ultimo per il capo del governo di Seoul, un segnale importante dopo mesi di propaganda e di retorica fortemente offensiva da parte di Pyongyang.

La maggior parte degli osservatori interpretavano questo improvviso passo avanti nelle relazioni intercoreane come un chiaro segnale della volontà di Pyongyang di migliorare i rapporti fra i due paesi.[48]

L’incontro che aveva luogo poche settimane più tardi fra le delegazioni delle due Coree non portava però ad alcun risultato tangibile; ciò nonostante, considerati i tempi piuttosto lunghi caratteristici delle relazioni intercoreane, l’importante apertura rappresentata dalla visita di personaggi chiave, quali Hwang e Choe, potrebbe non aver esaurito la propria spinta e, quindi, potrebbe concretizzarsi nei mesi a venire.

  1. Le relazioni internazionali

4.1.  Il consolidamento della diplomazia multilaterale di Park Geun-hye. Il viaggio in Asia Centrale e l’«iniziativa eurasiatica»

Sul fronte delle relazioni internazionali della Corea del sud, nel corso del 2014 si assisteva al consolidamento di un trend già avviato durante il primo anno di mandato di Park Geun-hye, che vedeva un certo dinamismo in politica estera compensare in buona parte i rovesci sul fronte interno. Tra le innumerevoli visite di stato che vedevano impegnata la presidente sudcoreana, tutte più meno guidate da una matrice economica, di particolare rilevanza appariva quella compiuta in Asia centrale tra il 16 e il 22 giugno. Oltre a rafforzare i legami politici ed economici esistenti e ad aprire nuove prospettive per gli investimenti sudcoreani, soprattutto nel settore energetico ed agricolo, essa contribuiva a rafforzare vigorosamente l’«iniziativa euroasiatica», lanciata dalla Park nell’ottobre dell’anno precedente, durante il discorso di apertura alla conferenza internazionale sulla cooperazione globale nell’era dell’Eurasia, ospitata nella capitale sudcoreana. Si trattava di un ambizioso piano di collegamento tra l’Europa e l’Asia, per fare dell’Eurasia «un unico continente, un continente di creatività, un continente di pace».[49] In particolare, l’«iniziativa» prevedeva il collegamento di infrastrutture logistiche – reti ferroviarie, oleodotti e gasdotti, reti elettriche – al fine di ridurre le barriere fisiche (ma non solo) tra i due continenti. Questa integrazione avrebbe poi dovuto essere seguita dalla progressiva eliminazione delle barriere commerciali, che avrebbe dovuto portare, in definitiva, alla creazione di una vasta zona di libero scambio, con il coinvolgimento di circa il 40% della superficie terrestre, il 70% della sua popolazione e il 60% del PIL globale.[50] Nel lanciare l’«iniziativa», la Park aveva parlato soprattutto dell’intenzione di rinvigorire l’antica via della seta, attraverso la creazione di una nuova «silk road express» (altrimenti definita «transiberian express»), cioè una rete interconnessa multiruolo, ferroviaria e stradale, che da Busan sarebbe dovuta giungere a Londra, passando attraverso la Corea del nord e la Russia, in soli 14 giorni, soppiantando così il tradizionale tragitto via mare, attraverso il canale di Suez, che ne richiedeva ben 45.[51]

Il tour centro-asiatico della presidente sudcoreana interessava tre paesi – Uzbekistan, Kazakistan e Turkmenistan – non a caso i tre principali della regione, con i quali Seoul aveva avviato rapporti diplomatici fin dal 1992. In particolare con Tashkent, Seoul intratteneva solidi rapporti commerciali. L’Uzbekistan era, di fatto, il principale partner commerciale di Seoul nell’area centroasiatica, mentre la Corea del sud rappresentava per l’Uzbekistan il quarto partner commerciale in assoluto, dopo la Russia, il Kazakistan e la Repubblica popolare cinese (RPC). Per quanto concerne i rapporti con il Kazakistan, questi erano stati consolidati soprattutto dalla precedente amministrazione, guidata da Lee Myung-bak, che, durante gli anni del suo mandato, aveva effettuato numerose visite nel paese centroasiatico; dal canto suo, Park era in assoluto il primo presidente sudcoreano a recarsi in Turkmenistan. Il viaggio della presidente Park si inseriva perfettamente nella «sales diplomacy» che, come si è visto nel volume precedente di Asia Maior, mirava a sfruttare gli incontri diplomatici per promuovere gli interessi di natura economica del paese.[52] Nel corso della visita, la presidente sudcoreana, accompagnata da una delegazione economica di ben 92 persone, siglava infatti numerosi accordi volti sia a rafforzare la cooperazione bilaterale in aree quali il commercio e il settore energetico, sia a creare un ambiente favorevole agli investimenti sudcoreani.[53] Ciò detto, l’aspetto che emergeva in maniera preponderante dai comunicati stampa ufficiali era quello relativo alla sponsorizzazione dell’«iniziativa eurasiatica», sulla quale Park Geun-hye si era soffermata soprattutto in Uzbekistan, durante la visita all’antica città di Samarcanda, una delle soste lungo la leggendaria via della seta.

In effetti, l’obiettivo principale del viaggio di Park era quello di cercare il sostegno di altri partner al suo progetto di creazione di più efficaci collegamenti ferroviari e stradali tra l’Europa e l’Asia orientale, al fine di poter giungere ad un futuro trasporto via terra delle merci sudcoreane nel vecchio continente. Di fatto, Park Geun-hye incassava il fondamentale sostegno dei tre paesi centro-asiatici, senza il quale un’iniziativa di tal fatta non avrebbe alcuna possibilità di esistere.[54]Il valore reale dell’iniziativa sudcoreana stava, infatti, nel riconoscimento del fatto che, per garantire alla Corea del sud una crescita stabile, fosse indispensabile sviluppare la cooperazione con i paesi euroasiatici, che stavano diventando sempre più importanti ed influenti. Un altro obiettivo era quello di tentare di garantirsi uno spazio di manovra indipendente da Washington, ampliando i propri contatti con l’Europa (pur senza uscire dall’«ombrello USA»); ancora, la Park puntava ad internazionalizzare la questione della penisola coreana, così che la Russia e gli altri paesi euroasiatici avessero l’interesse a creare un continente «unito e pacifico», esercitando a tal fine una certa pressione su Pyongyang per coinvolgerla nel processo di integrazione.[55]

L’iniziativa della presidente Park veniva ripresa dai media, che ne evidenziavano potenzialità e limiti. Tra tutti, particolarmente interessante era un articolo di «The Korea Herald», a firma di Park Sang-seek, ex rettore del Graduate Institute of Peace Studies presso la Kyung Hee University di Seoul. Quest’ultimo si soffermava sulla fattibilità del progetto, alla luce di proposte simili sponsorizzate da altri paesi, a partire dagli Stati Uniti, per giungere alla Russia, passando per la Cina. L’autore si domandava se tutti quei movimenti di integrazione eurasiatica potessero convivere armoniosamente, o se, addirittura, potessero essere integrati in un unico progetto. Soprattutto, nel riprendere il senso più profondo dell’iniziativa sudcoreana – il tentativo di legarla cioè alla pace e alla sicurezza in Asia orientale, nella convinzione che Russia e Cina sarebbero state capaci di spingere Pyongyang ad unirsi al progetto – esprimeva notevoli perplessità circa la sua reale praticabilità.[56]

4.2. L’«esitante» sodalizio tra Seoul e Pechino e il parziale disgelo tra Seoul e Tokyo

Nell’ambito delle relazioni tra la Corea del sud e l’RPC, una grande rilevanza veniva attribuita alla visita di stato compiuta da Xi Jinping a Seoul, la prima di Xi nel paese, ma soprattutto la prima volta in cui un capo di stato cinese si recava in visita al Sud prima che al Nord. Buona parte degli osservatori e degli analisti era concorde nell’interpretare la scelta di Xi come un chiaro segnale dell’inarrestabile isolamento del regime di Pyongyang e dell’intenzione di Pechino di abbandonare una volta per tutte il suo tradizionale, ma quanto mai imprevedibile, alleato. Tuttavia, vi era anche chi sosteneva che questa scelta andasse intesa nel contesto di una crescente fluttuazione della politica nel nord-est asiatico. In questo senso, secondo Cho Han-bum, senior researcher presso il Korea Institute for National Unification, la politica di Pechino verso Pyongyang non era affatto cambiata, così come non era cambiato il valore della Corea del nord per Pechino.[57] Dello stesso avviso era anche l’analista Scott Snyder, secondo il quale, per quanto si potesse concordare che la visita di Xi a Seoul fosse un evidente segnale di disapprovazione del governo cinese nel confronti del regime nordcoreano, soprattutto in un momento in cui quest’ultimo si stava «aprendo» al Giappone, tuttavia era quantomeno prematuro concludere che Pechino avesse «abbandonato Pyongyang per Seoul».[58] Peraltro, il vertice tra Xi Jinping e Park Geun-hye (3-4 luglio 2014) aveva contribuito a far emergere, al di là degli ottimi rapporti personali tra i due leader alcuni limiti nelle loro relazioni bilaterali, su questioni sia politiche che di sicurezza.[59] Il primo di tali limiti risultava evidente nel tentativo di Seoul di respingere molte delle iniziative cinesi che implicavano una scelta tra l’alleanza con Washington e l’intesa con Pechino,[60] fra queste il mancato sostegno all’iniziativa cinese di costituzione di una banca asiatica per gli investimenti infrastrutturali (AIIB), vista come un modo per «controbilanciare» la banca asiatica per lo sviluppo (ADB), a guida giapponese e statunitense.[61] Altrettanto evidente era la volontà del governo sudcoreano di respingere tutte le avances di Pechino volte alla creazione di un «fronte unito» contro il Giappone, declinando pertanto la proposta cinese di organizzare una commemorazione congiunta in occasione del settantesimo anniversario della fine della seconda guerra mondiale. I suddetti limiti emergevano chiaramente anche dal diverso modo con il quale veniva riportato il vertice dai media dei rispettivi paesi. Laddove i media cinesi esaltavano la visita di Xi, mettendo in evidenza i risultati tangibili, soprattutto in termini economici e di cooperazione culturale, nei rapporti tra i due paesi, i media sudcoreani, dal canto loro, riportavano l’evento in termini assai più controllati. In particolare, accoglievano con un certo scetticismo il discorso tenuto del presidente cinese alla Seoul National University, con specifico riferimento alla sua interpretazione unilaterale della passata aggressione giapponese della penisola, che ignorava completamente il complesso ruolo giocato anche dalla Cina.[62]

