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Cosa resta a Timor Est?

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1. Premessa

Da quasi nove anni, esattamente dal 20 maggio 2002, riconosciuta dalla comunità internazionale come stato indipendente, la Repubblica Democratica di Timor Est, meglio nota come Timor-Leste, è uno degli stati più poveri del mondo, con il 49,9% della popolazione che vive con meno di 0,88 dollari al giorno, manifesto del fallimento della liberazione del suo popolo dall’oppressione straniera e dalla povertà [W/AUA 2010, «Australia – Timor-Leste Country Strategy 2009 to 2014»].

Dopo avere apparentemente superato le crisi del 2006 e del 2008, non senza portarne le cicatrici, Timor Est si è affacciata al 2010 in un periodo di relativa stabilità interna.

Nel corso dell’anno, tuttavia, l’ombra della crisi del governo dell’AMP (Aliança para a Maioria Parlamentar) si è nuovamente profilata, mentre la rinnovata politica estera ha fatto crescere tensioni tra Dili e i suoi maggiori partner.

2. Il governo dell’AMP

Timor Est è una giovane repubblica con enormi problemi di instabilità interni dovuti per lo più a fortissime influenze esterne.
Nel 2006 il governo del Fretilin (Frente Revolucionaria do Timor Leste Independênte), guidato da Mari Alkatiri, era stato investito da una crisi che stava trascinando il paese nella guerra civile e lo aveva costretto alle dimissioni. Dietro i disordini che portarono a quella crisi, c’erano le forze conservatrici timoresi, la destra e la chiesa cattolica, quest’ultima contraria al tentativo di separazione tra stato e chiesa, portato avanti da Alkatiri. Come sempre nella storia di Timor Est, queste forze hanno agito con la complicità di una forza esterna: il governo australiano di John Howard che non considerava il Fretilin un buon partner per i negoziati sullo sfruttamento delle risorse naturali del Mare di Timor [W/WS 2 novembre 2009, «Australian imperialism, the 1999 intervention and the pseudo left»]. Dal 2007 il governo di Timor Est è guidato dall’AMP, una formazione politica che fu creata ad hoc per evitare che il Fretilin vincesse nuovamente le elezioni. L’AMP, infatti, è una coalizione di partiti molto diversi fra loro, composta dal CNRT (Congresso Nacional para a Reconstrução de Timor), dal PD (Partido Democrático) e dall’ASDT (Associação Social Democrata Timorense). Questa formazione politica ha fin da subito avuto forti problemi di coesione e di popolarità, sfiorando molte volte la crisi. Il primo ministro Xanana Gusmão, uno dei leader dell’indipendenza timorese e fondatore dell’AMP, è riuscito con astuzia a difendere la propria maggioranza dalla disfatta, usando spesso alleanze e corruzione per ottenere i risultati ricercati.

Già all’inizio del 2008 l’AMP si è imbattuto in una crescente opposizione. Nonostante che Gusmão avesse basato la sua campagna elettorale sullo slogan «governare per i poveri», l’aumento dell’inflazione sui generi di prima necessità, soprattutto del carburante e del riso, stava facendo crescere il malcontento delle masse povere. Con la presentazione della prima legge sul bilancio, l’opposizione si è fatta ancora più forte. L’AMP favoriva gli investitori e tagliava gli aiuti ai rifugiati interni e le pensioni degli ex combattenti [W/WS 11 giu- gno 2008, «East Timor: Xanana Gusmao’s coalition government in crisis»]. Diversamente da quanto sperato dai suoi elettori, l’AMP ancora una volta metteva in campo un’élite politica non rappresentativa degli interessi delle masse urbane e rurali povere.

Nel gennaio del 2008, anche la popolarità di Gusmão era in crisi, soprattutto davanti alle accuse mosse dall’ex comandante della polizia militare, Alfredo Reinado, che minacciava di svelare le prove del coinvolgimento del primo ministro nei disordini del 2006.

3. Il Caso Reinado

Se, come già è stato detto e com’è ormai noto, la crisi del 2006 è stata pilotata da Gusmão in stretta alleanza con l’Australia, anche gli strani fatti che circondano gli attentati del febbraio 2008, riconducono ad una manipolazione del primo ministro, portata avanti con l’appoggio di Canberra [W/WS 2 novembre 2009, «Australian imperialism, the 1999 intervention and the pseudo left»].

Nel 2006, con l’obiettivo di far cadere il governo del Fretilin, Gusmão si era servito di un suo fedele alleato, l’allora comandante della polizia militare, Alfredo Reinado, per inasprire gli scontri e costringere alle dimissioni l’allora primo ministro Alkatiri.

Con l’appoggio dell’opposizione parlamentare timorese, della chiesa cattolica e del governo australiano, Gusmão aveva dato ordini a Reinado di prendere il comando dei 600 soldati (un terzo dell’esercito di Timor Est) che si erano ribellati contro il governo nella primavera del 2006, in seguito al licenziamento [AM 2006 pp. 357-375]. Reinado era divenuto così un elemento fondamentale della strategia di Gusmão. L’obiettivo era far cadere il governo del Fretilin, il maggior partito di Timor Est, storicamente contrario a qualsiasi ingerenza straniera, considerato dalla destra legata a Camberra e dalla chiesa cattolica troppo radicale e non più adatto a guidare il paese. Innanzi tutto bisognava costringere alle dimissioni il capo del governo Mari Alkatiri. Nel giugno del 2006, in seguito ad un ultimatum dell’allora presidente della repubblica Gusmão, Alkatiri si era dimesso dopo essere stato accusato di avere armato le milizie civili che avevano provocato gli scontri.

Tuttavia, con lo scioglimento del governo del Fretilin, Reinado e i suoi uomini avevano cessato di essere funzionali alla strategia di Gusmão. Il primo ministro e l’ex comandante a capo dei ribelli avevano avuto buoni rapporti fino ad allora, ma all’inizio del 2008 le cose erano cambiate. Reinado aveva iniziato a prendere posizioni sempre più vicine a quelle del Fretilin, indicando Gusmão come il mandante dei disordini del 2006 [W/WS 18 ottobre 2010, «East Timorese president frees men jailed over alleged assassination at- tempts»]. Nel gennaio 2008 Reinado lo aveva accusato pubblicamente di essere stato responsabile della crisi del 2006 [W/TO 8 gennaio 2008, «Alfredo accuses Xanana as author of crisi: Fretilin demands answers»]. Questo fatto ha avvalorato l’ipotesi di Alkatiri, che, intervistato dal giornale Publico pochi giorni dopo, spiegava: «Abbiamo sempre detto che c’è stato un complotto, un colpo di stato; Reinado l’ha detto perché anche lui è stato parte del colpo di stato e ora vuole che i suoi mandanti si assumano le loro responsabilità nel momento in cui dovrà essere giudicato» [W/PU 17 gennaio 2008, «Timor Leste: ‘Reinado seniu-se traido’ diz Alkatiri»].

Ottenuta la maggioranza parlamentare con l’AMP, Gusmão non aveva più bisogno di Reinado. L’ex comandante, incaricato dal leader politico di fomentare gli scontri, si trovava ora costretto a rispondere dei crimini compiuti. La sua reazione era quella di chiamare in causa i suoi diretti mandatari, dichiarando in un’intervista pubblicata dal giornale «Timor Online» che si sarebbe presentato in tribunale solo se accompagnato dal presidente della repubblica Ramos Horta e dal primo ministro Xanana Gusmão [W/TLLJ 30 gennaio 2010, «Reinado want Gusmao and Horta in the Dock»].

Reinado, dopo le rivelazioni del gennaio 2008, era diventato una seria minaccia e doveva essere eliminato prima che potesse provare le accuse che lanciava contro il capo del governo. Quando Ramos Horta aveva accettato la richiesta del Fretilin di indire elezioni anticipate, Gusmão aveva optato ancora una volta sull’appoggio dell’amministrazione australiana per risolvere la situazione. Il 7 febbraio 2008, davanti all’acuirsi della crisi dell’AMP, Ramos Horta aveva dichiarato che l’AMP non era più in grado di governare il paese e che sarebbero state necessarie nuove elezioni per superare la crisi politica.