Ad ogni buon conto, il vertice di Seoul si era chiuso con un comunicato congiunto che ribadiva la cooperazione per la denuclearizzazione della penisola coreana, dichiarando che «le due parti hanno ribadito la loro ferma opposizione allo sviluppo di armi nucleari nella penisola coreana», pur senza menzionare direttamente la Corea del nord. Nel comunicato si faceva riferimento altresì all’intenzione di proseguire nei negoziati economici per la costituzione di un’area di libero scambio tra i due paesi, prefissandosi l’obiettivo di raggiungere l’accordo entro la fine dell’anno.[63] Di fatto, il 10 novembre 2014, in occasione del vertice APEC riunito nella capitale cinese, Seoul e Pechino giungevano alla firma di una bozza di accordo di libero scambio, con l’obiettivo di concludere un accordo definitivo entro il 2015.[64]

Al di là del vertice di luglio, nel corso dell’anno in esame progressi importanti venivano compiuti sia nell’ambito della comunicazione strategica – con l’obiettivo di istituire entro la fine dell’anno una «linea telefonica diretta» tra i rispettivi ministeri della Difesa[65] – sia in quello del coordinamento strategico, soprattutto nell’ambito della lotta contro la pesca illegale.[66]

In definitiva, dunque, per quanto il vertice tra Xi e Park avesse costituito un punto di svolta importante nei rapporti tra Seoul e Pechino, fornendo un ulteriore impulso alle relazioni tra i due paesi, soprattutto in ambito economico, esso aveva al contempo fatto emergere alcune divergenze evidenti nei rispettivi punti di vista. Tali divergenze, in ultima analisi, rappresentavano ostacoli potenziali per un ulteriore consolidamento ed avanzamento dell’intesa fra i due paesi fino al livello di partnership strategica. In particolare il vertice aveva rilevato posizioni differenti su come gestire sia la Corea del nord, in particolare per quanto riguardava la ripresa del «dialogo a sei», sia il Giappone; analogamente erano emerse delle tensioni tra le priorità di difesa e di sicurezza di Stati Uniti e Corea del sud da un lato e quelle cinesi dall’altro.[67] In definitiva, mentre la leadership cinese aveva manifestato una forte riluttanza ad abbandonare Pyongyang una volta per tutte, risultava altrettanto chiaro come Seoul, fondamentalmente, fosse intenzionata a restare legata alla sua alleanza con Washington. In altri termini, secondo Scott Snyder, ciò che risultava mancante nella relazione tra Seoul e Pechino era un «senso strategico di propositi comuni e di interessi condivisi».[68]

Con il Giappone, i rapporti continuavano ad essere sostanzialmente tesi, soprattutto negli atteggiamenti personali tra i due leader, come era apparso chiaro in occasione dell’incontro organizzato da Barack Obama, a margine del Nuclear Security Summit dell’Aia, quando Park Geun-hye era rimasta impassibile davanti al tentativo di Abe di salutarla in lingua coreana.[69] Tuttavia non mancavano segnali dell’avvio verso un parziale disgelo. Fra i più evidenti vi era, senza dubbio, la positiva evoluzione delle trattative avviate nel 2012 per la creazione di un’area di libero scambio destinata ad abbracciare Corea del sud, Cina e Giappone, come rivelavano i tre round di incontri di marzo, settembre e novembre, rispettivamente a Seoul, Pechino e Tokyo.[70] Un analogo segnale di disgelo era l’entrata in vigore, a fine dicembre, di un importante accordo trilaterale tra Stati Uniti, Giappone e Corea del sud per la condivisione di informazioni militari e di altre informazioni sensibili riguardanti soprattutto il programma nucleare e balistico di Pyongyang. Si trattava di un accordo che contribuiva, in parte, ad alleviare le «ansie» di Washington in merito al cattivo stato di salute dei rapporti tra i suoi due maggiori alleati in Asia orientale.[71] In effetti, si trattava di un passo in avanti notevole nei rapporti tra i due paesi, che sembrava tenere conto delle crescenti critiche dell’opinione pubblica sudcoreana alla presidente Park per la sua ostinazione nel non voler incontrare il premier giapponese Abe Shinzō in un vertice bilaterale formale, nel bel mezzo del disgelo tra Tokyo e Pechino.[72] Al contempo, la firma dell’accordo contribuiva a sanare la rottura dovuta alla mancata firma del General Security of Military Information Agreement (GSOMIA), del quale si è già avuto modo di parlare nei volumi precedenti di Asia Maior. Tuttavia, i termini dell’accordo per la condivisione delle informazioni militari prevedevano che i due paesi asiatici si servissero dell’intermediazione di Washington, anziché rapportarsi direttamente tra loro (come sarebbe avvenuto nell’ambito del GSOMIA).

In effetti, nessuno dei processi appena ricordati poteva essere dato per scontato, visto e considerato che l’anno sotto esame risultava contrassegnato anche da alcuni «incidenti diplomatici» tra i due paesi. Il primo si verificava nel mese di giugno, a seguito della decisione del governo di Abe di pubblicare un rapporto di 21 pagine contenente un resoconto sugli scambi diplomatici tra Seoul e Tokyo, sfociati nel 1993 nella storica «dichiarazione Kono», contenente le scuse del Giappone per le vicende relative alle cosiddette «donne di conforto». Tale espressione fa riferimento alle decine di migliaia di donne asiatiche (spesso e volentieri bambine, o adolescenti) obbligate alla schiavitù sessuale dall’esercito giapponese prima e durante la seconda guerra mondiale. Il riesame della «dichiarazione Kono» era il frutto di un’improvvida iniziativa del governo di Tokyo finalizzata a placare alcuni elementi conservatori-nazionalisti vicini al primo ministro che, al pari dello stesso Abe, avevano messo in discussione la «dichiarazione», sostenendo che non esistessero prove certe di una «coercizione» ufficiale alla prostituzione.

Secondo lo studio, frutto di un lavoro di indagine svolto da una commissione di cinque esperti (fra cui 3 donne), la dichiarazione in questione – con la quale l’allora capo di gabinetto Kono Yohei aveva riconosciuto, per la prima volta, scusandosi, il coinvolgimento delle autorità militari nipponiche nella costrizione di migliaia di donne asiatiche (in buona parte coreane) a lavorare nei bordelli al seguito dei soldati giapponesi – era stata il frutto di un accordo tra i due governi.[73] In particolare, il rapporto sottolineava come, nella determinazione del linguaggio della dichiarazione di scuse, erano stati accettati degli «input» da parte del governo di Seoul. In aggiunta, il rapporto sollevava alcuni dubbi sulle testimonianze rese da alcune delle «donne di conforto» ancora in vita, essendo mancata una verifica puntuale della veridicità delle loro dichiarazioni.[74] Dal punto di vista di Seoul, già il solo riesame della «dichiarazione» era da ritenersi deplorevole di per sé; mentre il tentativo di «annacquarla» – sollevando dubbi oltre che sulla procedura, anche sulla sostanza – risultava come un’ennesima dimostrazione dell’indisponibilità del Giappone a fare i conti con il proprio passato imperialista. Né le rassicurazioni del portavoce del governo Suga, né il gesto di Abe, che aveva affermato di non voler ricusare formalmente la «dichiarazione», soprattutto per le conseguenze che un gesto di tal fatta avrebbe potuto avere nei rapporti con Seoul – e con gli Stati Uniti – erano però sufficienti a calmare gli animi.[75]

Il secondo incidente «diplomatico» fra Giappone e Corea del sud era relativo alla denuncia da parte di un gruppo civico conservatore sudcoreano e alla successiva incriminazione per diffamazione del giornalista giapponese Kato Tatsuya, allora a capo della redazione di Seoul del quotidiano di destra «Sankei Shimbun». Il 3 agosto, la versione online del «Sankei Shimbun» aveva pubblicato un articolo di Kato Tatsuya sulla presunta irreperibilità della presidente Park Geun-hye nel giorno del disastro della Sewol. Nell’articolo si riportavano alcune voci circolate in Corea del sud – e riprese in primis dal quotidiano «The Chosun Ilbo», senza che vi fosse stata la benché minima smentita – secondo le quali la presidente si trovava in una località non definita in compagnia di un uomo (un ex assistente della presidente Park, fresco di divorzio).[76] Il giornalista veniva formalmente incriminato, senza essere arrestato, l’8 ottobre 2014 e sottoposto ad una limitazione nei movimenti, incluso il divieto di lasciare la Corea del sud (divieto che era ancora in vigore alla fine dell’anno sotto esame). L’intera vicenda, oltre ad incidere sui già delicati rapporti con il Giappone, sollevava numerose critiche sull’effettiva libertà di stampa nel paese, che già negli anni passati era stata fatta oggetto di attacchi e di restrizioni.[77]

4.3 L’offensiva dello charme di Pyongyang

L’anno sotto esame vedeva la diplomazia nordcoreana insolitamente molto attiva, a tratti frenetica, su molteplici fronti grazie all’attivismo di diversi esponenti del governo nordcoreano, ma, in particolare, del nuovo ministro degli Esteri, Ri Su-yong. Fin dal principio Ri si era rivelato come un ministro degli Esteri un po’ fuori dagli schemi: non una semplice figura di rappresentanza come tanti altri che lo avevano preceduto, ma un abile politico che si faceva apprezzare per le sue doti diplomatiche. Le prime missioni lo vedevano impegnato in Africa (Etiopia e Sud Africa) e in Medio Oriente (Kuwait, Qatar e Siria). In particolare, a Damasco Ri incontrava, tra gli altri, il presidente siriano Bashar al-Assad, in un evidente tentativo non solo di aumentare la cooperazione tra i due paesi in svariati campi (in primis quello economico), ma anche e soprattutto di rafforzare lo storico sodalizio tra i due paesi.[78] Ben più impegnativo era senza dubbio il tour estivo effettuato nel Sud-est asiatico, che prevedeva tappe in Laos, Vietnam, Indonesia e Singapore, oltre che in Myanmar, per presenziare all’incontro dell’Asean Regional Forum a Nay Pyi Taw, il 10 agosto 2014. Il summit dell’ARF costituiva in assoluto il primo appuntamento di carattere multilaterale al quale prendeva parte Ri dalla sua nomina. La presenza di Ri aveva due motivazioni: la prima era quella di presenziare ad una discussione in cui si parlava del programma nucleare nordcoreano, essendo questo incluso tra i punti all’ordine del giorno del Forum; la seconda era la necessità di ampliare il raggio d’azione della diplomazia nordcoreana, come rivelavano gli incontri bilaterali a margine dell’ARF – almeno dieci, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa di stato della Corea del nord «KCNA».[79]

Il corteggiamento dell’ASEAN – da sempre ritenuta «neutrale» e «amichevole» verso il regime nordcoreano – poteva tornare utile al fine di espandere il raggio d’azione della diplomazia di Pyongyang. In effetti, al di là della Cina Popolare (pre-Xi Jinping), l’ASEAN era uno dei pochi interlocutori con cui la Corea del nord potesse ancora ricevere il «benvenuto», grazie soprattutto ai solidi legami con buona parte dei paesi che ne facevano parte, costruiti nei decenni precedenti.[80] Peraltro, Pyongyang intratteneva con l’ASEAN dei legami robusti anche sotto il profilo economico-commerciale, che, senz’altro, il viaggio di Ri aveva intenzione di rafforzare ulteriormente.[81]

Una delle tappe più interessanti del tour nel Sud-est asiatico era quella in Indonesia, dove il ministro degli Esteri nordcoreano presentava una «proposta concreta» al suo omologo indonesiano che includeva, tra l’altro, la disponibilità per una ripresa del «dialogo a sei». I resoconti della visita a Giacarta lasciavano intendere che l’Indonesia avrebbe potuto agire da intermediario tra la Corea del nord e gli altri paesi partecipanti al «dialogo» (Corea del sud, Stati Uniti, Cina, Russia e Giappone), date le ottime relazioni che l’Indonesia intratteneva con ognuno di essi.[82] Nell’accogliere la proposta di Ri, l’Indonesia si prefiggeva dunque di perorare le ragioni della Corea del nord in Asia e di cercare di integrarla nella comunità internazionale, avvantaggiandosene soprattutto in termini di prestigio internazionale.[83]

Altrettanto impegnativo per la diplomazia nordcoreana era il mese di settembre, che vedeva, da un lato il segretario per gli affari internazionali del Partito dei lavoratori coreani, Kang Sok-ju, impegnato in un raro tour europeo[84] e, dall’altro, il ministro degli Esteri in visita prima a Teheran (per presenziare alla 53a sessione dell’Organizzazione legale consultiva Asia Africa) e, successivamente, a New York, dove Ri teneva un discorso in occasione della 69a sessione dell’assemblea generale dell’ONU (il primo di un ministro degli Esteri nordcoreano dopo 15 anni). Quest’ultima mossa da parte del governo di Pyongyang era da intendersi come un tentativo di rompere l’isolamento diplomatico in cui versava il paese, anche e soprattutto in seguito alle accuse dell’ONU di violazione dei diritti umani da parte della Corea del nord. Le accuse erano state fatte in un rapporto di ben 372 pagine, redatto dal comitato per i diritti umani dell’ONU, pubblicato il 17 febbraio 2014. Secondo il rapporto, la Corea del nord «aveva commesso e stava commettendo abusi sui diritti umani dei propri cittadini» e che la «gravità, la scala e la natura di quegli abusi non aveva paragoni nel mondo contemporaneo».[85]

Il ministro degli Esteri nordcoreano cercava di impedire l’approvazione di una risoluzione sponsorizzata dalla UE e dal Giappone di condanna della Corea del nord, basata sul rapporto appena citato, attraverso un abile discorso. Questo era articolato in diversi punti che andavano dal modello di riunificazione per la penisola coreana, al rifiuto di ogni tentativo di strumentalizzazione della questione dei diritti umani per favorire un cambio di regime.[86] Ciò nonostante la risoluzione veniva approvata dapprima, a novembre, dal comitato per i diritti umani dell’ONU (con 111 sì, 19 no e 55 astensioni)[87] e, successivamente, il 16 dicembre, dall’assemblea generale con 116 sì, 20 no e 53 astensioni.[88] Vale la pena di osservare come, da un decennio a questa parte, l’assemblea generale dell’ONU abbia più volte approvato risoluzioni contro le violazioni dei diritti umani in Corea del nord; tuttavia, quella approvata il 16 dicembre 2014 era senza dubbio la più dura. Quest’ultima raccomandava, infatti, al consiglio di sicurezza l’adozione di sanzioni mirate contro i presunti responsabili degli abusi e addirittura caldeggiava l’ipotesi di deferimento alla corte penale internazionale dei leader nordcoreani. Ipotesi, tuttavia, quanto mai remota, visto e considerato che, all’indomani della pubblicazione del rapporto, sia la Russia che la Cina avevano assunto un atteggiamento di difesa nei confronti del regime nordcoreano, votando «no» in entrambi i casi.

Per quanto non vincolante, l’approvazione della risoluzione costituiva un chiaro messaggio circa la preoccupazione della comunità internazionale per la condizione dei diritti umani nella Corea del nord. A sua volta, l’approvazione della risoluzione era sufficiente affinché il regime di Pyongyang potesse essere sottoposto a ulteriori pressioni su molteplici altri fronti. La riprova era contenuta nel fatto che già il 22 dicembre 2014, appena sei giorni dopo l’approvazione della risoluzione dell’assemblea generale, la questione dei diritti umani nella Corea del nord veniva inserita nell’ordine del giorno della riunione del consiglio di sicurezza. Anche in questa occasione si registrava la forte opposizione di Cina e Russia, secondo le quali la competenza spettava al consiglio per i diritti umani dell’ONU e non al consiglio di sicurezza.

L’intera vicenda della messa sotto accusa della Corea del nord in sede ONU vanificava, in un certo qual modo, gli sforzi diplomatici profusi dal governo di Pyongyang in quella che alcuni studiosi avevano ribattezzato «offensiva della pace». Questa «offensiva» si era concretizzata con l’annuncio di Ri Su-yong all’ONU che il suo paese era pronto ad intavolare un «dialogo sui diritti umani con paesi non ostili ad esso»,[89] e con quella analoga di Kang Sok-ju, all’UE, espressa durante la visita da lui fatta a Bruxelles in ottobre.[90] E ancora, sempre nell’ambito dell’«offensiva», si è potuto registrare l’ammissione da parte di un funzionario nordcoreano del ministero degli Esteri, specificatamente incaricato di gestire le questioni relative all’ONU, dell’esistenza nel suo paese di «campi di riforma attraverso il lavoro», all’interno dei quali «le persone vengono migliorate attraverso la loro mentalità e guardando alle proprie malefatte».[91]

Analogamente, l’«offensiva della pace» del governo di Pyongyang aveva interessato anche gli Stati Uniti d’America, concretizzandosi nel rilascio, tra ottobre e novembre, di tre cittadini statunitensi detenuti nel paese, due dei quali venivano consegnati l’8 novembre nelle mani del direttore del National Intelligence americana, recatosi a Pyongyang.[92]

Se è vero che gli sforzi diplomatici profusi dal governo di Pyongyang nel corso del 2014 avevano avuto lo scopo di aprire una breccia nell’isolamento del paese, al fine di evitare una presa di posizione dura da parte della comunità internazionale in merito agli abusi sui diritti umani, denunciati nel rapporto dell’ONU, appare chiaro però come lo scopo dell’«offensiva dello charm» nordcoreana fosse anche un altro. Vi era, infatti, il tentativo di diversificare i propri rapporti internazionali politico-economico-diplomatici, rafforzando alleanze vecchie e nuove, al fine di controbilanciare l’inesorabile deterioramento dei rapporti con Pechino.[93] Secondo John Delury, della Yonsei University, la Corea del nord stava uscendo, infatti, da un periodo in cui era stata «esageratamente» dipendente da Pechino sotto ogni punto di vista; e, per realizzare tale obiettivo, necessitava di trovare nuove sponde a cui potersi appoggiare.[94] Ciò era particolarmente evidente, oltre che nel corteggiamento dei paesi ASEAN, anche e soprattutto nel notevole rafforzamento dell’alleanza con Mosca, nonché nella grande apertura nei confronti di Tokyo.