Diversamente da Gusmão, il nobel per la pace e carismatico presidente Ramos Horta aveva mantenuto buoni rapporti con l’ex comandante e, se durante la crisi del 2006 era salito sulle montagne per incontrare Reinado nel tentativo di convincerlo a deporre le armi, all’inizio del 2008 stava lavorando per assicurargli l’amnistia su tutte le principali accuse relative ai crimini compiuti nel corso della crisi [W/WS 11 marzo 2010, «Acquittal in East Timor marks collapse of official ‘coup’ story»].

Quattro giorni dopo, l’11 febbraio 2008, con la complicità di Canberra e dell’ISF (International Stabilisation Force), Gusmão aveva orchestrato un finto colpo di stato che aveva messo fine alla vita di Reinado. Obiettivo del primo ministro era probabilmente quello di eliminare una volta per tutte l’ex comandante della polizia militare e, forse, eliminare anche il suo principale avversario politico, Ramos Horta, sicuramente l’uomo più influente e popolare di tutto il paese. Rimasto solo sulla scena politica, avrebbe potuto approfittare dei poteri assoluti conferitigli dallo stato d’emergenza per mettere a tacere il Fretilin e risolvere la crisi dell’AMP evitando le elezioni anticipate [W/WS 8 aprile 2008, «East Timor: Former PM Alkatiri claims alleged assassination attempt on Xanana Gusmao was faked»].

Reinado era stato ucciso da un colpo sparatogli a bruciapelo alla nuca, come si fa in un’esecuzione, nel palazzo del presidente. Solo un’ora dopo la morte di Reinado, Ramos Horta, rientrando dalla sua passeggiata mattutina, era stato gravemente ferito da tre colpi sparatigli alle spalle. Xanana Gusmão e gli uomini della sua scorta erano usciti illesi da un’imboscata creata probabilmente ad arte.

Secondo la versione ufficiale dei fatti data da Gusmão, l’ex comandante della polizia militare Alfredo Reinado avrebbe organizzato insieme ai suoi uomini un tentativo di colpo di stato con un duplice attentato alle due più alte cariche della repubblica [W/WS 18 ottobre 2010, «East Timorese president frees men jailed over alleged assassination attempts»].

Nonostante che fosse stato richiesto dal parlamento, Gusmão ha bloccato la formazione di una commissione d’inchiesta internazionale. Le uniche indagini dei fatti sono state condotte sotto la supervisione del procuratore generale di Timor Est, Longuinhos Monteiro, la cui mancanza di credibilità era stata segnalata anche da un precedente rapporto delle Nazioni Unite, che lo aveva accusato di seguire ciecamente Gusmão, concludendo che Monteiro «non funzionava in modo indipendente dallo stato di Timor Est» [W/WS 2 settembre 2008, «East Timor: Leaked autopsy report shows alleged ‘coup’ leader Reinado shot at point-blank range», § 16].

Dunque, con quello che la stampa internazionale nel 2008 ha riportato come un tentativo di duplice attentato al presidente e al primo ministro di Timor Est, Gusmão è riuscito temporaneamente a risolvere la crisi. Eliminato Reinado, evitate le elezioni anticipate ed ottenuti poteri straordinari emanati dal parlamento, il primo ministro aveva conservato il suo potere, rafforzandolo.

4. La politica estera dell’AMP

Dal 2007, l’AMP oltre a dovere fare i conti con una crescente opposizione interna guidata dal Fretilin e da Mari Alkatiri, ha cercato di definire e sviluppare una politica estera soprattutto nei confronti dei maggiori attori che influenzano Timor Est: Australia, Cina e Indonesia.

Come si è visto, le crisi con cui tra il 2006 e il 2008 Gusmão è riuscito a portare e mantenere la coalizione dell’AMP al governo, hanno trovato un grande alleato nell’amministrazione di Canberra. Quest’alleanza ha tuttavia avuto grandi costi per lo sviluppo di Timor Est. L’Australia considera infatti Timor Est come un territorio sotto la sua naturale sfera d’influenza [Dunn et al. 2006, pp. 101- 110]. Da quando il referendum del 30 agosto 1999 ha sancito la fine dell’occupazione illegale del territorio di Timor Est da parte dell’Indonesia, l’amministrazione australiana interviene direttamente nelle questioni politiche timoresi per mantenere al potere chi le garantisce i maggiori privilegi di sfruttamento delle risorse locali. Queste consistono soprattutto in idrocarburi, presenti in abbondanza nei depositi naturali sottomarini del Mare di Timor, che separa la costa sud dell’isola dalla costa Nord-occidentale dell’Australia.

Nel 2006 il governo laburista di John Howard vedendo che il Fretilin stringeva rapporti troppo amichevoli con potenze rivali, come il Portogallo e la Cina, e si lamentava delle concessioni che era stato forzato ad accettare per lo sfruttamento delle risorse naturali del Mare di Timor, aveva deciso di sostenere gli oppositori politici interni per determinare un cambio di regime. Canberra, appoggiando il malcontento sia della destra timorese sia della chiesa cattolica, aveva favorito i violenti disordini che avevano portato alla caduta del governo e all’invio di nuove truppe australiane sull’isola.

Prima il governo del Fretilin e ora l’AMP sono stati costretti a firmare accordi completamente sfavorevoli, relativamente allo sfruttamento delle vaste risorse di idrocarburi presenti nel Mare di Timor. Sulla base dell’accordo stipulato tra l’Indonesia e l’Australia nel 1991 (quando cioè Timor Est era sotto occupazione indonesiana), Canberra ha continuato a negoziare la spartizione delle rendite delle risorse naturali sulla base di confini marittimi completamente sfavorevoli a Timor Est. È opportuno ricordare che nel 1972, il confine marittimo tra Indonesia e Australia era stato fissato in base alla piattaforma continentale australiana, contrariamente al principio della linea mediana, generalmente applicato nel diritto internazionale

Il vero obiettivo della politica australiana nei confronti di Timor Est non è quello di appoggiare lo sviluppo del paese, bensì quello di sfruttare al massimo le risorse naturali che, secondo il diritto internazionale, apparterrebbero ai timoresi. Le risorse in questione sono i depositi di gas liquidi naturali e di petrolio presenti sul fondale del Mare di Timor, specialmente il Sunrise e il Trobadour, che insieme vengono chiamati «Greater Sunrise», e che, secondo le stime, rappresentano il 25° deposito più grande del mondo, con riserve stimate di 226 milioni di barili di petrolio e 145 trilioni (essendo il trilione pari ad un miliardo di miliardi) di metri cubi di gas naturale [W/I luglio 2010, «Timor Leste: The ongoing struggle for a balanced foreign policy»].

Nel 2007 Gusmão ha accettato di spartire in parti eguali le royalties derivanti dal Greater Sunrise con l’Australia attraverso la firma del Treaty on Certain Maritime Arrangements in the Timor Sea (CMATS), che già rappresentava un passo avanti rispetto al Timor Sea Treaty (TST) del 2002 e all’International Utilization Agreement (IUA) del 2003. Prima del 2007, infatti, la spartizione degli idrocarburi del Mare di Timor era stabilita sulla base di due accordi (il TST e l’IUA) che l’amministrazione Alkatiri era stata costretta a firmare dall’Australia. Questi accordi, basandosi sul Timor Gap Treaty del 1989, istituivano due aree di sfruttamento: una zona di cooperazione (Joint Petroleum Development Area JPDA), in cui Dili aveva diritto al 90% delle royalties, e una zona riservata all’Australia. Sulla base di questi accordi, solo il 20,1% del Greater Sunrise rientrava nella JPDA, mentre il 79,9% spettava a Canberra.

Dal gennaio 2010 Gusmão ha cambiato improvvisamente atteggiamento nei confronti del Greater Sunrise, entrando per la prima volta in conflitto con l’Australia.