4.4. L’abbandono di Pechino e il corteggiamento di Mosca e Tokyo da parte di Pyongyang

All’indomani dell’esecuzione di Chang Song-thaek, avvenuta nel dicembre del 2013, i rapporti tra Pyongyang e Pechino avevano conosciuto un drastico peggioramento. Per la verità, tale peggioramento era solo una svolta particolarmente evidente in un percorso di deterioramento già avviato negli anni precedenti, ma che, dopo il dicembre del 2013, sembrava essere diventato sempre più rapido. Nel corso dell’anno in esame, i rapporti tra Cina e Corea del nord sembravano essersi ridotti al minimo, come emerge da alcuni episodi di secondaria importanza, ma carichi di significato simbolico, verificatisi soprattutto a ridosso e a seguito della «storica» visita di Xi Jinping in Corea del sud. Fra questi vi erano: la mancata pubblicazione da parte di Pyongyang del messaggio annuale di commemorazione dell’anniversario del trattato di amicizia con la Cina del 1961 (che cadeva l’11 luglio); la mancata partecipazione da parte degli ufficiali di stanza presso l’ambasciata nordcoreana a Pechino alla cerimonia commemorativa della nascita dell’Esercito popolare di liberazione (1° agosto);[95] l’omissione (per la prima volta), nel messaggio di auguri inviato da Pyongyang ai vertici di Pechino per l’anniversario della fondazione dell’RPC, del riferimento all’«amicizia speciale» che lega le due nazioni (una frase coniata dal padre della patria, Kim Il-sung, e da allora sempre inserita nei messaggi formali fra Pechino e Pyongyang);[96] il mancato invito alla Cina di prendere parte alla cerimonia di commemorazione del terzo anniversario della morte di Kim Jong-il (tenuta il 17 dicembre).[97]

Altri segnali inviati dalla Corea del nord a Pechino avevano il medesimo significato. In un editoriale comparso a luglio sul «Rodong Sinmun», un giornale ufficiale che rifletteva le vedute del governo nordcoreano, la Cina veniva definita a chiare lettere «un Paese senza più principi, borghese e decadente».[98] La critica, inserita in un editoriale ad ampio raggio sullo «stato del mondo», rifletteva molto probabilmente la delusione del regime per la decisione di Xi di recarsi in vista di stato a Seoul, prima ancora che a Pyongyang; ma, di fatto, faceva seguito ad un’altra presa di posizione analoga da parte del governo di Pyongyang. Di significato analogo era quanto riportato dal «News Focus International» il 2 giugno 2014, secondo cui il comitato centrale del Partito dei lavoratori coreano aveva emesso un decreto interno ordinando ai funzionari nordcoreani di «abbandonare il sogno cinese», e alle compagnie di stato colpite dalle sanzioni di ridurre la loro dipendenza dalla Cina e di accelerare i loro scambi con la Russia e con altre nazioni.[99]

La Corea del nord sembrava quindi prendere atto della «scelta» di Xi Jinping, facendo a sua volta le proprie scelte, che la portavano ad avvicinarsi sempre di più a Mosca e a riaprirsi al Giappone. Così facendo, si assicurava, dal fronte russo, aiuti e investimenti, oltre alla cancellazione del 90% del proprio debito; dal fronte nipponico otteneva, invece, un alleggerimento delle sanzioni, in cambio della ripresa del dialogo circa la sorte dei giapponesi rapiti da agenti segreti nordcoreani tra gli anni Settanta e Ottanta.

4.4.1. Le relazioni Pyongyang-Mosca

Con la Russia, il 2014 era iniziato nel migliore dei modi. Il 18 aprile, infatti, la Duma ratificava un accordo siglato tra Mosca e Pyongyang il 18 settembre del 2012, che prevedeva la cancellazione del 90% del debito nordcoreano (pari a circa 10 miliardi di dollari) accumulato in epoca sovietica e la ristrutturazione e reinvestimento del rimanente 10% in progetti russi in Corea del nord.[100] Tra i progetti previsti, in primis vi era la costruzione di un gasdotto che sarebbe dovuto arrivare fino in Corea del sud, del quale i due paesi avevano iniziato a parlare già dall’agosto del 2011, in occasione del vertice di Ulan-Ude tra Kim Jong-il e Dmitri Medvedev.[101]

Nel corso dell’anno, fatto alquanto inusuale, erano ben tre i dignitari nordcoreani di alto livello che compivano delle visite ufficiali in Russia. La prima, quella del presidente del Presidium del parlamento, Kim Yong-nam, in mera funzione di rappresentanza in occasione della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali di Sochi, costituiva un’occasione per rinsaldare l’amicizia tra i due paesi. Tra l’altro, i due paesi erano in procinto di festeggiare il 65° anniversario delle loro relazioni diplomatiche ufficiali. Vale la pena notare che la notizia dell’anniversario veniva riportata dai media di stato nordcoreani, mentre quella relativa alle relazioni con la Cina veniva taciuta.

La seconda visita, nel mese di settembre, da parte del ministro degli Esteri, Ri Su-yong, aveva lo scopo, oltre che di rafforzare i legami e sviluppare ulteriormente la cooperazione economica bilaterale, anche e soprattutto di discutere potenziali opportunità di investimento, in primis nel settore dell’agricoltura. In questo senso la visita si rivelava particolarmente fruttuosa. Ri Su-yong si incontrava sia con esponenti di spicco del governo di Mosca (incluso il suo omologo russo Sergei Lavrov), sia con alcuni rappresentanti e governatori delle remote regioni orientali, siglando numerose intese, tra cui un protocollo d’intesa con il ministro dell’Agricoltura e accordi di investimento per lo sviluppo delle regioni orientali.[102]

La terza visita, ben più importante, vedeva Choe Ryon-hae recarsi in Russia in veste di «inviato speciale» di Kim Jong-un. Si trattava di una mossa rara da parte del governo nordcoreano (circa un anno e mezzo prima, Choe era stato inviato nella medesima veste a Pechino), che veniva interpretata come il tentativo di preparare il terreno per una possibile visita dello stesso Kim a Mosca, la prima in assoluto del giovane leader nordcoreano all’estero. Di fatto, l’anno si concludeva con un invito ufficiale da parte di Vladimir Putin al leader nordcoreano, per recarsi a Mosca nel maggio 2015, in occasione delle cerimonie di commemorazione del settantesimo anniversario della fine della seconda guerra mondiale.[103] L’iniziativa di Mosca contribuiva a mettere ancor più in evidenza le distanze tra Pyongyang e Pechino, soprattutto in considerazione del fatto che, fino ad allora, la Cina non aveva preso in considerazione una simile ipotesi e che un eventuale viaggio di Kim Jong-un a Pechino fosse da escludersi nell’immediato futuro.[104]

Nell’incontrare il presidente russo, il 19 novembre 2014, Choe gli consegnava una lettera personale del presidente nordcoreano e si faceva latore dell’intenzione del governo di Pyongyang di promuovere la partnership con Mosca al livello più elevato entro il 2015.[105] La visita di Choe dava adito inevitabilmente a numerose speculazioni sulle reali motivazioni che si celavano dietro la scelta di Pyongyang. Le spiegazioni che venivano fornite erano almeno tre. La prima era che Pyongyang stesse tentando di contrastare il suo isolamento sulla scena internazionale, in un momento in cui l’assemblea generale dell’ONU era intenta a votare la risoluzione che denunciava i suoi presunti abusi della Corea del nord contro l’umanità; in secondo luogo la visita appariva come un tentativo evidente da parte di entrambi i governi di indurire il rispettivo atteggiamento nei confronti di Washington. La Russia di Putin, infatti, era esposta anch’essa alle sanzioni internazionali a causa delle vicende ucraine. Infine, si trattava per Pyongyang di un’occasione importante per discutere della questione del nucleare con Mosca. Molto probabilmente Choe aveva chiesto il sostegno di Mosca per il riconoscimento del suo paese come «stato nucleare» e aveva discusso sulle misure da adottare per favorire la ripresa senza precondizioni del «dialogo a sei». In breve, la missione di Choe aveva sia l’obiettivo di aprire una breccia nell’isolamento internazionale della Corea del nord sia di esprimere un certo livello di insoddisfazione del proprio governo nei confronti degli Stati Uniti. Inoltre, costituiva una chiara conferma della determinazione di Pyongyang di continuare a sviluppare il proprio programma nucleare.[106]Viceversa, per Mosca, il rafforzamento dei legami con Pyongyang era parte integrante del cosiddetto «pivot to Asia» di Putin, una strategia che si prefiggeva di fare pressioni sui paesi dell’UE e degli Stati Uniti al fine di ammorbidirli sulla crisi ucraina.[107]

4.4.2. Le relazioni tra Pyongyang e Tokyo

Per quanto attiene alle relazioni della Corea del nord con il Giappone, si assisteva ad una grande apertura nei confronti del governo di Abe Shinzō, che si concretizzava in una serie di incontri per la ripresa del dialogo (interrotto alla fine del 2012) sulla delicata questione dei cittadini giapponesi rapiti da agenti segreti della Corea del nord, a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta. Come è noto, l’esistenza del programma in questione era stata ammessa per la prima volta da Pyongyang solo nel 2002, in occasione dello «storico» viaggio del primo ministro Koizumi Junichiro in Corea del nord (con Abe Shinzō al suo fianco in veste di capo di gabinetto) e, da allora, la soluzione del problema aveva rappresentato la condicio sine qua non per il miglioramento dei rapporti tra i due paesi. La questione riguardava le sorti di ben 17 persone (12 secondo il governo nordcoreano), 5 delle quali erano ritornate in Giappone all’indomani della visita di Koizumi; le altre, secondo Pyongyang, erano in parte decedute, in parte non risultavano essere mai entrate nel paese.