In seguito all’accordo CMATS, la pianificazione e l’esecuzione del progetto Sunrise è stato affidato da un consorzio internazionale guidato dalla compagnia australiana Woodside Petroleum Inc., che ha una partecipazione del 33% nel progetto che condivide in joint venture con la statunitense ConocoPhillips (30%), la Royal Dutch Shell, Regno Unito/Olanda (27%) e la giapponese Osaka Gas (10%) [W/LA, aprile 2010, «The Greater Sunrise Oil and Gas Project»]. Nel gennaio del 2010, tutto è saltato quando la Woodside ha rivelato la sua intenzione di creare una piattaforma galleggiante per l’estrazione dei gas naturali del Sunrise e in seguito trasportarli a Darwin per la lavorazione. Mentre il governo australiano appoggiava il progetto presentato dalla Woodside, il governo di Dili ha reagito duramente, minacciando di bloccare le trivellazioni dei giacimenti sottomarini [W/WS 9 giugno 2010, «Australia-East Timor conflict intensifies over Greater Sunrise gas project»]. In un comunicato stampa del 13 gennaio 2010, il portavoce del governo di Timor Est, il segretario di stato Ágio Pereira, ha annunciato che Timor Est non avrebbe mai approvato un progetto che prevedesse la creazione di un impianto galleggiante o di un gasdotto sottomarino tra il Sunrise e Darwin. L’amministrazione di Dili, con l’aiuto di studi tecnici della compagnia petrolifera malese Petronas e della Korea Gas, ha presentato al consorzio il progetto di creazione di un gasdotto che porti il gas liquido estratto dal Sunrise fino a uno stabilimento che verrebbe creato sulla costa meridionale di Timor Est a Beacu, nel distretto di Viqueque. A favore di questa opzione, il governo di Timor Est ha sottolineato la necessità di eliminare la povertà e la disoccupazione del paese attraverso lo sviluppo dell’industria locale, in modo da eliminare la dipendenza dall’Australia per quanto riguarda i ricavi derivanti dalle risorse sottomarine.

Infatti, gas e petrolio estratti fino al 2010 dal deposito Bayu-Undan, interamente situato nella JPDA (cioè nella zona di sfruttamento congiunto timorese-australiana), sono stati trasportati per la lavorazione a Darwin attraverso un gasdotto sottomarino di 500 chilometri, una delle infrastrutture più costose mai create dalle autorità del Northern Territory australiano. Mentre l’opzione proposta dalla Woodside, e fortemente appoggiata dalla Shell, è stata quella di creare uno stabilimento di lavorazione galleggiante in mezzo al mare e, in seguito, ampliare la lavorazione del gas a Darwin, la ConocoPhillips, vorrebbe utilizzare e ampliare lo stabilimento che gestisce a Darwin, dove viene lavorato il gas trasportato dal Bayu-Un- dan [W/LA aprile 2010, «The Greater Sunrise Oil and Gas Project»]. Se un piano di sviluppo non sarà approvato entro il febbraio 2013 o se l’estrazione non avrà inizio a partire dal 2017, allora sia l’Australia che Timor Est potranno cancellare i vigenti accordi. Il progetto Sunrise sarebbe allora sospeso indefinitamente [W/I luglio 2010, «Timor Leste: The ongoing struggle for a balanced foreign policy»].

Le tensioni sorte all’inizio del 2010 tra l’AMP e Canberra si sono accentuate negli ultimi mesi dell’anno con il cambiamento della leadership del governo australiano. Il nuovo primo ministro australiano Julia Gillard ha immediatamente incrinato i rapporti con Timor Est con la proposta di creare sull’isola un centro di accoglienza/detenzione dei rifugiati che cercano asilo in Australia [W/WS 13 luglio 2010, «Australia: The political calculations behind Prime Minister Gillard’s ‘Timor Solution’»]. Oltre a non aiutare Timor Est nell’ottenere un gasdotto che porti il gas liquido del Sunrise a Timor, Canberra ha pensato di scaricare su Timor il problema del flusso di migranti che provano a raggiungere le coste australiane. L’Australia, d’altra parte, gestisce questa problematica nazionale, sfruttando i più deboli paesi dell’area regionale, senza alcun rispetto per la convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati del 1951. Le estreme debolezze delle infrastrutture timoresi fanno sorgere enormi dubbi sulla fattibilità di un centro di detenzione per migliaia di rifugiati che cercano di raggiungere l’Australia. Povertà e disoccupazione sono un enorme problema per le autorità di Dili e il paese ha ancora bisogno di forze di sicurezza internazionali per garantire il rispetto della legge. Prese in considerazione le condizioni di instabilità del paese, è evidente l’assenza di condizioni per la realizzazione del centro di detenzione dei rifugiati a Timor [W/I novembre 2010, «Timor Leste: The frontline in Australia’s ‘boat’ policy?»].

Nonostante l’unanime protesta dei deputati di governo e opposizione timoresi, Ramos Horta e Gusmão hanno dichiarato di essere disponibili a discutere l’argomento all’interno del cosiddetto «processo di Bali», un gruppo di 47 paesi che combattono il contrabbando nella regione Asia-Pacifico. La proposta di Canberra coinvolge anche gli interessi dell’Indonesia, l’altra grande potenza regionale con cui l’AMP deve confrontarsi. Il presidente indonesiano Susilo Yudhoyono, in linea con la posizione della leadership timorese, ha dichiarato la propria disponibilità a discutere della proposta nel quadro del processo di Bali. Dato che, però, come appena ricordato, il processo di Bali aiuta a coordinare gli sforzi contro la migrazione illegale nella regione, ma non ha il mandato di decidere sulla creazione del centro di detenzione, la presa di posizione di Yudhoyono è in realtà un tentativo di rinviare il processo negoziale indefinitamente. A causa degli scarsi standard di sicurezza di Timor Est, l’Indonesia teme che si possa creare un flusso d’immigrazione dal centro di detenzione nel suo territorio. Nonostante gli sforzi delle Nazioni Unite, infatti, il confine che separa Timor Est dalla provincia indonesiana di Nusa Tanggara Timur ha dei segmenti che non sono stati ancora definiti. Inoltre, la smilitarizzazione del confine, portata avanti dall’Indonesia a partire dal 2002 nell’ottica della creazione di rapporti amichevoli con Timor Est, rende ora più facile superare il confine illegalmente. [W/ICG maggio 2010, «Timor-Leste: Oecusse and the Indonesian Border»]. L’assenza di sicurezza di questa frontiera renderebbe, pertanto, facile l’immigrazione non controllata dei rifugiati da Timor Est al territorio indonesiano nell’Ovest dell’isola [W/I novembre 2010, «Timor Leste: The frontline in Australia’s ‘boat’ policy?»].

La nuova attitudine che il governo timorese ha mostrato nel 2010 nei confronti del suo maggiore alleato tra il 2007 e il 2009, Canberra, può essere meglio interpretata alla luce dell’approfondimento dei rapporti tra Dili e Pechino. La Cina, che inizialmente ha mostrato interesse nei confronti del nuovo paese del Sud-est asiatico esclusivamente per evitare qualsiasi influenza taiwanese, sembra nel 2010 intenzionata ad assumere un peso maggiore nel futuro di Timor Est. La Cina, stringendo i legami con Timor Est, punta a tre obiettivi principali: rafforzare la propria influenza nel Sud-est asiatico, così come nel Pacifico del sud; contenere l’influenza internazionale di Taiwan e ottenere l’accesso alle risorse naturali di cui è ricca Timor Est [W/I Primavera 2009, «The Dragon and the Crocodile: Chinese interests in East Timor»]. Dall’altra parte, Gusmão e l’AMP si rendono conto che la possibilità di diventare un partner della Cina sarebbe un modo per controbilanciare o ridurre la dipendenza del paese dall’Australia e dall’Indonesia. La cooperazione strategica di Pechino ha usato i canali degli aiuti e del commercio per conquistare l’appoggio sempre più esplicito di Gusmão, che, da tempo, ha smesso di sostenere pubblicamente la causa del Tibet per non offendere il nuovo alleato. La costruzione del palazzo presidenziale lungo la Comoro Road di Dili, il ministero degli Esteri, il vasto complesso del ministero della Difesa e della sicurezza e il quartiere generale delle forze di difesa di Timor Est (F-FDTL Falintil-Forças de Defesa de Timor Leste), sono visibili esempi di questa cooperazione. Nonostante che ufficialmente questi aiuti siano «offerti senza contropartita e a nessuna condizione», come riferito dall’ambasciatore cinese a Dili, Fu Yancong, è evidente che la Cina abbia invece tutto l’interesse a controbilanciare il dominio dell’Australia nella regione [W/NL 5 novembre 2010, «China cada vez mais perto de Timor com apostas importantes de cooperação»].