La ripresa del dialogo era stata anticipata da un importante avvenimento verificatosi nella capitale mongola tra il 10 e il 14 marzo, quando i genitori di Yokota Megumi – la più giovane tra le vittime del programma, rapita nel 1977 a soli tredici anni mentre usciva da scuola – potevano incontrarsi con la nipote Kim Eun-gyong, nata da una sua relazione con un sudcoreano, anch’egli rapito e portato nella Corea del nord.[108] L’incontro aveva richiesto una lunga preparazione ed era stato reso possibile grazie all’intercessione della Mongolia, che confermava così il suo ruolo di intermediario nei rapporti tra Giappone e Corea del nord.[109] Esso era stato preceduto da una serie di incontri preparatori informali, che avevano avuto luogo fin dall’ottobre dell’anno precedente, in Cina e in Vietnam.[110]

A fine marzo, i rappresentanti dei due paesi avevano l’occasione di riavviare il dialogo per la risoluzione della questione, a margine di un incontro tra le rispettive società della Croce Rossa. In un successivo appuntamento, a Stoccolma, tra il 26 e il 28 maggio, le due parti siglavano un accordo (cosiddetto «accordo di Stoccolma»), in base al quale Pyongyang si impegnava a favorire la ripresa delle indagini sulle sorti dei cittadini giapponesi rapiti, partendo dalla creazione di un «comitato investigativo speciale»; dal canto suo, il Giappone acconsentiva a revocare alcune delle sanzioni imposte unilateralmente alla Corea del nord nel 2006, all’indomani del primo test nucleare. Tokyo, però, non cedeva alle richieste nordcoreane di bloccare la vendita dei locali che avevano ospitato la sede dell’associazione generale dei coreani residenti in Giappone – cosiddetta Chongryon – che aveva funzionato per lungo tempo come una sorta di ufficio di rappresentanza dei nordcoreani in Giappone.[111]

È interessante osservare come l’accordo siglato nella capitale svedese ampliasse il raggio delle indagini, dalle «vittime dei rapimenti» e dalle «persone scomparse», come previsto in un precedente accordo dell’agosto 2008, a «tutti i giapponesi, inclusi i resti e le tombe dei cittadini di nazionalità giapponese, i giapponesi rimanenti, le spose giapponesi, le vittime dei rapimenti e le persone scomparse»,[112] portando il numero ben oltre le 17 presunte dei rapimenti.

L’accordo in questione diventava effettivo il 1° luglio, in coincidenza con il summit tra Xi Jinping e Park Geun-hye, quando Tokyo revocava alcune delle sanzioni «simboliche» imposte unilateralmente nel 2006. Tra queste figuravano le restrizioni ai viaggi da e per la Corea del nord, il trasferimento di fondi, il divieto alle navi nordcoreane di fare scalo nei porti giapponesi per motivi umanitari. In particolare, Tokyo alzava il tetto sui trasferimenti di denaro tra i due paesi da 3 a 30 milioni di yen, consentendo alla comunità nippo-coreana di aiutare i connazionali bisognosi nella propria terra d’origine; eliminava il divieto di ingresso nel paese dei titolari di passaporto della Corea del nord e consentiva la ripresa delle spedizioni di beni umanitari, quali cibo e medicine.[113] Come si può notare, quelle revocate erano sanzioni con un impatto economico minimo, la cui eliminazione era giustificata da motivazioni di carattere umanitario. Per questo motivo, la decisione di Tokyo contribuiva a rassicurare, almeno in parte, quanti, soprattutto negli USA e in Corea del sud, avevano temuto che l’accordo indebolisse la partecipazione del Giappone all’azione di diplomazia collettiva, volta a contrastare la proliferazione nucleare nella penisola coreana. In ogni caso, la mossa di Tokyo aveva evidenziato il mancato coordinamento fra le parti coinvolte nella gestione della questione della penisola coreana, tanto più che un accordo analogo era già stato siglato nel 2008, senza portare a risultati concreti.[114]

Una seconda riunione, ai primi di settembre in Cina, che avrebbe dovuto fornire maggiori informazioni sugli esiti delle indagini da parte della commissione speciale istituita da Pyongyang, attraverso la consegna di un primo rapporto, si concludeva invece con molti interrogativi (e molte critiche), da parte giapponese, per la mancata consegna del rapporto, ma con un «importante» invito per una delegazione ufficiale giapponese a Pyongyang. Abe Shinzō, superate le remore, che derivavano dalle forti pressioni da parte di una componente del governo, oltre che da parte delle famiglie interessate, sceglieva di accettare l’invito e inviava una delegazione, capeggiata da Ihara Junichi, direttore generale dell’ufficio per gli affari dell’Asia e dell’Oceania del ministero degli Affari Esteri. Il segretario generale del gabinetto giapponese, Suga Yoshihide, si esprimeva in maniera molto chiara a proposito della visita, la prima del genere in dieci anni, mettendo in evidenza quelle che erano le aspettative di Tokyo: «Cercheremo di usare questa visita a Pyongyang per dire con forza a chi di dovere che questa questione è per noi una priorità. Vogliamo che la Corea del nord spieghi a che punto sono le indagini sui nostri concittadini. Vogliamo che siano sinceri nella risposta».[115] In effetti, nei due giorni di incontri (28-29 ottobre 2014), la delegazione giapponese aveva modo di apprezzare i notevoli passi in avanti compiuti dal governo nordcoreano e, soprattutto, l’apparente serietà nella conduzione delle indagini. Durante la prima giornata di incontri, ai media giapponesi era consentito di riprendere i primi momenti dell’incontro e di riportare così la partecipazione di So Tae-ha, il vice ministro dei Servizi per la Sicurezza dello Stato, che, a detta di alcuni osservatori, era di per sé sufficiente ad avvalorare la determinazione di Kim Jong-un nella risoluzione della questione. Ai media giapponesi venivano inoltre mostrati gli uffici che ospitavano la sede della commissione d’inchiesta e a la targa, che, in coreano e in inglese li identificava come tali, a riprova del fatto che, questa volta, il governo nordcoreano era intenzionato a condurre un’indagine sistematica e, se necessario, prolungata nel tempo sull’intera questione.[116]

Sul finire dell’anno, tuttavia, il processo sembrava arenarsi, oltre che a causa del rallentamento determinato dalla mancata presentazione da parte di Pyongyang del primo rapporto, rimandata sine die,[117] anche e soprattutto per via della condanna della Corea del nord da parte dell’assemblea generale dell’ONU sulla questione della violazione dei diritti umani (fra i cui sponsor, come già detto, vi era il Giappone).

Vale la pena sottolineare come nel rapporto della commissione di inchiesta dell’ONU, alla sezione Abductions and enforced disappereances from other countries, veniva dichiarato che: «Al di là dell’ammissione del rapimento di 13 cittadini giapponesi da parte di agenti dello Stato, la Repubblica popolare democratica di Corea non ha mai adeguatamente sconfessato la pratica dei rapimenti internazionali».[118] E, ancora, nel rapporto si sosteneva che «la vasta maggioranza dei rapimenti e scomparse forzate è legata alla guerra di Corea e al movimento organizzato (di rimpatrio) dei coreani dal Giappone che ha preso avvio nel 1959».[119]

La reazione delle autorità di Pyongyang trovava espressione in dure parole di condanna e di minaccia contro il Giappone da parte della commissione di difesa nazionale nordcoreana. «Il Giappone – affermava quest’ultima – dovrebbe tenere a mente che se continua a comportarsi così, sparirà una volta per sempre dalla mappa del mondo».[120] Tuttavia, significativamente, la commissione nordcoreana non menzionavano il dialogo sulla questione dei rapimenti e, soprattutto, non minacciava l’interruzione delle indagini in corso. Il che lasciava ben sperare per la prosecuzione della collaborazione bilaterale in questo ambito.

In 2014, in South Korea, the year under review turned into a negative watershed for Park Geun-hye’s presidency. In part, this was not only the consequence of national disasters, but also of deep-rooted bad practices of South Korean political leadership, such as corruption, collusion between public and private officials and the failure of control mechanisms. In North Korea, one of the key events was represented by the elections of the Supreme People’s Assembly (SPA), the first since Kim Jong-un’s ascent to power. The elections were useful in evaluating the new power structures of the North Korean regime. Furthermore, considering their peculiar characteristics, with only one name in each ballot, they became a sort of political ‘census’ of the population, useful to test the level of loyalty to the regime.

Regarding inter-Korean relations, these followed a pattern which, by now, has become usual: after a partial thaw marked by family reunions at the beginning of the year, they suddenly worsened.

As for international relations, in the South a trend of very active diplomacy, already started in the first year of Park Geun-hye’s administration, was consolidating, and partly compensated for the difficulties on the domestic front. Among the various official visits made by the South Korean president − all of which had mainly economic goals – the one carried out in Central Asia was of particular relevance, helping to strengthen the ‘Eurasian initiative’ proposal, presented for the first time in October 2013, during the international conference on Global Cooperation in the Era of Eurasia. Meanwhile, Seoul continued to strengthen its cooperation with Beijing, marked in 2014 by Chinese President Xi Jinping’s ‘historic’ visit, which, although successful, also highlighted some limitations in the China–South Korea partnership. Relations with Japan continued to be very tense, even if the year under review registered a few positive signs, to the relief of Washington.

On December 29, an important agreement for the exchange of military information was signed by the United States and its two main Asian allies: Japan and South Korea. Interestingly, 2014 also witnessed North Korea’s unusual diplomatic activism, thanks especially to the newly appointed Foreign Minister, Ri Su-yong. There were basically two reasons behind this charm offensive or peace offensive, as some observers named it. First, Pyongyang needed to breach the international isolation which affected the country, especially after it was accused by the international community of serious human rights violations because of a report published in February by a UN investigation committee. Second, the new activism aimed at strengthening old alliances and building up new ones, to counterbalance the continuing deterioration of Pyongyang’s relations with Beijing.

On the economic front, the year registered no major significant changes. The anticipated growth rate of South Korea’s GDP, fixed by the Bank of Korea at 3.8%, was fully respected, confirming the country’s place among the strongest Asian economies. As for North Korea, the positive trend of recent years continued, although the continuing deterioration in the country’s relations with Beijing puts in doubt whether, and for how long, Pyongyang will be able to sustain this positive trend.

* Marco Milani è autore dei paragrafi 2 e 3, mentre i paragrafi 1 e 4 sono di Barbara Onnis

 

[1] South Korea’s economic growth picks up in Third Quarter, in ‘The Wall Street Journal’, 23 ottobre 2014 (http://www.wsj.com).

[2] Can North Korea’s Economy Endure China’s Slowdown?, in ‘The Diplomat’, 13 giugno 2014 (http://thediplomat.com/2014/06/can-north-koreas-economy-endure-chinas-slowdown); This chart shows how North Korea gets away with such bad behavior, in ‘Vox’, 17 dicembre 2014 (http://www.vox.com/2014/12/1/7214579/north-korea-trade-china).

[3]   Park’s Approval Ratings Settle in Mid-50% Range, in ‘The Chosun Ilbo’, 19 dicembre 2013 (http://english.chosun.com/site/data/html_dir/2013/12/19/2013121901514.html).

[4] Sondaggi riportati in: The reasons behind Pres. Park’s strong approval rating, ‘Hankyoreh’, 25 febbraio 2014(http://www.hani.co.kr/arti/english_edition/e_national/625721.html).

[5] Marco Milani e Barbara Onnis, La penisola coreana: tra «facce nuove» ed un continuo déjà vu, ‘Asia Maior 2013’, pp. 377-378.

[6] South Korea: At Least 10 Die as Resort’s Roof Collapses, in ‘The New York Times’, 17 febbraio 2014 (http://www.nytimes.com).

[7] Heavy snow, human error cause fatal cave-in, in ‘The Korea Times’, 18 febbraio 2014 (http://koreatimes.co.kr/www/news/nation/2014/02/113_151869.html).

[8] Charlie Campbell, Reports: The South Korean Ferry Sank Because It Was Dangerously Overloaded, in ‘Time’, 2 maggio 2014.

[9]  South Korea ferry: Messages from a sinking ship, in ‘BBC News Asia’, 17 aprile 2014 (http://www.bbc.com/news/world-asia-27045924).

[10] Vice-principal of South Korea school in ferry disaster commits suicide, in ‘Reuters’, 18 aprile 2014 (http://www.reuters.com).

[11] Yu Sung-hae, 세월호 ‘학생 전원 구조‘ 최초 오보는 MBC… ? [MV Sewol «All Students Rescued’ First Misreport made by MBC»… Why?], in ‘OhmyNews’, 21 maggio 2014 (http://www.ohmynews.com/NWS_Web/View/at_pg.aspx?CNTN_CD=A0001994002).

[12] Choe Sang-hun, Errors Mounted as Chaos Ruled Capsizing Ferry, in ‘The New York Times’, 20 aprile 2014 (http://www.nytimes.com).

[13] Nam In-soo, South Korea Ferry Probe: Cargo Was Three Times Recommended Maximum, in ‘The Wall Street Journal’, 23 aprile 2014 (http://www.wsj.com).

[14] Choe Sang-hun, 4 Employed by Operator of Doomed South Korean Ferry Are Arrested, in ‘The New York Times’, 6 maggio 2014 (http://www.nytimes.com).

[15] Prime Minister berated by families of Sewol victims, in ‘The Korea Herald’, 18 aprile 2014 (http://www.koreaherald.com/view.php?ud=20140417000784).

[16] South Korea prime minister resigns over ferry disaster response, in ‘CNN’, 27 aprile 2014 (http://http://edition.cnn.com).

[17] Milani e Onnis, La penisola coreana: tra «facce nuove» ed un continuo déjà vu cit., pp. 385-386.

[18] President’s apology, in ‘The Korea Times’, 29 aprile 2014 (http://www.koreatimes.co.kr/www/news/opinon/2014/04/202_156357.html).

[19] KBS Sewol was staged, reporters admit, in ‘The Korea Times’, 8 maggio 2014 (http://www.koreatimes.co.kr/www/news/nation/2014/05/113_156833.html).

[20] Choe Sang-hun, South Korea to Disband Coast Guard, Leader Vows, in ‘The New York Times’, 18 maggio 2014 (http://www.nytimes.com).

[21] A. Gale, South Koreans’ Confidence in Presidency Falls Further, in ‘The Wall Street Journal’, 25 luglio 2014 (http://www.wsj.com).

[22] Prime minister nominee withdraws, in ‘Korea JongAng Daily’, 29 maggio 2014 (http://koreajoongangdaily.joins.com/news/article/article.aspx?aid=2989856).

[23] Lee Kyung-min, Korea – Republic of accidents, in ‘The Korea Times’, 19 ottobre 2014 (http://www.koreatimes.co.kr/www/news/nation/2014/10/116_166576.html).

[24] La «legge sul nome reale» veniva approvata nel 1993 dal governo di Kim Young-sam per porre fine alla pratica, molto diffusa in Corea del sud, di effettuare transazioni finanziarie anonime o sotto falso nome per evadere il fisco e riciclare denaro sporco o derivante dalla corruzione; per ulteriori approfondimenti si veda: Lee Jongsoo, The Real Name Financial System and the Politics of Economic Reform in the Republic of Korea, in ‘Pacific Focus’, 10, 1, 1995, pp. 101-128.

[25] South Korea court orders breakup of left-wing party, in ‘Reuters’ 18 dicembre 2014 (http://www.reuters.com).

[26] Milani e Onnis, La penisola coreana: tra «facce nuove» ed un continuo déjà vu cit., pp. 377-378.

[27] Chang Song-thaek, marito di Kim Kyong-hui, sorella di Kim Jong-il, era stato accusato nel dicembre del 2013 di attività controrivoluzionarie ed anti-partitiche, fra cui corruzione e appropriazione indebita, e giustiziato il 13 dicembre 2013, in seguito alla sentenza di condanna da parte di un tribunale militare speciale. Si veda: Milani e Onnis, La penisola coreana: tra «facce nuove» ed un continuo déjà vu cit., pp. 378-381.

[28] Choe Sang-hun, North Korea uses election to reshape parliament, in ‘The New York Times’, 9 marzo 2014 (http://www.nytimes.com).

[29] M. Madden, DPRK political season: two post mortems, in ‘38north’, 23 aprile 2014 (http://38north.org/2014/04/mmadden042314).

[30] M. Madden, The fall of Choe Ryong-hae, in ‘38north’, 2 maggio 2014 (http://38north.org/2014/05/mmadden050214).

[31] Hwang Pyong So elected vice chairman of DPRK top military body, in ‘Yonhap News Agency’, 28 marzo 2014 (english.yonhap.co.kr).

[32] Choe Ryong-hae Is North Korea’s Number 2… Again, in ‘The Diplomat’, 15 novembre 2014 (http://thediplomat.com/2014/11/choe-ryong-hae-is-north-koreas-number-2-again).

[33] Choe Sang-hun, North Korea Reveals Leader Is ‘Not Feeling Well’, in ‘The New York Times’, 9 marzo 2014 (http://www.nytimes.com).

[34] Kim Yo Jong, in ‘North Korea Leadership Watch’, consultato il 22 dicembre 2014 (https://nkleadershipwatch.wordpress.com/kim-family/kim-yo-jong).

[35] B.R. Myers, The cleanest race: how North Koreans see themselves and why it matters, Melville Publishing House, New York 2010.

[36] R. Frank, A guide to Kim Jong-un’s New Year Speech, in ‘38north’, 2 gennaio 2014 (http://38north.org/2014/01/rfrank010214).