Le crescenti tensioni tra Timor Est e l’Australia riflettono anche la crescente rivalità delle grandi potenze su un’isola di cruciale importanza strategica [Mendes 2010, pp. 36-40]. Le acque dello stretto di Ombai, tra l’isola di Timor e quella di Alor, sono uno dei punti chiave per tutte le rotte tra gli oceani Indiano e Pacifico. Per molti aspetti la regione è considerata di strategica importanza nei futuri rapporti tra la Cina e gli Stati Uniti. Il viaggio in Asia fatto dal presidente Barack Obama alla fine del 2010 aveva lo scopo di stringere i rapporti diplomatici con i vecchi alleati, a partire da Australia e Indonesia, per mantenere il controllo militare degli stretti che mettono in comunicazione il Mare della Cina con l’Oceano Pacifico e quello Indiano. La Cina, che dipende dai trasporti via mare per un terzo del suo fabbisogno petrolifero e per il 70% del suo commercio estero, considera Timor Est un ottimo alleato per rompere l’accerchiamento diplomatico degli Stati Uniti [W/WS 13 novembre 2010, «US diplomatic offensive tightens strategic encirclement of China»].

5. Conclusioni

Nel corso di questi tre anni il governo di Gusmão si è dimostrato incapace di risolvere i più urgenti problemi della popolazione timorese. Con un tasso di crescita del 3,2% annuo, la popolazione aumenta senza però trovare sbocco nel mercato del lavoro, che registra tassi di disoccupazione che raggiungono il 40% nella fascia tra i 15 e i 29 anni [W/AUA 2010, «2010 Australia – Timor-Leste Country Strategy 2009 to 2014»]. La politicizzazione delle forze di sicurezza, problema urgente dopo la crisi del 2006 e i fatti del febbraio 2008, è aumentata con la riforma del 2009 [W/I, febbraio 2010, «Timor Le- ste: The difficult timorization of the police»], mentre nulla è stato fatto per porre rimedio alla dilagante corruzione del governo e all’assenza di separazione tra potere esecutivo e giudiziario.

Una politica estera mirata a raggiungere una certa autonomia dalle influenze esterne ha creato tensioni con i principali partner del paese, mettendo a rischio la continuità del flusso di aiuti internazionali, finora vitali per l’amministrazione di Dili. Nonostante la ferma opposizione alla proposta della società Woodside per lo sfruttamento del giacimento Sunrise, il governo dell’AMP sta per concedere altri due piani di trivellazioni petrolifere in acque profonde nel Mare di Timor a due compagnie straniere: l’indiana Reliance e l’italiana ENI [W/NYT 21 ottobre 2010, «East Timor Forges Ahead in Deepwater Oil Drilling»]. Con le concessioni per lo sfruttamento delle risorse naturali di Timor, giustificato dalla necessità di procurarsi le risorse necessarie a promuovere lo sviluppo economico del paese, l’AMP punta ad aumentare le entrate provenienti dallo sfruttamento dei giacimenti petroliferi [W/NL 15 novembre 2010, «Revisão à Lei do Fundo Petrolífero que determina a aplicação de receitas»]. Depredata delle proprie risorse dalle compagnie straniere e nelle mani di un’élite politica che punta alla conservazione del proprio potere perseguendo i propri interessi, cosa resta alla popolazione di Timor Est?

Riferimenti bibliografici

AM
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2010 Dilemas identitários e fatalidades geopolíticas: Timor-Leste entre o Sudeste Asiático e o Pacífico-Sul in Leach Michael, Nuno Canas Mendes, Antero B. da Silva, Alarico da Costa Ximenes e Bob Boughton (eds), Hatene kona ba/ Compreender/ Understanding/ Mengerti Timor-Leste, Swinburne Press.

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Giorgio Borsa

The Founder of Asia Maior

Università di Pavia

The "Cesare Bonacossa" Centre for the Study of Extra-European Peoples

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