[37] Opening remarks by President Park Geun-hye at the New Year press conference, in «Cheong Wa Dae – Presidential Speeches», 6 gennaio 2014 (http://www.korea.net/Government/Briefing-Room/Presidential-Speeches/view?articleId=117043).

[38] Choe Sang-hun, 2 Koreas to Proceed With Reunions of Families Separated by War, in ‘The New York Times’, 14 febbraio 2014 (http://www.nytimes.com).

[39] 2 Koreas to Meet for More High-Level Talks, in ‘The Chosun Ilbo’, 14 febbraio 2014 (http://english.chosun.com/site/data/html_dir/2014/02/14/2014021401045.html).

[40] Address by President Kim Dae-jung of the Republic of Korea, Lessons of German Reunification and the Korean Peninsula, in ‘Le Monde Diplomatique’, 9 marzo 2000 (http://www.monde-diplomatique.fr/dossiers/coree/A/1904).

[41] Kang Suk Rhee, Korea’s Unification: The Applicability of the German Experience, in ‘Asian Survey’, 33, 4, 1993, pp. 360-375.

[42] Full text of Park’s speech on North Korea, in ‘Yonhap News Agency’, 28 marzo 2014 (english.yonhap.co.kr).

[43] A. Foster-Carter, Trust or Bust: What is Park Geun-hye’s Real Nordpolitik? (Part II), in ‘38north’, 1° aprile 2014 (http://38north.org/2014/04/afostercarter040114).

[44] Tale progetto era stato presentato, per la prima volta, durante il discorso di Park Geun-hye al Congresso degli Stati Uniti l’8 maggio 2013 e ripreso poi in diverse occasioni ufficiali. Il punto centrale consiste nella creazione di un regime di cooperazione multilaterale in Asia Nordorientale, per superare il cosiddetto «paradosso asiatico», che consiste in una crescente interdipendenza economica accompagnata da scarsa cooperazione nei temi politici e di sicurezza. Malgrado gli svariati riferimenti all’iniziativa fatti dalla presidente Park, tale progetto non ha ancora trovato una sua realizzazione pratica.

[45] North denounces Dresden speech, Park, in ‘NK News’, 1° aprile 2014 (http://www.nknews.org/2014/04/north-denounces-dresden-speech-park).

[46] Kim Yongho, Inconsistency or flexibility? The Kim Young Sam government’s North Korea policy and its domestic variants, in ‘International Journal of Korean Unification Studies’, 8, 1999, pp. 225-245.

[47] Top North Korean Officials Make Surprise Visit to South Korea, in ‘The Diplomat’, 4 ottobre 2014 (http://thediplomat.com/2014/10/top-north-korean-officials-make-surprise-visit-to-south-korea).

[48] Ser Myo-ja, North Korean delegation makes a rare visit, in ‘Korea JongAng Daily’, 29 maggio 2014 (http://koreajoongangdaily.joins.com/news/article/article.aspx?aid=2995712).

[49] Remarks by President Park Geun-hye at the 2013 International Conference on Global Cooperation in the Era of Eurasia, 18 ottobre 2013 (http://www.korea.net/Government/Briefing-Room/Presidential-Speeches/view?articleId=115350&pageIndex=3), § 11.

[50] South Korea’s Eurasia Ambitions, in ‘The Diplomat’, 20 agosto 2014 (http://thediplomat.com/2014/08/south-koreas-eurasia-ambitions).

[51] Seoul’s Middle-Power Turn in Samarkanda?, in ‘The Diplomat’, 8 luglio 2014 (http://thediplomat.com/2014/07/seouls-middle-power-turn-in-samarkand).

[52] Milani e Onnis, La penisola coreana: tra «facce nuove» ed un continuo déjà vu cit., pp. 395-396.

[53] Richard Weitz, Seoul Seeks Central Asian Partners, in ‘Eurasia Daily Monitor’, 11, 127, 14 luglio 2014 (http://www.jamestown.org/programs/edm/single/?tx_ttnews%5Btt_news%5D=42623&cHash=e997ca02ecefb4b2ed54b3ce11468c44#.VLVaMyuG-Ck); Park pushed her Eurasia initiative, in ‘Korea Joongang Daily’, 18 giugno 2014 (http://koreajoongangdaily.joins.com/news/article/Article.aspx?aid=2990794).

[54] Karimov supports S. Korean ‘Eurasia initiative’, in ‘Central Asia online’, 18 giugno 2014 (http://centralasiaonline.com/en_GB/articles/caii/newsbriefs/2014/06/18/newsbrief-11); Kazakhstan fully supports South Korea’s Eurasia initiative – Nazarbayev, in ‘Kazinform-International News Agency’, 19 giugno 2014 (http://www.inform.kz/indexeng.html); President Park pays state visit to Turkmenistan, 23 giugno 2014 (http://www.korea.net/NewsFocus/Policies/view?articleId=120121).

[55] Kostantin Asmolov, The Eurasian initiative by the President of South Korea, in ‘New Eastern Outlook’, 28 agosto 2014 (http://journal-neo.org/2014/08/28/rus-evrazijskaya-initsiativa-prezidenta-rk), §§ 4, 6.

[56] Park Sang-seek, The Eurasian initiatives and South Korea, in ‘The Korea Herald’, 19 novembre 2014 (http://www.koreaherald.com/view.php?ud=20141119001129).

[57] Cho Han Bum, President Xi Jinping’s Visit to Seoul and Korea’s Strategic Choice, in ‘KINU Online Series’, CO 14-09, 8 luglio 2014 (http://www.kinu.or.kr/2014/0722/co14-09.pdf), p. 2.

[58] China snubs North Korea with leader’s visit to South Korea, in ‘The Guardian’, 3 luglio 2014 (http://www.theguardian.com/uk).

[59] S. Snyder and Byun See-won, Balancing acts by China and South Korea, in ‘Comparative Perspectives’, 16, 2, settembre 2014 (http://csis.org/files/publication/1402q.pdf), pp. 93-106, in part. pp. 93-4.

[60] Cho Han Bum, President Xi Jinping’s Visit to Seoul cit., pp. 5-7; Yoon Sukjoon, Xi Jinping’s visit to South Korea: Finlandisation or Crimeanisation?, in ‘RSIS Commentary’, 142, 16 luglio 2014 (http://www.rsis.edu.sg/wp-content/uploads/2014/07/CO14142.pdf).

[61] Snyder and Byun See-won, Balancing acts by China and South Korea cit., p. 100.

[62] Ibid., p. 94.

[63] Korea-China summit leaves doubts on efforts to denuclearize N. Korea, in ‘The Korea Herald’, 6 luglio 2014 (http://m.chinapost.com.tw/commentary/2014/07/06/411716/Korea-China-summit.htm); China-South Korea Ties: Moving Beyond North Korea, in ‘The Diplomat’, 4 luglio 2014 (http://thediplomat.com/2014/07/china-south-korea-ties-moving-beyond-north-korea).

[64] South Korea, China Agree on Outline of Free-Trade Deal, in ‘The Wall Street Journal’, 10 novembre 2014 (http://www.wsj.com).

[65] S Korea, China expected to set up military hotline this year: source, in ‘Yonhap News Agency’, 20 luglio 2914 (http://english.yonhapnews.co.kr).

[66] S, Korea, China to begin joint surveillance against illegal fishing, in ‘Yonhap News Agency’, 27 luglio 2014 (http://www.english.yonhap.co.kr); S. Korea, China to launch joint crackdown on illegal fishing, in ‘The Korea Herald’, 8 dicembre 2014 (http://www.koreaherald.com/view.php?ud=20141208000640).

[67] Snyder and Byun See-won, Balancing acts by China and South Korea cit., p. 101.

[68] S.A. Snyder, Can Beijing and Seoul Become Strategic Partners?, in ‘The Diplomat’, 6 luglio 2014 (http://thediplomat.com/2014/07/can-beijing-and-seoul-become-strategic-partners).

[69] South Korea president unimpressed by Japanese PM’s attempt to speak Korean, in ‘South China Morning Post’, 26 marzo 2014 (http://www.scmp.com).

[70] China-Japan-South Korea Hold FTA Despite Political Tension, in ‘The Diplomat’, 5 marzo 2014 (http://thediplomat.com/2014/03/china-japan-south-korea-hold-fta-talks-despite-political-tension).

[71] US, South Korea, Japan Start Sharing Intelligence on North Korea, in ‘The Diplomat’, 30 dicembre 2014, (http://thediplomat.com/2014/12/us-south-korea-japan-start-sharing-intelligence-on-north-korea).

[72] Abe, Park chat briefly in Beijing, agree to advance working-level talks, in ‘The Japan Times’, 11 novembre 2014 (http://www.japantimes.co.jp/news/2014/11/11/national/politics-diplomacy/abe-park-speak-informally-dinner-apec-leaders).

[73] Japan finds Tokyo, Seoul agreed on Comfort Women Apology, in ‘The Wall Street Journal’, 20 giugno 2014 (http://www.wsj.com).

[74] Isole contestate e «donne conforto», tensione nel rapporto tra Tokyo e Seoul, in ‘Il Sole 24ore’, 20 giugno 2014, (http://www.ilsole24ore.com)

[75] How Bad Will South Korea-Japan Relations Get?, in ‘The Wall Street Journal’, 24 giugno 2014 (http://www.wsj.com). Sulla posizione del Giappone sulla questione, si veda anche Giulio Pugliese, Japan 2014: Between a China Question and a China Obsession, in questo stesso volume.

[76] Japan and South Korea: Wars of Words, in ‘The Economist’, 21 agosto 2014 (http://www.economist.com).

[77] Tokyo summons South Korean minister over journalist’s defamation charge, in ‘The Guardian’, 9 ottobre 2014 (http://www.theguardian.com/uk); Freedom of the press in South Korea, in the ‘The Japan Times’, 12 ottobre 2014 (http://www.japantimes.co.jp/opinion/2014/10/12/editorials/freedom-of-the-press-in-south-korea).

[78] DPRK Foreign Minister Meets with Bashar al-Assad, in ‘NK Leadership Watch’, 19 giugno 2014 (https://nkleadershipwatch.wordpress.com/2014/06/19/dprk-foreign-minister-meets-with-bashar-al-assad).

[79] N. Korea’s new foreign minister leaves his mark in international forum, in ‘The Asahi Shimbun’, 13 agosto 2014 (http://ajw.asahi.com/article/asia/korean_peninsula/AJ201408130047).

[80] North Korea’s charm offensive hits Asean, in the ‘Global Times’, 18 agosto 2014 (http://www.globaltimes.cn/content/875779.shtml).

[81] Why North Korea Is Courting Asean, in ‘The Diplomat’, 5 agosto 2014 (http://thediplomat.com/2014/08/why-north-korea-is-courting-asean).

[82] Will Indonesia Save the Six Party Talks?, in ‘The Diplomat’, 16 agosto 2014 (http://thediplomat.com/2014/08/will-indonesia-save-the-six-party-talks).

[83] Ibid.

[84] DPRK delegation to visit Europe, Mongolia, in ‘Xinhua News Agency’, 6 settembre 2014 (http://www.xinhuanet.com/english).

[85] Report of the detailed findings of the commission of inquiry on human rights in the Democratic People’s Republic of Korea A/HRC/25/CRP.1, 17 febbraio 2014 (http://www.ohchr.org/Documents/HRBodies/HRCouncil/CoIDPRK/Report/A.HRC.25.63.doc).

[86] North Korea goes on peace offensive, in ‘Russia News Agency’, 29 settembre 2014 (http://itar-tass.com/en).

[87] Situation of human rights in the Democratic People’s Republic of Korea, A/C.3/69/L.28/Rev.1, 18 novembre 2014 (http://www.un.org/en/ga/third/69/docs/voting_sheets/L.28.Rev.1.pdf)

[88] Situation of human rights in the Democratic People’s Republic of Korea, A/RES/69/188, 18 dicembre 2014 (http://www.globalr2p.org/media/files/n1462852.pdf).

[89] UN secretary general receives letter from N.K. leader, in ‘Yonhap News Agency’, 28 settembre 2014 (http://english.yonhapnews.co.kr).

[90] N. Korea agrees to EU human rights calls, in ‘NK News’, 10 ottobre 2014 (http://www.nknews.org/2014/10/n-korea-agrees-to-eu-human-rights-talks).

[91] North Korea Admits to Labor Camps, in ‘The New York Times’, 7 ottobre 2014 (http://www.nytimes.com).

[92] Latest N.K. Mistery: A Diplomatic Charm Offensive, in ‘The New York Times’, 23 ottobre 2014 (http://www.nytimes.com); D. Pinkston, DNI Clopper’s Rescue Mission to the DPRK, in ‘International Crisis Group’, 14 novembre 2014 (http://blog.crisisgroup.org/asia/2014/11/14/dni-clappers-rescue-mission-to-the-dprk).

[93] North Korean outreach to South East Asia part of regional balancing act, in ‘South China Morning Post’, 17 agosto 2014 (http://www.scmp.com).

[94] Ibid.

[95] S. Snyder and Byun See-won, Balancing acts by China and South Korea cit., p. 97.

[96] Pyongyang: Kim Jong-un dimentica «l’amicizia speciale» fra Corea del Nord e Cina, in ‘Asia News’, 2 ottobre 2014 (http://www.asianews.it/notizie-it/Pyongyang:-Kim-Jong-un-dimentica-l’amicizia-speciale-fra-Corea-del-Nord-e-Cina-32311.html).

[97] China not invited to 3rd anniversary of Kom Jong-il, in ‘Yonhap News Agency’, 8 dicembre 2014 (http://english.yonhapnews.co.kr).

[98] Pyongyang excommunicates China: a decadent and unprincipled country, in ‘AsiaNews.it’, 1° agosto 2014 (http://www.asianews.it/news-en/Pyongyang-excommunicates-China:-a-decadent-and-unprincipled-country-31782.html).

[99] Exclusive: North Korea decrees, ‘Abandon the Chinese dream!’, in ‘New Focus International’, 2 giugno 2014 (http://newfocusintl.com/excslusive-north-korea-decrees-abandon-chinese-dream); Chinese-Style Reform and Opening? Not for North Korea, report says, in ‘The Wall Street Journal’, 3 giugno 2014 (http://www.wsj.com).

[100] Russia writes off 90 percent of North Korea debt, eyes gas pipeline, in ‘Reuters’ 19 aprile 2014 (http://www.reuters.com).

[101] Barbara Onnis, Penisola coreana. La quiete dopo la tempesta, Aspettando il 2012, ‘Asia Maior 2011’, pp. 321-347, in part. p. 330.

[102] N.K. FM wraps up successful trip to Russia, in ‘NK News’, 13 ottobre 2014 (http://www.nknews.org/2014/10/north-korean-fm-wraps-up-successful-trip-to-russia).

[103] Russia invites Kim Jong-un for visit, in ‘The Telegraph’, 17 dicembre 2014 (http://www.telegraph.co.uk).

[104] No, Kim Jong-un not visiting China (yet), in ‘The Diplomat’, 17 settembre 2014 (http://thediplomat.com/2014/09/no-kim-jong-uns-not-visiting-china-yet).

[105] Choe Ryong Hae Meets Russian President, in ‘Korean Central News Agency’, 19 novembre 2014 (http://www.kcna.co.jp/index-e.htm).

[106] Kim Jong-un’s special envoy to Russia and implications for South Korea, in ‘Daily North Korea’, 8 dicembre 2014

(http://www.dailynk.com/english/read.php?cataId=nk03600&num=12646); N. Korea eager to boost ties with Russia to fend off West, in ‘Nikkei’, 20 novembre 2014 (http://asia.nikkei.com/Politics-Economy/International-Relations/North-Korea-eager-to-boost-ties-with-Russia-to-fend-off-West).

[107] Why Russia is bolstering ties with North Korea, in ‘The Guardian’, 4 giugno 2014 (http://www.theguardian.com/uk).

[108] North Korea abductee: Japan parents meet grand-daughter, in ‘BBC News’, 17 marzo 2014 (http://www.bbc.com/news/world-asia-26607446).

[109] Mongolia’s Tango with Pyongyang, in ‘NK News’, 16 luglio 2014 (http://www.nknews.org/2014/07/mongolias-tango-with-pyongyang).

[110] An End to the «Lost Decade» in Japan-North Korea Relations?, in ‘The Diplomat’, 7 maggio 2014 (http://thediplomat.com/2014/05/an-end-to-the-lost-decade-in-japan-north-korea-relations), § 5.

[111] S.A. Smith, Pyongyang’s New Ouvertures and Abe’s Diplomacy, in ‘38north’, 31 maggio 2014 (http://38north.org/2014/05/ssmith053114).

[112] Cho Min, North Korea-Japan ‘Stockolm Agreement’: Prelude to an Upheaval in Northeast Asia-Pyongyang’s Exit Strategy and Abe’s Ambitions, in ‘KINU Online Series’, CO 14-07, 16 giugno 2014 (http://www.kinu.or.kr/2014/0618/co14-07.pdf), p. 2.

[113] Japan and North Korea. Stakes Upped, in ‘The Economist’, 22 ottobre 2014 (http://www.economist.com).

[114]Japan, North Korea Diplomats Meet in Beijing to Discuss Abductions, in ‘The Wall Street Journal’1° luglio 2014 (http://www.wsj.com).

[115] Pyongyang, aperti i colloqui con Tokyo sui giapponesi rapiti dal regime dei Kim, in ‘Asia News’, 28 ottobre 2014 (http://www.asianews.it/notizie-it/Pyongyang,-aperti-i-colloqui-con-Tokyo-sui-giapponesi-rapiti-dal-regime-dei-Kim-32542.html).

[116] S.A. Smith, Reading Pyongyang’s Intentions with Japan, in ‘38north’, 25 novembre 2014 (http://38north.org/2014/11/ssmith112514).

[117] North Korea refuses to say when it will deliver abduction report, in ‘The Japan Times’, 29 settembre 2014 (http://www.japantimes.co.jp/news/2014/09/29/national/politics-diplomacy/japan-envoy-urges-n-korea-end-delay-report-abductees).

[118] Report of the detailed findings of the commission of inquiry on human rights in the Democratic People’s Republic of Korea cit., parte III, sezione F, pp. 13-4.

[119] Ibid.

[120] KPA and People Will Not to Tolerate «Human Rights» Racket of U.S. and Its Allies: NDC of DPRK, in ‘Korean Central News Agency’, 23 novembre 2014 (http://www.kcna.co.jp/index-e.htm).

 

Giorgio Borsa

The Founder of Asia Maior

Università di Pavia

The "Cesare Bonacossa" Centre for the Study of Extra-European Peoples

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